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L’Icann allo sbando

10 Giugno 2002

L’Icann allo sbando

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Dall'abbandono del suo presidente al voto di sfiducia dei DNSO (Domain Name Supporting Organization), passando per le petizioni di varie associazioni e le proteste di alcuni parlamentari americani, il "governo della Rete" non è ormai che l'ombra di se stesso

Con le dimissioni annunciate dal suo presidente, Stuart Lynn, e l’addio, anche questo già annunciato, il primo luglio, del suo vice presidente, Andrew Mc Laughlin, il futuro dell’Icann (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers) non è mai stato così incerto. L’impressione è, ormai, che l’organismo incaricato di “governare” Internet abbia fallito la sua missione.

Nel 1998, l’Icann si era visto attribuire dal ministero del Commercio statunitense la gestione del “root server americano” e delle estensioni dei nomi di dominio di primo livello.com,.net e.org. Nel corso degli anni, l’Icann aveva anche deciso – a detta di molti con una certa leggerezza – di dare vita a sette nuove estensioni; l’operazione, promossa con lo scopo di mettere un po’ d’ordine e dare nuova fiducia nella gestione dei domini, si è rivelata un autentico fiasco, dal punto di vista commerciale e giuridico. Spesso criticata per la sua opacità, l’organizzazione aveva anche acconsentito a indire, nell’autunno del 2000, le prime elezioni mondiali di Internet, aperte a tutti gli utenti della Rete. Con questo scrutinio l’Icann cercava di accrescere la propria rappresentatività, anche grazie all’elezione di nove nuovi membri nel “Committee At Large”.

Durante lo scorso mese di marzo, però, si è verificato il primo colpo di scena: durante una riunione ad Accra, nel Ghana, il presidente dell’Icann, Stuart Lynn, ha proposto di fare un passo indietro, abolendo questa nuova rappresentanza scaturita dalla urne, per rimpiazzarla con un nuovo consiglio d’amministrazione composto principalmente da uomini d’affari e da rappresentanti del governo americano. Una proposta che ha subito suscitato una gran quantità di proteste; tra le quali quelle di un certo numero di parlamentari del Congresso che denunciavano la deriva antidemocratica che l’Icann stava imboccando. “Se ne sa di più dell’elezione del Papa da parte dei cardinali – aveva detto all’epoca uno di loro, Edward Markey, del Partito democratico – di quello che succede all’interno dell’Icann”.

La scorsa settimana, di fronte alle proteste, Stuart Lynn aveva annunciato le sue dimissioni al termine di una riunione il cui contenuto è rimasto segreto. A dimostrazione che la fronda si estende anche all’interno dell’organizzazione e non è limitata a persone esterne all’Icann. Inoltre, l’assemblea generale del DNSO (Domain name Supporting Organization), composta dai gestori dei nomi di dominio nazionali, ha votato per una riassegnazione delle competenze dell’Icann da parte del governo americano.

Questo voto di sfiducia (148 a 54) coincide con una petizione lanciata recentemente da 13 associazioni americane, tra cui l’ACLU (American Civil Liberty Union), la CFA (Consumer Federation of America) e l’EFF (Electronic Frontier Foundation). Tutte chiedono la stessa cosa: che le competenze dell’Icann vengano riassegnate. Ce n’è abbastanza per vedere nero nel futuro di questa organizzazione che andrebbe, quanto meno, profondamente rifondata.

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