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L’insostenibile leggerezza della new economy

03 Ottobre 2000

L’insostenibile leggerezza della new economy

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Continuano a susseguirsi chiusure e fallimenti, anche i siti di successo cominciano a licenziare. I modelli della new economy alla prova dei fatti e dei mercati

Si è molto parlato ultimamente di due siti Internet nati sulle difficoltà delle aziende della new economy. I siti in questione, Fuckedcompany.com e Dotcomfailures.com, rappresentavano, in un qualche senso, il lato cinico del problema. Il primo offriva la possibilità di scommettere sulle start-up che sarebbero fallite per prime, mentre l’altro forniva indicazioni su come approfittare delle loro difficoltà.

Ora, ironia della sorte, sono loro stessi ad essere in crisi e a chiudere i battenti. Ryan Nitz, il fondatore di Dotcomfailures.com è arrivato al fallimento dopo soli tre mesi e una raccolta di finanziamenti di 2,6 milioni di dollari: troppo poco. Phillip Kaplan, il promotore di Fuckedcompany.com e (incredibile ma vero) anche coinquilino di Ryan Nitz, ha già messo il suo sito all’asta su eBay.

Intanto proseguono chiusure e licenziamenti tra le aziende della net economy. Il motore di ricerca Altavista ha licenziato il 25% del personale presso la sede centrale di Palo Alto: più di 200 posti di lavoro soppressi. Altavista ha anche annunciato una serie di investimenti e l’introduzione di una nuova tecnologia di ricerca di terza generazione. L’obiettivo principale per il momento, comunque, è quello di rendere remunerativo il sito limitando le spese.

Anche Starmedia, uno dei più importanti portali in lingua spagnola e portoghese, ha deciso di tagliare posti di lavoro. “Allo scopo di raggiungere i nostri obiettivi di remunerabilità con un anno d’anticipo – ha dichiarato con una discreta dose di cinismo il presidente della società, Fernando Espuelas – procederemo al licenziamento di 125 persone, cioè del 15% del personale”. L’obiettivo anche in questo caso è quello di portare il bilancio della società in pareggio nel terzo trimestre del 2001; per gli utili si vedrà.

Altro sito a tagliare gli effettivi è Food.com, che ha licenziato cento persone riducendo la propria forza lavoro del 50%. Ad andarsene sono stati anche alcuni dirigenti. Food.com è alla ricerca di un nuovo modello di business e per questo ha interpellato alcuni consulenti. Per il momento la nuova strategia si è limitata a tagliare le attività non remunerative. Curiosamente la maggior parte delle persone licenziate lavorava nell’area vendite.

In questo quadro non incoraggiante ha fatto un certo rumore il fallimento, dopo soli cinque mesi di vita, di Alidoo, un sito francese specializzato in animali da appartamento. Aperto nel mese di marzo di quest’anno – in un momento di pessimismo borsistico – ha chiuso i battenti il 24 luglio. Eppure sulla carta il futuro di Alidoo appariva roseo: i francesi amano gli animali da compagnia e nelle loro case ci sono già 8,5 milioni di gatti, 8 milioni di cani e 20 milioni di pesci rossi: un mercato molto interessante.

Dagli Stati Uniti, inoltre, arrivavano segnali incoraggianti: il sito americano Pets.com era appena andato in Borsa raggiungendo una capitalizzazione di 600 milioni di dollari. Ma i crolli del Nasdaq hanno cambiato rapidamente l’umore degli investitori. Le azioni di Pets.com sono scese da 11 a 1,5 dollari e a farne le spese è stato anche il sito francese che non ha più trovato i finanziamenti necessari per continuare l’avventura on line. Al momento della chiusura il sito contava 14 impiegati, 6.000 ospiti unici al giorno e un giro d’affari di circa 30.000 Franchi al giorno (9 milioni di lire). Jean Baptiste Cruz, fondatore di Alidoo, prima di gettare la spugna, ha incontrato 25 investitori e la risposta è sempre la stessa: “No”, nessuno credeva più nel B2C, nei siti di commercio elettronico business to consumer, ma solo nel B2B, il business to business.

Alidoo, però, non è stata affossata solo da investitori volubili, ma anche dai suoi stessi manager, che seguendo uno stile tipico delle start-up, hanno rapidamente bruciato in promozione il primo giro di finanziamenti contando di riceverne un secondo. E magari un terzo. Una politica più oculata delle spese avrebbe forse potuto salvare la start-up francese. Questo è un insegnamento che dovrebbero seguire anche molte net company italiane, infatti i finanziamenti non sono infinti, il commercio elettronico non è la gallina dalle uova d’oro e la pubblicità è, sì, l’anima del commercio, ma un eccesso di budget in marketing e promozione è pur sempre un… eccesso.

Per ulteriori informazioni: http://www.dotcomfailures.com/ http://www.fuckedcompany.com/

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