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Le Web 3, la Rete si analizza

14 Dicembre 2007

Le Web 3, la Rete si analizza

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Successo a Parigi per Le Web 3, diventata in pochi anni una grande manifestazione sulla Rete mondiale. Molti gli interventi e qualche preoccupazione: siamo dentro a una nuova bolla?

Da Le Web 3 ci si aspetta sempre molto. Loïc Le Meur ha iniziato quattro anni fa a radunare persone da tutto il mondo per discutere di blog, e ha esteso nel tempo la conversazione all’intero web. Oggi Le Web 3 è uno degli eventi più importanti per gli addetti ai lavori. Una di quelle manifestazioni alle quali bisogna essere presenti, se non altro per fare un giro a Parigi. Organizzato quest’anno all’interno di Les Docks, un complesso di studi televisivi e uffici che Marc Augé non esiterebbe a definire non-luogo, Le Web 3 non si risparmia dal punto di vista dell’immagine. Tre capannoni ospitano l’evento, il più grande dei quali ospita l’auditorium delle sessioni plenarie, mentre gli altri due sono dedicati al “networking” (il che, mi sembra, sa molto di Barcamp) e alla start-up competition, che vede sfidarsi una serie di aziende web, in uno stile decisamente californiano. E Loïc Le Meur, non ci sono dubbi, strizza spesso e volentieri l’occhio agli States, intervallando i talk con luci colorate e musica techno e presentandosi sul palco con un piglio molto informale e conversazionale, molto diverso quindi dalle spesso ingessate conferenze nostrane.

In realtà è solo una confezione migliore (a dirla tutta anche un po’ pacchiana) che racchiude uno schema classico: qualcuno parla, la platea ascolta. E a volte si annoia e si rifugia nella hall per un caffè o nella zona networking per cogliere l’occasione di parlare con i mostri sacri del web internazionale. Intanto nelle sessioni plenarie si fa il punto sulla Rete, non disdegnando un po’ di pubblicità per questo o quello sponsor. Ci si chiede, per esempio, quale sia il lato oscuro di Internet, dove finiscano il valore e la privacy quando tutti sono produttori di contenuti. Le risposte arrivano, e sono esattamente quelle che ci si aspetta: la Rete è lo specchio della società, ripetono quasi in coro Dan Rose di Facebook, Jaewong Lee di Daum Communication e Chris Alden di Six Apart, e l’autoregolamentazione arriva dai costi sociali del doversi ricreare un’identità e ricominciare da capo. Nel momento in cui si è presenti in Rete con un’identità consolidata i problemi spariscono, perché questa identità è gestita esattamente come quella reale. Non ci sono differenze. Il punto di partenza è considerare Internet non solo come uno spazio di pubblicazione, ma soprattutto come uno spazio sociale.

Gli interventi di Evan Williams (Twitter) e Kevin Rose (Digg) spostano la discussione su modelli di business e sul mondo delle start-up. Il primo parla dell’esperienza di Twitter e di come, semplicemente togliendo feature, si possa arrivare a un servizio completamente nuovo. Twitter è senza dubbio un’applicazione di grande successo, ma a quanto pare manca ancora di un business model ben definito. Il che non sembra un problema per Kevin Rose, consolidato imprenditore della Rete. Kevin oggi è coinvolto in tre realtà: Digg, Revision 3 e Pownce, tutte in grado di sopravvivere senza troppi patemi grazie alla pubblicità. Il problema non è trovare il giusto business model, anzi, nell’economia della Rete i profitti rappresentano addirittura di un fattore secondario. Piuttosto bisognerebbe evitare di inondare il mercato di servizi-fotocopia che non aggiungono valore e che per questo difficilmente attirano gli investitori. Sarebbe meglio invece pensare a lungo termine, sviluppare un’idea davvero innovativa e rivolgersi ai venture capitalist solo quando questa è in grado di reggersi sulle sue gambe. Una strategia che sembra semplice, ma che è quasi irrealizzabile in Europa. Kevin Rose ammette che nella Silicon Valley tutto è più semplice proprio per l’ambiente molto creativo e che favorisce l’incontro tra le varie realtà della tecnologia.

Ma davvero la pubblicità è l’unica risposta possibile per il sostentamento delle applicazioni Internet? Non tutti ne sono convinti, a cominciare da Jason Calacanis, che si scaglia contro lo spam imperante in Rete. Con il termine Calacanis non indica solo la pubblicità indesiderata che intasa le caselle mail di tutto il mondo, ma tutto ciò che è contenuto non pertinente, dagli spam blog agli ad di Google, che infastidiscono e limitano le possibilità di ricerca. Ma è Doc Searls, coautore del Cluetrain Manifesto a decretare la fine dell’advertising. A cominciare proprio dagli AdSense di Google. Il classico processo produttivo, al tempo di Internet, sembra così destinato a frammentarsi in una costellazione di eventi, non tutti diretti a massimizzare il profitto: secondo Searls, il business del ventunesimo secolo deve passare dal concetto di catena a quello di costellazione. Non più, quindi, processi produttivi verticali, ma eventi collegati tra loro che possono generare guadagni in modi inaspettati: la serendipity applicata all’economia.

Durante la due giorni parigina c’è anche spazio per ascoltare le parole di un guru del design. Philippe Starck, in giacca da motociclista e pantaloni di pelle scandisce visioni del futuro con un forte accento francese. E il mondo del design sembra appropriarsi dei mantra del web sociale. Secondo Starck gli oggetti devono svuotarsi degli inutili orpelli per essere vicini alle reali necessità delle persone e devono essere onesti e trasparenti. Anche gli oggetti, insomma, sono conversazioni. Divertente il siparietto al termine dell’intervento: Robert Scoble ha mostrato al designer il suo Amazon Kindle chiedendo cosa ne pensasse. E le dichiarazioni di Starck non sono state proprio tenere: per il designer si tratta di un oggetto appena uscito dagli anni ’80, per di più scarsamente usabile.

Durante le conversazioni nelle sale dell’evento la parola più ripetuta è stata “bolla”. Le astronomiche valutazioni di Facebook hanno suonato come un campanello d’allarme nelle orecchie degli imprenditori del web, che ora si chiedono se l’interesse intorno al mondo delle start-up non sia eccessivo e stia gonfiando artificialmente le cifre investite. Dal mondo dei venture capitalist, però, si percepisce ancora una certa cautela: le 37 realtà che hanno partecipato alla startup competition sono state duramente bacchettate dai giudici, che hanno riscontrato poca innovazione e una scarsa capacità nel presentare le idee. La vittoria è andata a Goojet, azienda francese che si occupa di servizi integrati tra web e dispositivi mobili, e che curiosamente figura tra gli sponsor della manifestazione.

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