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L’outsourcing arriva al consumatore

10 Maggio 2007

L’outsourcing arriva al consumatore

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Trovare un falegname o una babysitter vi sembra complicato? Provate a lanciare una gara d’appalto online su DoMyStuff.com

Parole come outsourcing o marketplace possono apparire legate esclusivamente al mondo del B2B, ad applicazioni potenti (e complesse) delle potenzialità della Rete in ambito aziendale. Nella ricerca di sempre nuove opportunità in campo consumer (leggi: nella ricerca di modi di fare un business con i privati e fatturare qualche dollaro) oggi questi temi sono stati rivisitati e le logiche dell’ottimizzazione aziendale applicate alla nostra vita quotidiana da consumatori.

In effetti, così come un’azienda, ognuno di noi ha la necessità di far fare ad altri ciò che non può o non vuole fare in proprio – e questo si chiama outsourcing. E ognuno di noi prova, anche se in maniera generalmente inefficace principalmente per mancanza di tempo, ad attivare un competitive bidding da parte dei potenziali fornitori (traduzione: di farsi fare un po’ di preventivi, per scegliere quello che costa meno e/o ci sembra più affidabile). Una start-up ha però deciso di venire in nostro aiuto, permettendoci di usare la potenza della rete per trovare i nostri “fornitori”, grazie al sito DoMyStuff.com.

La logica di un marketplace è quella di un sito in cui l’acquirente emette una richiesta (a volte pubblica una vera e propria gara d’appalto) e i potenziali fornitori competono per aggiudicarsela. Il meccanismo di formazione del prezzo spesso è basato su vere e proprie reverse auctions, ovvero aste in cui il prezzo è a scendere (a scanso di critiche segnalo che esistono altri tipi di marketplace, come quello in cui è il fornitore a pubblicare un offerta, e i compratori a competere sul prezzo…).

A questo punto la logica di DoMyStuff è intuitiva: se cerchiamo qualcuno che ci porti a spasso il cane, che ci dipinga il soggiorno o che si aggiudichi il nostro appalto di lavanderia (chi ci fa il prezzo migliore per 200 camicie lavate e stirate all’anno?) pubblichiamo la nostra richiesta d’offerta sul sito – al momento, ahimé, ne potete godere solo se siete residenti a Los Angeles, San Francisco and New York, ne specifichiamo i dettagli e attendiamo fiduciosi la pioggia d’offerte e la guerra dei prezzi per aggiudicarsi il nostro business.

Il contributo della community

Fino a qui, però, poco di diverso dal meccanismo di un Secondamano o di una Craigslist, se ci si limita a pubblicare un annuncio di richiesta di prestazione di servizi, per dettagliato che sia. In realtà la chiave di volta del sistema appare essere il sistema di rating e di recensione. Una volta a regime, infatti, questo sistema permette di consultare le recensioni relative a ogni fornitore testato da membri della community, di leggere – come nel caso dei siti di prenotazione degli hotel – plus e minus, di imparare dalle esperienze fatte sulla pelle degli altri, comparare vari possibili fornitori (che possono chiaramente essere aziende, ma anche altri privati) sulla base di un sistema di rating collettivo.

In questo modo si dovrebbe riuscire a minimizzare il rischio di affidarsi ad un fornitore sconosciuto per il trasloco dei nostri beni o un trattamento di Reiki e ci dovrebbe permettere di scegliere non solo in base al prezzo, ma anche in base alla customer satisfaction (o, se volete, alla user experience) fatta registrare in casi comparabili. Sempre per aumentare il livello di sicurezza e minimizzare i rischi derivanti dall’affidarsi ad uno sconosciuto (leggi possibile effetto-pacco), DoMyStuff mette a disposizione un sistema di intermediazione del pagamento.

L’acquirente versa infatti la somma pattuita su un conto dell’intermediario – e questa somma resta bloccata fino a quando il lavoro non sia stato svolto correttamente, momento in cui viene sicuramente versata al fornitore. Il sistema presenta però, siamo realistici, l’evidente limite di essere rintracciabile e di non permettere pagamenti a tinte oscure. E potrebbe quindi incontrare resistenze all’adozione in molti mercati (fortunatamente non è il caso della nostra Bella Italia, dove tutti paghiamo onestamente le tasse). In cambio del servizio di intermediazione, il venditore del servizio paga una commissione tra il 7% e il 10% al sito, mentre per l’acquirente non vi sono costi.

Il limite del sistema

Qui però sta un bel problema: non è chiaro come pensino di non farsi disintermediare, ovvero evitare che l’acquirente contatti direttamente i fornitori che si promuovono sul sito e si metta d’accordo con loro saltando il sito e non pagando commissioni. Interpellato in merito, il management del sito ha deciso di non rilasciare dichiarazioni. Un secondo problema: l’idea è bellissima, ma presenta un rischio: quello di attirare solo potenziali fornitori in difficoltà, con scarsa esperienza, con molta (troppa?) fame.

Il rischio è che entrino (almeno a breve) in questo meccanismo solo potenziali fornitori di serie B. E che fornitori bravi e con un business ben avviato non sentanao il bisogno di diversificare le loro modalità, di sbattersi, di lavorare sui prezzi per acquisire il nostro business. Ne sto vivendo un caso pratico sulla pelle, inseguendo un paio di concessionari di moto per riuscire organizzare una manutenzione del mio mezzo… continuando ad inseguirli telefonicamente per ottenere un appuntamento – finora senza esito.

Nella vita vera, purtroppo, troppo spesso il compratore non si trova nella posizione del marketplace ma del Canossa-place: mettersi in ginocchio e pregare che ti facciano il lavoro… (mamma lo dice sempre: lascia stare l’internet-marketing e impara a fare l’idraulico…).

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