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Lo scarto culturale che s’inizia a percepire

21 Giugno 2011

Lo scarto culturale che s’inizia a percepire

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I media mainstream gridano al successo del popolo di internet, dentro il web si dice che non ci si deve entusiasmare. Eppure qualcosa è accaduto e niente sarà più come prima

Questa volta dobbiamo confrontarci seriamente con la cittadinanza che si è espressa attraverso la rete e  fare i conti con quanto è accaduto nella realtà sociale e attraverso il web. L’ascesa della cyberborghesia si è fatta più evidente. La classe media digitale si è auto-rappresentata con più forza. Anche i media di massa se ne sono accorti. Proviamo a gettare uno sguardo da quella poca distanza che ci separa dalla tornata delle amministrative e dai referendum.

Ha contato?

Proviamo a guardare con un po’ di distanza, sopendo il tecno-entusiasmo ma evitando anche l’atteggiamento che vuole a tutti i costi sottovalutare la mutazione in atto (spesso tradotto in forme di “tafazzismo digitale”). È evidente che non possiamo attribuire alla rete poteri taumaturgici, né idolatrarla come l’ultima icona post-moderna (è un suggerimento che mi sentirei di fare a molti politici), ma non possiamo neanche avere l’atteggiamento del tipo: «Internet non ha contato». Certo, non dobbiamo cadere in spiegazioni che hanno la natura di un tecno-determinismo che rende indifferenti le composizioni sociali, che compatta le singole soggettività trattandole come un tutt’uno.

Come scrive Wu Ming1: «Il problema dell’esultanza di questi giorni sul ruolo “della rete” e del “popolo della rete” è la riduzione del molteplice a Uno: “LA rete”, “IL popolo della rete”… Come se Internet fosse una cosa, e chi la usa fosse un blocco sociale contrapposto a un altro. Quindi “la tv” (cioè… Berlusconi) sarebbe stata sconfitta da “la rete” (cioè il popolo onesto e libero). Anni e anni di analisi sulla “convergenza” sostituiti da una sorta di “mito tecnicizzato dei social network». Eppure credo che questo sia stato culturalmente il momento in cui ci siamo resi conto in Italia che questo territorio esiste e non è marginale.

Coinvolgimento

Come sintetizza Alberto Cottica, «Grandi numeri, grande energia creativa, strumenti internet per coordinarsi su obiettivi comuni; il potenziale dei cittadini connessi per contribuire a un rinnovamento generale del sistema paese è indiscutibile. La società civile italiana ha espresso in questa fase una grande autonomia, almeno pari a quella delle più avanzate esperienze internazionali e probabilmente superiore». Internet non ha fatto vincere Pisapia a Milano o De Magistris a Napoli. Né ha portato al successo referendario dei quattro quesiti. Quello è un risultato prodotto dalle persone. Le rivoluzioni, lo abbiamo già detto, non le fanno le tecnologie ma gli individui. Però senza internet non avremmo avuto questo scarto culturale che ci sembra così forte da essere percepito anche dal mondo della politica e dei mass media.

La rete, e in particolare i social network, in quella commistione fra potenza di connessione e costruzione di relazioni interpersonali di massa,  ha fatto da acceleratore partecipativo, ha reso evidente un mood adatto al coinvolgimento, ha saputo rilanciare le informazioni attraverso il linguaggio giusto. Diciamo la verità: molti di noi hanno avuto un’attenzione costante sui referendum non certo per merito dei media di massa ma grazie a friend che ci hanno, con perseveranza, taggato in note, invitato in pagine, scritto sul wall, convinti a mettere badge sulle foto dei nostri profili, diffuso video a sostegno: come dimenticare quello di Corrado Guzzanti sui quesiti referendari?. E come dimenticare l’operazione di infotainment costruito su Twitter attorno a #morattiquotes o #sucate?

Luoghi comuni

Anche status che si sono sembrati banali hanno smosso l’umore partecipativo, in virtù di quella commistione che la Rete oggi genera fra presa di posizione e passione per gli altri. Prendete quello di Fabio Volo su Il Volo del Mattino: «Comunque uscire di casa per andare a votare mi regala sempre una bella sensazione. Non lo so… cammino fiero. Adulto. Andrei a votare tutte le mattine se potessi… votare è bello. A me piace». Vale 1.427 like, e io non me la sento di liquidarla con ironia, non questa volta. Dobbiamo, è vero,, tenere presente comunque che la fonte primaria di informazione per gli italiani rimane la televisione e che, come ci ricorda Arturo Di Corinto, non dobbiamo fare diventare un luogo comune dire che ha vinto la rete: «Di sicuro internet, i quotidiani online, i social network, i social media e i social broadcast media, i forum e le mailing list sono entrati – chi prima, chi dopo – nella dieta mediale degli italiani, ma stabilire un effetto diretto tra l’esposizione a una notizia, a un parere, a una dichiarazione di voto con una scelta politico-elettorale necessita di un’analisi più articolata delle variabili intervenienti. A cominciare dalla tipologia dell’informazione online e del soggetto che la elabora».

Eppure mi sembra che, oltre a notare come la rete sia entrata nella dieta mediale degli italiani e osservare come i media generalisti siano parte del flusso quotidiano online, lo scarto culturale vada riconosciuto. Pacatamente, senza entusiasmo. In che cosa? Mi sembra che vadano evidenziati alcuni punti da confermare con ricerche e valutare quantitativamente. Credo che possiamo pensare il web sociale come un acceleratore delle trasformazioni culturali grazie alla capacità di rendere più visibile l’emergere di tendenze e l’azione di rinforzo attraverso la connessione comunicativa fra le persone. La nostra vita quotidiana attraverso la Rete  diffonde il mood dei tempi che viviamo ed è capace di riarticolare il senso comune, sfruttando il mix tra relazione comunitaria e resa tangibile di quei «fili invisibili» (Simmel) che sono gli elementi costitutivi della «struttura molecolare della società».

Cittadinanza

La cultura digitale promuove una dimensione partecipativa. In una prima fase delle forme di “appropriazione” del mezzo e di articolazione di discorsi attraverso il mezzo, la partecipazione è stata giocata solo sul versante dell’inclusione: stare in rete voleva dire solo essere always on, disponibili alla comunicazione tout court, in particolare per i giovani, senza tradursi necessariamente in forme di cittadinanza attiva. Credo che le esperienze degli ultimi anni in Italia, anche a partire dal quel fenomeno unico che è stato in Popolo Viola (prendetelo come fenomeno in sé e per sé, senza per ora curarci del suo lato “politico”) con la sua capacità di mostrare la possibilità di ideazione e auto-organizzazione attraverso la Rete (in particolare con la costituzione di gruppi su Facebook), ci abbiano insegnato che la strada della cittadinanza culturale può passare anche da questo territorio.

Non sono in grado di mostrare una correlazione scientifica fra andamenti di voto e partecipazione referendaria dei giovani (alta l’affluenza ai referendum degli under 35 rispetto ai dati storici) e attività online ma credo che ci troviamo di fronte a uno shifting significativo che ci sta facendo superare un comportamento puramente inclusivo e sta sviluppando forme di engagement produttive. La Rete sta funzionando da elemento nuovo, nel panorama mediale, di stabilizzazione delle aspettative attraverso un coinvolgimento “intimo” diretto in pubblico, ridefinendo così anche il nostro modo di pensare la sfera pubblica e le sue forme di rappresentazione della società e dei suoi temi.

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