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L’eredità del Grande Fratello

05 Gennaio 2001

L’eredità del Grande Fratello

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La convergenza (non solo) digitale è la grande novità tecnologica. La distribuzione del non-contenuto è multi-mediale. Gli autori de Il Grande Fratello hanno involontariamente dimostrato che la rete non è patrimonio esclusivo di Internet

Il Grande Fratello ha mutato notevolmente il piatto scenario televisivo. Un cambiamento non esaltante, secondo molti. Costoro considerano Il Grande Fratello una trasmissione senza contenuti culturali: un incubo ben più grave di quello orwelliano. E ovviamente non è bastato un cestino di libri a elevare il livello della trasmissione.

Indubbiamente Il Grande Fratello non trasmette contenuti. Non esiste un messaggio da comunicare, non esiste una storia pre-stabilita 0.

Attenzione, però, affermare che Il Grande Fratello non trasmette contenuti è assai diverso dal sostenere che non ne abbia. Il contenuto de Il Grande Fratello esiste, ed è facilmente individuabile.
Un incitamento all’avarizia, alla rinuncia del vivere liberamente a favore di un premio finale terribilmente capitalistico? Un esempio di come la nostra vita avrebbe potuto essere in un regime totalitario? Niente di tutto questo, ovviamente. Il contenuto de Il Grande Fratello è lo spettatore. Il senso de Il Grande Fratello è lo spettatore. Il fine de Il Grande Fratello è lo spettatore. Tesi sostenibile a due livelli.

Il primo, il più banale, sottolinea che i riflettori sono puntati sulla vita quotidiana del fruitore, cercando di riprodurre nella fiction ciò che in ultima analisi è reale e (spesso) banale. L’eroe de Il Grande Fratello non è la spia americana che spara a destra e manca e fa l’amore con donne da sogno. L’eroe è la banalità del quotidiano. Un gioco di ruoli in cui lo spettatore può identificarsi, le classiche situazioni-categorie (il triangolo, l’amore non corrisposto, la furbizia ripagata) che ognuno di noi – purtroppo – sperimenta nella vita di ogni giorno.

La quotidianità è l’elemento principe ed è espressa nelle sue innumerevoli sfumature dai diversi personaggi. Ogni eliminazione costringe il gruppo a ripensare i rapporti reciproci e a modificare il proprio comportamento in modo da reintegrare il ruolo della persona eliminata e permettere nuovamente allo spettatore l’identificazione. Se avete guardato con attenzione probabilmente avrete notato negli occhi dei superstiti i riflessi della seducente Marina. Questa ragazza, anche se fisicamente assente, è stata presente nei ricordi degli “attori di se stessi” e – qui si attiva il secondo livello – nei discorsi degli spettatori.

Marina ha diviso la città d’origine (Messina) in due fazioni: detrattori e sostenitori. Al primo gruppo appartiene Tommaso, secondo il quale Marina “la lasciva” esprime un’immagine negativa della città, percepito come ricettacolo di donne poco serie. Invece, per la casalinga Giacomina, Marina: “dimostra di essere una donna emancipata, confutando l’immagine stereotipata e distorta della sicula col fazzoletto nero in testa: chiusa, remissiva e sottomessa alle tradizioni maschiliste”.

La diatriba, che si è propagata in tutta Italia, induce una pericolosa riflessione di fondo. L’aspetto sostanziale de Il Grande Fratello è proprio il non produrre e trasmettere contenuti bensì nell’attivarli. Il vero produttore di contenuti è il pubblico, che – se ben stimolato da situazioni tipiche – ricama e interpreta ciò che vede, proiettando parte di sé, del proprio ruolo e delle proprie aspirazioni.

Il contenuto del Grande Fratello non è altro che il gossip socialmente inteso, ben espresso dal dialetto di Marina: pettegolezzo in siciliano si dice “Curttigghiu”. Il termine richiama etimologicamente “la corte” del ‘500 – tessuto di relazioni bivalenti – o pragmaticamente il “cortile” – luogo e metafora entro la quale si svolge la comunicazione sociale.

Dire che il contenuto de Il grande Fratello è il suo pubblico, significa ammettere un importante cambiamento del circuito mediatico: il pubblico non è più fruitore passivo 1 ma costituisce una rete di (ri)produttori di contenuti.

La funzione del mezzo – in questo caso – consiste nel chiedere una reazione del pubblico, nell’attivare un processo di formulazione del messaggio da parte dei fruitori. Tutto ampiamente teorizzato ben 36 anni fa dal mass-mediologo Marshall McLuhan, che anzi estende il concetto a tutti i media in genere 2: “The medium is the message”.

Nel caso de Il Grande Fratello, però, non siamo di fronte ad un solo medium. La novità tecnologica della trasmissione risiede nella convergenza di canali differenti. Si va dalla televisione analogica a quella digitale (attraverso Stream), dalla radio al cellulare (per poter ascoltare sempre ciò che accade nella casa), passando per Internet.

La convergenza (non solo) digitale è la grande novità tecnologica. La distribuzione del non-contenuto è multi-mediale 3. Gli autori de Il Grande Fratello hanno – forse involontariamente – dimostrato 4 che la rete non è patrimonio esclusivo di Internet. Quali saranno le conseguenze dell’eventuale affermarsi della distribuzione pervasiva tramite la convergenza di medium diversi?

Che questo effetto di partecipazione sociale sia il prodotto di questa particolare modalità di trasmissione?

Aspettando un nuovo McLuhan, è bene quanto meno porsi il problema.

[0] E se anche esistesse – come sostengono i maligni – si tratterebbe di uno striminzito abbozzo di copione, aperto all’interpretazione e al caso, assolutamente lontano dai vincolanti script cinematografici.

[1] Se mai lo è stato. Una scuola di pensiero che si sta sempre di più affermando in ambienti universitari grazie a personalità di sicuro spessore sostiene l’inadeguatezza del determinismo mediatico. La tecnologia non ci vincola a priori, non ci trasforma se non nella misura in cui lo permettiamo. Sebbene attualmente non condivida tale tesi, la sto studiando approfonditamente. Se ne riparla nel prossimo futuro.

[2] In effetti la questione andrebbe approfondita maggiormente, identificando livelli e limiti entro i quali la tesi di McLuhan è vera.

[3] È evidente che l’accezione considerata è dissimile da quella normalmente tributata a questo stra-usato vocabolo.

[4] Molti sono stati sorpresi dall’esistenza di un’applicazione del concetto di RETE svincolata da Internet. La grande rete è si coinvolta, ma non in maniera centrale.
Stupore fuori luogo: le reti non sono solo tecnologiche, ma anche, e soprattutto, umane. Come sostenne giustamente Derrick De Kerckhove dopo un soggiorno a Napoli. Esistono anche reti sociali create non da strumenti di comunicazioni ma da semplici prodotti. È poco noto il caso del produttore di gomme da masticare americano che decise di allegare ad ogni confezione una card con l’effige dei giocatori di baseball. Ben presto le “figurine” crearono una vasta rete di rapporti sociali tra i giovani. Un circuito di diffusione di informazioni sui soggetti delle card (più o meno quotati) creò un vero e proprio mercato, di cui le figurine divennero preziosa “valuta sociale”. L’enorme successo assicurò alle figurine una produzione propria, svincolata dalle gomme da masticare. Spesso si impara di più accompagnando i propri figli a scuola piuttosto che leggere certi manuali di cyber pensatori.

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