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Le comunità di seconda generazione

08 Giugno 1999

Le comunità di seconda generazione

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Il 22 giugno, a Sesto S. Giovanni, si terrà il primo convegno al mondo che farà incontrare i protagonisti delle "community networks" italiane e internazionali, con quelli del Free-software e dell'Open Source. Si parlerà di Linux, Apache, Java, ma anche di come rispondere al modello centralistico dei grandi portals americani.

La Sun Microsystems ha una strana caratteristica. Nei suoi più grandi annunci, quelli che definiscono nuovi standard per l’intero pianeta Internet, tende ad essere riduttiva. Così fece quattro anni fa, quando presentò Java. All’inizio fu lanciato come un linguaggio al più, buono per scrivere programmini (applets) per vivacizzare e rendere più ricche le pagine Web. E solo pochi osservatori, allora, si presero la briga di leggere per intero i documenti tecnici di Java per scoprire che si trattava di ben di più. Ovvero di un ambiente di programmazione a oggetti completo, superiore al C++ e capace di lavorare su tutta la rete indipendentemente dai sistemi operativi, e di inviarvi non solo dati ma anche interi programmi.

Lo stesso oggi sembra succedere per il nuovo nato in casa Sun, e discendente diretto di Java, ovvero Jini. La Sun lo presenta come un ambiente software di rete prevalentemente adatto a collegare, su base locale, periferiche e dispositivi “intelligenti” (ovvero stampanti oppure telecamere con software Jini incorporato e, quindi, capaci di essere immediatamente usate da utenti o da altri sistemi dotati dello stesso software). Ma attenzione: esattamente come successe per i primi annunci di Java quattro anni fa, questo “posizionamento” di Jini è volutamente prudente, esplicitamente riduttivo.

Vediamo perché. Jini è in realtà un sottoinsieme di Java costruito intorno a un protocollo (Rmi) che consente ad ogni “oggetto software” Java di interagire con altri oggetti Java. L’architettura di Jini usa l’Rmi per far comunicare i suoi client con i server. I primi sono gli “agenti”, ovvero i software che fanno funzionare le apparecchiature (per esempio che fanno stampare le stampanti…), i secondi sono i “lookup servers” che registrano agenti e servizi, li presentano agli utenti (oppure ad altri sistemi Java presenti sulla rete), assicurano la loro utilizzabilità.

Per dare un’idea di ciò che Bill Joy (il massimo tecnologo di Sun) e il suo gruppo di Aspen (Colorado) hanno creato con Jini basti dire che ogni “lookup server” (un piccolo software di pochi kilobyte di istruzioni Java) “può gestire fino a diecimila agenti-servizi”, ha detto Ken Arnold, in occasione della conferenza per sviluppatori tenutasi a Parigi in occasione del symposium Java europeo della settimana scorsa. Ma c’è di più: “ogni lookup server può replicarsi automaticamente in ogni rete (anche Gsm) con altri suoi simili, così da “propagare” i servizi Jini quanto si vuole”.

Servizi che possono essere ben più ampi dei soli elettrodomestici intelligenti. Jini, per esempio, può servire per “descrivere” l’identità di un utente di rete. I suoi gusti, le sue preferenze in tema di comunicazione o di informazione, i suoi comportamenti abituali e persino i servizi che l’utente stesso può offrire, e non solo ricevere dalla rete. Questo “super-profilo” (o agente personale) può risiedere su una carta Java nel portafogli o dentro il telefonino, magari criptata e con firma elettronica legale.

In qualunque luogo o punto della rete ci si trovi, attivandola, la carta può immediatamente “pubblicare” il suo profilo (o le parti che ritiene opportune) ai fornitori di servizi (portali, comunità, venditori elettronici di ogni tipo). Per esempio: sbarcato, mettiamo, a San Francisco, l’utente inserisce la carta Jini e trova subito una comunità o un portale che gli invia notizie sugli argomenti di suo interesse, inclusi contatti con utenti locali disposti a chiacchierare o a stabilire un incontro con lui.

“Si potrebbe pensare, in futuro – dice Bill Joy – a mettere in un anello Java queste “identità di rete” immediatamente riconoscibili”. Che avrebbero un effetto rivoluzionario sulla Internet di oggi, dominata dai grandi portali (Yahoo, Excite…) con milioni di utenti registrati e altrettanti “profili” creati centralmente (spesso all’insaputa degli utenti stessi), necessari per personalizzare i business di pubblicità e di commercio elettronico. Con Jini, invece, il profilo può divenire personale, ciascuno controllato e protetto da milioni di utenti (e quindi molto più sicuro, in alternativa a un solo database centralizzato).

Si può persino arrivare allo sviluppo di autentici “portali personali mobili”, a comunità su misura, ad applicazioni e servizi di comunicazione tra persone oggi nemmeno immaginabili. “Sono implicazioni di cui ci rendiamo ben conto – ammette John Cage, direttore scientifico della Sun e braccio destro di Joy – ma, per ora, abbiamo preferito mettere l’accento solo sulle reti domestiche, sull’hardware Jini e sui servizi più tradizionali. Qui stiamo creando delle solide comunità di imprese attive su Jini, dai produttori di elettrodomestici fino agli Internet service providers. Sarà poi il mercato stesso a scoprire il reale potenziale di questa tecnologia”.

Che è piuttosto alto, stando almeno ai diretti artefici dell’ambiente: “Con Java e Jini – dice Joy – stiamo lavorando per un intero rovesciamento della concezione di Internet e della stessa informatica. Da un mondo di applicazioni, centralmente residenti sui vari sistemi, si passa a un modo di servizi di rete, dinamici, facili da usare, alla portata anche di piccole imprese. Il grande sistema operativo gonfiato e insicuro (ultimo esempio NT 5, o Windows 2000, con 40milioni di righe di codice, contro i 10 milioni di Unix) cessa di farla da padrone. La rete si ramifica in centinaia di milioni di piccoli chip incorporati nelle auto, nelle case, nei telefonini, persino negli anelli o nei gioielli. E in ciascuno di essi i servizi su misura”.

È un paradigma nuovo, quindi. A cui Joy sta lavorando, con la sua abituale tenacia da grande tecnologo, da oltre sette anni. Coerente anche con il suo passato. “Quando, come studente di Berkeley impegnato nella completa riscrittura di Unix nei primi anni 80, – dice Cage – distribuiva gratuitamente il prodotto del suo lavoro a una comunità di programmatori suoi pari sulla rete in grado di verificare la qualità delle sue idee scritte in software”. “Da allora la community è stata la grande forza di Unix – dice Joy – quella che ha portato decine di migliaia di cervelli a correggerne gli errori (bugs) e a renderlo solido, affidabile, innovativo.

Ed è quella forza che oggi mostra, con il movimento dell’Open Source, uno sviluppo straordinario di software come Linux, Apache, Java. Per questo noi vogliamo continuare su questo filone di comunità aperte, anche per Jini e dopo Jini, ovvero sulla prossima fase degli agenti. Dando la possibilità a tutti, sulla rete, di crearvi innovazione”. Su tutte e due le grandi facce di Internet, rete fatta da un lato di macchine “intelligenti” (piccole o grandi che siano) ma dall’altro lato anche di uomini, di utenti di ogni età e condizione. Sulla prima faccia il posizionamento “ufficiale” di Java e Jini è ormai chiaro. Ma è sulla seconda, di cui si parla ancora poco, che, per esempio in Europa, potrebbero nascere innovazioni anche di grande portata.
Quali per esempio i “profili personali” certificati da firme elettroniche con forza di legge (come in Italia) che potrebbero ribaltare e risolvere, in difesa del cittadino-utente, il problema della privacy e della sicurezza personale sulla rete.

Supponiamo che l’Italia, ora che grazie a promotori come Angelo Raffaele Meo comincia ad essere interessata a progetti sul software Open Source, decida di seguire questa pista. Cominciando dallo sviluppo di una piattaforma di community su Apache (e ci siamo molto vicini, dato che con il progetto “James” è in fase di sviluppo un server di mail dentro Apache) per poi passare alla gestione automatica delle “identità personali” su Jini.

Questa piattaforma consentirebbe a ciascuno di creasi la sua “comunità” e il suo “portale”. Sarebbe il mezzo per avere la massima protezione dell’utente e, al contempo, il massimo di flessibilità e di libertà sulla scelta dei servizi Internet. E per avere reti civiche italiane con personalità specifica, capaci di rispondere al modello centralistico dei grandi portali americani con un modello a rete, tipico di questo paese.

Per il 22 giugno, a Sesto S. Giovanni, insieme all’Agenzia di Sviluppo Nord Milano, organizziamo il primo convegno al mondo che farà incontrare i protagonisti delle “community networks” (italiane e internazionali) con quelli del Free-software (Richard Stallman) e dell’Open Source, da Meo ai rappresentanti italiani della comunità Linux e Apache. Discuteremo proprio di questa possibile sinergia sulle “comunità di seconda generazione”.

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