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Libri e biblioteche: specie in via d’estinzione?

30 Maggio 2005

Libri e biblioteche: specie in via d’estinzione?

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Spariscono i volumi in alcune università USA, mentre procede il progetto "Google Print", pur se con idee da chiarire

Oxford, Harvard, Stanford, University of Michigan, New York Public Library: questi i partner iniziali del progetto “Google Print“, la conversione di milioni di libri in comuni pagine web. Annunciata a inizio anno, l’iniziativa è stata salutata con entusiasmo da bibliotecari, studiosi, perfino attivisti. E una recente panoramica della Technology Review del MIT ne illustra dettagli operativi, non tutti ancora ben definiti. Secondo Brewster Kahle, fondatore dell’ente non-profit Internet Archive, “la mossa di Google dà legittimità all’idea stessa della digitalizzazione su larga scala”. In questi mesi sono stati indicizzati qualcosa come otto miliardi di pagine Web, a conferma della concreta possibilità di concludere la prima fase di scanning nel giro di qualche anno. Capitalizzando sulla fama acquisita come top search engine, Susan Wojcicki, leader e manager di Google Print, spiega: “…è qualcosa di simile agli altri progetti dell’azienda, siamo bravi a maneggiare grandi quantità di dati”.

Intanto però non va sottovalutato il fatto che trattasi di processo laborioso e costoso, almeno per ora. Vanno considerati eventuali danni al libro cartaceo, la scarsa flessibilità delle attuali macchine-scanner, il successivo lavoro sui file digitali, tra compressione, archiviazione, opzioni di ricerca e così via. Qualcosa che oggi costa fino a 30 dollari a libro, sperando di scendere quanto prima a 10 dollari, anche se è ancora presto per trasformare la digitalizzazione dei volumi in un vera e propria catena di montaggio. Altrettanto nebulose rimangono le modalità d’accesso per i lettori del futuro: il tutto diverrà di pubblico dominio, come per le comuni biblioteche? Oppure Google & co. seguiranno le orme dell’opzione “Search Inside” di Amazon? O altre soluzioni non proprio aperte? Tipo quella di Corbis, super-archivio di immagini lanciato da Bill Gates a inizio anni ’90, in collaborazione con i maggiori musei del mondo: non di rado per usare quelle riproduzioni digitali occorre pagare, pur se il materiale originale è di pubblico domino.

In ballo ci sono, ovviamente, le attuali e pesanti restrizioni sul diritto d’autore. Questione annosa dove si pone, ad esempio, l’obiettivo dello stesso Internet Archive: la digitalizzazione di libri, film e musica ormai fuori catalogo e non più ristampati onde impedire la “scomparsa del passato”. In questo caso il progetto si avvale dell’apporto di enti quali la Library of Congress, lo Smithsonian Institute e alcune biblioteche internazionali, e del sostegno economico di svariate aziende high-tech, incluse Alexia Internet e Hewlett-Packard, oltre che di singoli donatori. Dalla nascita nel 1966 ad oggi, l’Internet Archive ha raccolto 60.000 testi digitali, 21.000 concerti di musica dal vivo, 24.000 video file. Tutto materiale liberamente disponibile, così come Kahle si augura accada anche al risultato finale del progetto Google Print, pur se al momento i vari partner non hanno ben definito le policy pubbliche successive alla fase di digitalizzazione.

Nel frattempo, prosegue in USA il trend verso la scomparsa delle tradizionali biblioteche universitarie, o forse meglio, alla loro re-impostazione per far fronte alle sfide dell’era elettronica. A partire da luglio, gli studenti undergraduate della University of Texas ad Austin consulteranno un “24-hour electronic information commons” al posto dei 90.000 volumi della locale biblioteca. Analoghe manovre sono state avviate nell’ultimi anni da istituti californiani, oltre che alla Emory University, the University of Georgia, the University of Arizona, University of Michigan, e, appunto, la University of Houston. Attenzione però: non si tratta di buttar via la conoscenza e le informazioni contenute in quei testi. I quali verranno spostati in altre aree meno frequentate dei campus, mentre dizionari ed enciclopedie rimarranno comunque al loro posto. Nello spazio così liberato saranno installati dei “learning laboratories”, con tanto di personale esperto nell’uso di Internet, centri per alfabetizzazione informatica, computer modulari dove gli studenti potranno lavorare in modo collaborativo per ore.

Non sembra dunque il caso di preoccuparsi troppo. Meglio anzi mettersi al passo con la velocità e la diversificazione imposte dal modello digitale. Lo ribadisce Geneva Henry, direttore esecutivo della similare iniziativa avviata da un’altra prestigiosa università texana, la Rice University di Houston. “Oggi la biblioteca non è tanto uno spazio dove ci sono dei libri, quanto piuttosto un’area per la condivisione delle idee, dove ritrovarsi e conversare”. Non a caso la gran parte degli studenti preferisce fare ricerche direttamente online, o nei sistemi informatici dei campus, finendo per mettere insieme materiali di varie fonti e formati (relazioni stampate, DVD, file audio, etc.). Un mutamento in atto che coinvolge in prima persona gli addetti ai lavori, per lo più positivi sulle nuove tendenze. Anche se il loro ruolo dovrà necessariamente farsi polivalente, dall’aiuto nelle ricerche alla consegna dei materiali. Spiega Sarah Thomas, bibliotecaria presso la Cornell University Library di Ithaca, Stato di New York: “Ciò non significa che i libri cartacei scompariranno. Naturalmente, sono qualcosa di sacro. Ma dovremo sempre più far arrivare i materiali agli utenti, anziché aspettare che questi ultimi vengano a prenderseli in biblioteca”.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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