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Le regole del web sociale

19 Settembre 2007

Le regole del web sociale

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Poche, ma buone. Con Open Social Web, negli Stati Uniti prende piede il dialogo su come mantenere aperte e trasparenti le reti sociali (e l'intera Internet)

«Affermiamo pubblicamente che a tutti gli utenti del social web vanno riconosciuti una serie di diritti fondamentali; e specificamente: la proprietà dei dati personali, inclusi i propri profili, gli elenchi di altre persone a cui sono collegati, il flusso dei contenuti da essi creati; il controllo sulla possibilità e le modalità di condivisione di tali dati con terzi; la libertà di garantire accesso continuato ai dati personali a siti esterni fidati».

Sono i principi base della carta dei diritti degli utenti del web sociale, almeno per come li vedono quattro pionieri e quotati “insider” del Web 2.0: Joseph Smarr, Marc Canter, Robert Scoble, Michael Arrington. Lanciato formalmente da pochi giorni, questo Bill of Rights sui generis condensa preoccupazioni da tempo in circolazione online e punta a tutelare gli interessi dei milioni di persone che partecipano variamente ai social network, spesso ignorando o sottovalutando simili faccende – a tutto vantaggio dei grandi business che manovrano simili reti.

Non a caso la seconda parte del documento – anzi del post sull’apposito blog Open Social Web, e in quanto tale “work-in-progress” continuo – si rivolge direttamente ai «siti che sostengono tali diritti», i quali dovranno garantire fra l’altro agli utenti la possibilità di ridiffondere a piacimento (syndicate) i propri materiali al di fuori del sito stesso e di avere link nei profili personali che rimandano a risorse esterne. Altri aggiungono ulteriori aspetti da rispettare, tipo la massima trasparenza su policy e comportamenti dei gestori dei siti.

Come spiega bene Joseph Smarr, si tratta di porre l’accento sulla necessità di tenere “open” i siti di social media, suggerendo loro di implementare «poche cose in termini di apertura sia a livello tecnico che dimostrando lo spirito giusto», in modo che il resto venga un po’ da sé, dai contenuti originali al successo commerciale. «Per qualcuno assegnare la proprietà e il controllo agli utenti può sembrare folle», scrive Smarr. «Ma da anni la nostra esperienza con Plaxo, come custodi indirizzi e dati personali per milioni di persone nel mondo, suggerisce che le policy centrate sugli utenti sono positive sia per il business che per gli stessi utenti».

Eppure non tutti la pensano così, inclusi i quadri di Facebook, in questo periodo sulla cresta dell’onda più di altri. Da quando ha aperto al pubblico web le registrazioni, autunno 2006, vanta oltre 31 milioni di utenti attivi, con una media superiore ai 100.000 nuovi abbonati quotidiani e una crescita settimanale del 3%, con in testa gli over 25, che hanno superato lo zoccolo duro degli studenti universitari. In Usa, è il sesto sito per il traffico e il numero uno per il photo-sharing. Una corsa al sorpasso nei confronti del consolidato MySpace e in attesa dell’imminente arrivo di un altro gigante, Yahoo! Kickstart, oltre al nugolo di agguerriti rivali sempre alle calcagna.

Eppure non è un mistero come questi grandi nomi si pongano spesso alla stregua di giardini dorati ma iper-recintati – quei “walled garden” in cui è più facile che la gente venga usata, anziché il contrario come sembrerebbe di primo acchitto. E dove, una volta creatasi tutta una serie di contatti e relazioni personali, diventa praticamente impossibile uscirne. I costi di emigrare altrove diventano pesanti, soprattutto a livello sociale. Ai salti mortali necessari per chiudere il l’account, sempre su Facebook, se e quando ci si riesce. Oppure la recente policy che rende (parzialmente) pubblici i profili dei propri utenti anche dall’esterno del proprio network. Decisione mirata sì all’aumento di esposizione e traffico, ma che porta con sé grossi interrogativi sulla privacy e sui potenziali abusi di marketing, visto che il maggiore asset di tali siti sono proprio i profili demografici e comportamentali degli iscritti.

Per molti versi questa situazione non è molto dissimile da quella di America Online, quando nell’anno di grazia 1994 (allora al terzo posto per numero abbonati in Usa, dietro Compuserve e Prodigy) prese a sviluppare una serie di potenti funzioni e servizi basate su una piattaforma del tutto chiusa e proprietaria – conquistando rapidamente milioni di utenti, soprattutto nella fascia consumer, ma (notoriamente) isolandosi e isolandoli rispetto al mare magnum di Internet.

Ecco perché invece da più parti oggi si auspica e si lavora alacremente alla creazione di applicazioni aperte da integrare all’interno dei vari social network, onde consentire quantomeno ai singoli di stabilire i vari permessi di accesso ai propri materiali e il diretto controllo sulla privacy. Al contempo, iniziative ad ampio raggio, come questa sorta di “manifesto” sull’Open Social Web, hanno il merito di animare il dialogo fra gli utenti e coinvolgere le aziende interessate su questioni tutt’altro che effimere.

Funzionerà? Pare di sì, visto il volume dei commenti in arrivo continuo, i pronti rilanci nella blogosfera, le discussioni dal vivo al recente Data Sharing Summit californiano. Sembra questo un momento importante per garantire e mantenere il web sociale ben aperto, trasparente. E con esso l’architettura stessa della Rete.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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