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Long Term Evolution, così vicino così lontano

22 Febbraio 2010

Long Term Evolution, così vicino così lontano

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Tra investimenti e recessione globale, il punto sulle reti di connettività mobile di quarta generazione. Luci e ombre anche per il WiMax

Il Mobile World Congress 2010 di Barcellona ha dato qualche assaggio del futuro della Long Term Evolution, cioè della quarta generazione di reti cellulari (100-150 Mbps). Gli annunci che ci sono stati non devono ingannare, però: il realtà l’Lte arriverà in ritardo sul previsto e anzi, durante la fiera, si sono materializzati alcuni spettri che incombono sul mercato.

Da una parte, l’esigenza degli operatori mobili di muoversi con i piedi di piombo, in questa fase, centellinando gli investimenti. Dall’altra, il fantasma della congestione della rete è stato mostrato con vivida chiarezza e non viene più nascosto al pubblico. Se da una parte gli annunci parlano di mirabolanti velocità oltre i 100 Megabit, quindi, dall’altra si avvisa di fare attenzione: in futuro la banda reale potrebbe essere addirittura inferiore a quella attuale, se non si trova un rimedio alla congestione.

Gli annunci

Gli annunci, in effetti, hanno mostrato per la prima volta i prodotti Lte: un portatile Toshiba e Samsung, una chiavetta Huawei, un cellulare Lg. Verizon negli Stati Uniti, Ntt DoComo in Giappone e Telstra in Svezia dovrebbero lanciare i primi network Lte al mondo, verso fine anno (Verizon aveva detto, prima, «in primavera»). Il grosso dei passaggi al 4G avverrà comunque più tardi, nel 2011-2012: «L’Lte arriverà più tardi del previsto, a causa della crisi economica che ha frenato gli investimenti. Così gli operatori sono ora concentrati soprattutto sull’Hspa Evolution (Hspa+)», dice Carolina Milanesi, analista di Gartner. L’Hspa+ che ora, a Roma e Milano, è a 21 Mbps e sarà poi a 28 Mbps entro fine anno, per poi arrivare a 42 Mbps successivamente. Velocità teoriche e di cella – ricordiamolo – che poi vanno suddivise tra gli utenti connessi.

Anche chi sta dietro la sala dei motori sa bene che questa sarà una migrazione lenta. «Abbiamo creato chip multi mode per chiavette e cellulari, contenenti antenne radio per varie tecnologie di reti mobili. Così gli operatori potranno fare un passaggio graduale all’Lte», ha detto Andrew Gilbert, presidente di Qualcomm Europe, il principale produttore di chip per reti cellulari. Del resto, l’Lte non è ancora uno standard definito, l’industria ci sta lavorando in questi giorni. A raffreddare gli entusiasmi non c’è solo la crisi, ma anche un grido d’allarme: Rim (Blackberry) e Vodafone hanno appena avvisato che lo spettro sta finendo, a causa del boom degli smartphone (le cui vendite sono cresciute del 13% nel 2009, nonostante la crisi, dice Strategy Analytics). Dalla quantità di spettro disponibile dipende la banda larga per ciascun utente. Allarme anche in un nuovo rapporto, dell’esperto Peter Rysavy: le richieste di banda supereranno lo spettro disponibile nel 2013, nei Paesi evoluti.

Smartphone da 100 dollari

Il fenomeno probabilmente s’impennerà nei prossimi mesi. Stanno arrivando infatti i primi smartphone “democratici”, per tutti: economici e semplici (persino sotto i 100 dollari, quest’anno, prevede Symbian). La nuova moda sono terminali con un sistema operativo dove non è possibile installare applicazioni, ma dotati di quelle di base per internet: browser, mail, accesso diretto ai social network. Sono fatti apposta per soddisfare il nuovo pubblico di internet, per il quale Facebook è quasi sinonimo del web e che vuole averlo anche in mobilità. Per esempio, il Samsung Corby, l’Lg Cookie Plus, l’INQ1 di H3G. Più terminali, in mano a più persone, che vogliono vedere video, navigare. Il problema dello spettro è concreto soprattutto in Italia, il solo Paese dove il dividendo digitale – salvo sorprese insperate – finirà tutto alle tv e non alla banda larga mobile.

Nel breve periodo, comunque, anche gli operatori italiani avranno una boccata di ossigeno: grazie al refarming, tuttora in corso e che permetterà loro di usare per la banda larga le frequenze a 900 MHz adibite al Gsm. Non basta: gli operatori dovranno investire anche nel backhaul, che collega le antenne al resto della rete, e anche in questo gli operatori italiani sono in situazioni poco fortunate: solo in un decimo di casi il backhaul è in fibra; negli altri è in rame o con onde radio di vecchia generazione (16-32 Mbps).

Torna in gioco WiMax

Da questa situazione, il WiMax potrebbe avere un’opportunità per trovare un proprio ruolo: sia per offrire backhauling agli operatori fissi e mobili sia per portare banda, su altre frequenze, all’utente finale. Una delle sorprese dell’ultimo Mobile World Congress, del resto, sono stati i tanti annunci che hanno riguardato il WiMax, che – spesso lo si dimentica – è già una tecnologia 4G (almeno nello standard 802.16e). Nel mondo ci saranno 800 milioni di utenti WiMax, concentrati nei Paesi emergenti e negli Usa (dove Clearwire sta per partire, con servizi fissi e mobili su WiMax, via cellulare e pc, su gran parte del Paese). Nel mondo il WiMax riuscirà a ritagliarsi una nicchia interessante, probabilmente, anche se ormai è certo che l’Lte sarà la tecnologia 4G dominante, grazie al supporto dell’industria cellulari.

In Italia invece il destino del WiMax è da vedere: il suo ruolo potrebbe restare più periferico e isolato, in poche località. È arrivato molto tardi, infatti: il governo ha assegnato le licenze proprio alle porte della recessione globale, il che ha rallentato i piani di copertura. Di fatto sono in ritardo. L’operatore WiMax che ha il maggior numero di licenze, Aria, ora è in stallo a causa di dissidi societari. Ancora una volta, l’Italia fa caso a sé, quando si tratta del futuro della banda larga.

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