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L’internet del 2011

10 Gennaio 2011

L’internet del 2011

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Avremo la rete che ci meriteremo, diceva Sterling. Siamo al punto in cui molte cose, nel mondo, non funzionerebbero più senza questa infrastruttura. Ora abbiamo di fronte un cambiamento di scala e la necessità di fare riflessioni più strutturate

Parlare di internet è ormai un po’ come parlare del mondo, almeno di quello occidentale (ma non solo). La retorica che usiamo per divulgare funziona abbastanza bene, ma non rende merito al cambiamento. É costruita sui numeri e sulla comparazione a cosa nota: Facebook ha superato da tempo il mezzo miliardo di utenti, diventando il terzo Stato del mondo. Internet ha raggiunto il miliardo di utilizzatori in poco più di 10 anni, mentre la televisione ha impiegato decenni e la stampa secoli. Eccetera eccetera. Il punto vero, però, è che l’influenza di internet sulle nostre vite, ormai, è totalmente pervasiva. Dai piccoli gesti quotidiani che compiamo, al modo in cui organizziamo la nostre scelte, al modo in cui ci raccontiamo il mondo in cui viviamo attraverso l’informazione.

Internet disegna la società

Questo «sistema operativo» che abbiamo innestato nelle nostre società, oggi, è importante anche per chi non ha un computer, per chi è tecnologicamente refrattario, per chi fa dell’essere laggard una professione filosofica. Perchè internet disegna la società anche intorno ai non connessi. Se abrogassimo le tecnologie digitali poche cose continuerebbero a funzionare così come siamo abituati. Questo livello di «impatto» sul modo in cui stiamo riorganizzando le nostre culture è probabilmente l’aspetto più importante da analizzare e da comprendere. La reductio ad social network,  se mi passate l’espressione, non ci aiuta a comprendere bene lo scenario. Abbiamo un’infrastruttura potente, che connette milioni di persone e ci abilita a cose che prima non potevamo nemmeno pensare.

I relativamente pochi bit di Wikileaks non sono stati così cruciali in quanto dati o tecnologia. Sono diventati dirompenti perchè sono stati immessi in un sistema distribuito, reticolare, impossibile da bloccare, capace di costruire nuove impensate relazioni con il Potere. Ma, ancora di più, lo sono stati perchè ci hanno obbligato a pensare un rapporto diverso tra informazione, trasparenza e azioni di Stato. E non a caso il paragone più forte è stato quello con Napster, che nell’industria musicale ha provocato una rottura cui ancora non si sono prese le misure. In questa prospettiva allargata, uno dei temi cruciali da considerare nel 2011 è l’assetto di questo sistema. Da un lato l’assetto tecnologico, perchè chi controlla l’infrastruttura ha maggiori probabilità di influenzare i risultati. Dall’altro l’assetto culturale, che è cruciale perchè non siamo ancora pronti a governarlo con le giuste categorie interpretative e con gli strumenti adeguati.

Assetto tecnologico e culturale

Personalmente sono poco preoccupato dalle questioni infrastrutturali perchè l’interesse comune è la diffusione delle tecnologie digitali. Tutto passa per l’accesso che, dal punto di vista di chi investe, significa soprattutto nuove carte di credito e nuova capacità di spesa immessa nel sistema. Le grandi corporation tecnologiche tenteranno, è evidente, di guadagnare posizioni favorevoli. Ma credo che l’interesse generale (e anche le dialettiche della competizione) non saranno in grado di fare molti danni. Il sistema deve restare aperto per definizione: se lo si chiude, perdono tutti. E comunque, nel modello che osserviamo oggi, le innovazioni che sopravvivono sono quelle che piacciono a una massa critica sufficiente di persone. Quindi difficilmente passerà qualche scelta impopolare. L’assetto culturale che saremo in grado di costruire, invece, può toccare molto da vicino le nostre vite personali. Le nostre società «fisiche» hanno impiegato diversi anni a gestire in modo efficace i servizi fondamentali: la rete viaria, la sanità, la fornitura elettrica, le tecnologie che usiamo senza quasi vederle più (gli ascensori, le carte di credito), la sicurezza. Sono tutte infrastrutture critiche che, cessando di funzionare, paralizzerebbero o quasi la nostra vita civile e produttiva.

Nel digitale, che è uno spazio culturale in cui non ci muoviamo fisicamente ma che abitiamo con pari importanza, tutti noi produciamo valore. Usiamo i bit per lavoro, per informarci, per far funzionare il nostro quotidiano. Produciamo valore economico, sociale, relazionale, affettivo. Una parte importante della nostra vita passa (e passerà sempre di più) attraverso i pezzetti di digitale che ci scambiamo e che ci abilitano a fare cose che prima non potevamo fare. Ed è un sistema che, come nella società fisica, si regge su servizi fondamentali che deleghiamo ad altri. La connettività, l’email, la sicurezza dei dati, le piattaforme che utilizziamo, gli strumenti di pagamento. Tutti questi fattori critici sono gestiti da aziende private, spesso potentissime multinazionali. É normale che sia così perchè, anche se l’inovazione parte sempre dal piccolo, per standardizzare un servizio e renderlo stabile ed efficiente per milioni di persone servono i capitali e la forza di una grande organizzazione.

La scala delle cose

Ma nella società fisica noi abbiamo decenni (in qualche caso secoli) di dialettica politica che hanno portato a dare una configurazione di garanzia al modo in cui i servizi fondamentali vengono gestiti. Nel digitale invece va inventata – forse prima di tutto immaginata – una nuova forma di partecipazione politica, un aggiornamento dei diritti del cittadino coerente con il mondo cambiato. In forma emergente questo già accade, basta ricordare la spinta popolare che si è registrata quando Facebook ha cambiato le impostazioni della privacy. Ma è necessario costruire una nuova consapevolezza più diffusa, anche e soprattutto fuori dal digitale. Se i nostri governi cominciassero a capire che il Sistema Paese si regge su questa infrastruttura – anche solo facendo un inventario di cosa non funzionerebbe più senza – probabilmente si farebbe un passo avanti.

L’accesso alle informazioni, il modo in cui vengono trattati i nostri dati, i contratti con chi ci fornisce i servizi, la connettività, ma anche l’educazione al digitale, sono variabili che possono cambiare molto la nostra vita. Aziende come Google e Facebook gestiscono la nostra memoria, la nostra rete sociale, influenzano la nostra visione del mondo. Hanno livelli di conoscenza su di noi che possono far rabbrividire se solo pensiamo a uno scenario che preveda scelte non etiche. Cosa accadrebbe se, a fronte della paura (che è sempre l’altra faccia della libertà personale) l’azienda X desse accesso ai nostri dati a un governo per ragioni di sicurezza nazionale? O come reagiremmo se, dopo aver investito denaro e tempo in una piattaforma, i proprietari cambiassero le regole del gioco, penalizzandoci, o ci inibissero l’accesso?

Comprensione

Sono solo esempi. Ma forse nel 2011 la scala delle cose che avvengono via internet e l’importanza della parte di vita che passa per il digitale ci porteranno a fare riflessioni più strutturate. Alcuni Paesi, come la Finlandia (in cui Internet è diventato un diritto civile) hanno già avviato un percorso. Ma il primo passo resta la consapevolezza da costruire, perchè probabilmente queste nostre interazioni non saranno mai completamente regolate dalle leggi: una parte importantissima di queste dialettiche sarà costruita sul rapporto tra consenso degli utenti e potere dei proprietari. Saranno vere e proprie forme di partecipazione politica, strutturate in un modo nuovo ma simili nel processo a quelle che definiamo con gli altri «luoghi» in cui costruiamo valore: le città, le regioni, lo Stato.

Io non so bene quale possa essere la via per gestire queste nuove complessità. Ma ricordo sempre una cosa che mi disse Bruce Sterling tanti anni fa: «Avremo l’Internet che ci meritiamo». E se fossi io a dover compiere una scelta, a dover scommettere su una strategia, direi che qualsiasi strada passa per una comprensione più ampia di quanto sta accadendo. Una comprensione in grado di informare le scelte politiche dei governi centrali e locali (perchè internet ha effetto soprattutto fuori dai suoi bit). Ma anche una comprensione in grado di farci progettare, usare e costruire gli strumenti di oggi e di domani tenendo ben presente che hanno molto a che fare con la nostra vita e poco a che vedere con la tecnologia di cui sono composti.


Questo articolo di Giuseppe Granieri rispetta una tradizione ormai quinquennale per Apogeonline: rileggi nel nostro archivio i suoi scenari di inizio anno sulla rete pubblicati nel 2010, 2009, 2008 e 2007

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