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Libertà online tra royalty e copyright

21 Ottobre 2002

Libertà online tra royalty e copyright

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Ancora problemi per le net-radio, rinviato il processo a Dmitry Sklyarov.

Gli utenti statunitensi non vedono l’ora di abbracciare la tanto attesa banda larga. Ma pur trattandosi di un fenomeno in crescita, non è affatto certo ciò possa imporsi a livello di massa. Pur se ovviamente molti ci sperano ardentemente per il giro di dollaroni comunque previsto. E mentre ci si prepara al lancio di siti a pagamento per il download di filmati vari o si sperimenta sul via cavo riversato online, le trasmissioni radio via Internet rimangono affette da grossi problemi. Trattasi, meglio, di accese polemiche intorno alle royalty previste per i webcaster, questione nata sulla scia del nefasto Digital Millennium Copyright Act e che, dopo essersi trascinata per mesi, sembra offrire ora dei retroscena ancor più preoccupanti.

Il Congresso USA deve tuttora stabilire se e quali tariffe definitive imporre a tali radio, dopo la revisione di varie proposte e un ultimo rilancio della Library of Congress. Punto sostanziale, tuttavia, è che qualunque decisione finirà per provocare la scomparsa di parecchie emittenti, quelle nonprofit, di nicchia, con qualche decina di ascoltatori al giorno. Un insieme di webcaster che raggiunge facilmente le migliaia di unità e per le quali la trasmissione sul web rappresenta l’unica possibilità di veicolare a bassi costi dei contenuti altrove irreperibili. Negli scorsi mesi costoro hanno sostenuti gli sforzi di un’apposita associazione, la Voice of Webcasters, nelle campagne di sensibilizzazione verso parlamentari ed ascoltatori in tal senso. Un fronte alquanto unito, bruscamente rotto nelle ultime settimane da un ristretto gruppo di emittenti commerciali che si è mosso dietro le quinte onde raggiungere un compromesso ad hoc con la Recording Industry Association of America (RIIA). Ne è nato un disegno di legge (HR.5469), ora davanti al Senato, il quale non considera affatto i problemi della maggioranza delle web-radio. A queste verrebbe infatti confermato il pedaggio delle “performance royalty”, che ne costringerebbe parecchie alla chiusura — fino al 96 per cento delle attuali, secondo alcune fonti.

Da notare che per anni la RIAA ha tentato d’imporre simili tariffe alle net-radio, soprattutto con la scusa che queste consentirebbero agli utenti di fare “perfette copie digitali” della musica trasmessa, anche se la cosa appare tutt’altro che verosimile quando gran parte trasmettono a 32kb. L’imposizione non viene comunque estesa alle comuni emittenti terrestri, mentre tutti devono pagare le “publishing royalty” a ASCAP e BMI, cosa cui adempiono regolarmente anche i webcaster. Stavolta, mentre si lavorando su un paio di paragrafi per consentire la proroga di sei mesi per l’entrata in vigore del nuovo dazio, 13 stazioni commerciali aderenti alla Voice of Webcasters e la stessa RIIA hanno invece stilato un nuovo piano di 30 pagine che annulla ogni azione retroattiva e faciliterebbe le inserzioni pubblicitarie. “Per i piccoli webcaster commerciali è un buona trovata,” spiega Frank Coon, gestore di Hound Dog Radio, che trasmette bluegrass & country da Stone Mountain, Georgia. “Ma non prevede alcun aiuto per il restante 96 percento, e se non facciamo qualcosa entro il 20 ottobre, queste potrebbero restare mute.” Con circa 200 ascoltatori, infatti, Hound Dog Radio è troppo grande per essere ritenuta un’emittente amatoriale, ma rimane impossibilitata a sostenere le tariffe previste. Rincara la dose Kevin Shively, ideatore di Beethoven.com, inizialmente favorevole al compromesso con RIAA: “La proposta, pur riuscendo ovviamente a salvare alcune aziende dall’estinzione, crea un ambiente pericoloso per il futuro dell’industria. In realtà, rende talmente difficile ottenere dei guadagni che sto seriamente considerando se sia o meno il caso di proseguire.”

Al momento, la situazione appare a dir poco confusa. Qualcuno sostiene che se il HR.5469 dovesse passare, il successivo scenario delle net-radio risulterebbe drasticamente diverso dall’attuale. Nel caso invece di una bocciatura, i webcaster si sentirebbero comunque traditi, innanzitutto da un gruppo di stazioni chiamato a rappresentarli. Ma la seconda ipotesi lascia almeno la speranza di poter rivedere l’intera questione, onde salvare quest’importante fetta della comunicazione indipendente online.

Un altro rigurgito del Digital Millennium Copyright Act (DMCA) riguarda infine il processo contro il programmatore russo Dmitry Sklyarov e il CEO di ElcomSoft, Alex Katalov. Come si ricorderà, il caso scoppiò nell’estate 2001, quando gli agenti dell’FBI arrestarono Sklyarov mentre illustrava ad un meeting hacker di Las Vegas un proprio software in grado di scardinare le protezioni degli eBook messe a punto da Adobe Systems. In pratica si tratta del primo processo per reati specificamente previsti nel DMCA, la cui udienza era prevista per lunedì scorso presso la corte di San Josè, California. Un processo atteso da molti, quindi, che però è stato rimandato al prossimo due dicembre per problemi di visto. Per ragioni non meglio specificate, l’ambasciata statunitense in Russia ha negato ai due imputati il visto d’ingresso negli USA. Lo stesso procuratore generale ha dichiarato di star lavorando con le agenzie d’immigrazione per risolvere ogni problema, proprio in vista di una condanna “esemplare” per Sklyarov e Katalov. L’avvocato difensore, ha invece preannunciato una mozione d’archiviazione, vista e considerata l’assenza forzata dei due.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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