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L’agone politico attende il movimento free software/open source USA

23 Settembre 2002

L’agone politico attende il movimento free software/open source USA

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Ulteriori iniziative di base contro le lobby industriali e i compromessi di UnitedLinux

Attivismo politico. Questa la direzione che va prendendo il versante statunitense del pianeta open source e free software. Una direzione per molti versi sorprendente, considerato il tradizionale distacco dei “techie” da simili contesti e più in generale il disinteresse diffuso per i fatti dalla “res publica.” Eppure stavolta programmatori e imprenditori sembrano volersi fare avanti, coinvolgendosi in prima persona. L’esempio più recente, ripreso anche da alcune grandi testate, è stata una manifestazione svoltasi a San Francisco per dar voce alla proposta di legge a sostegno dell’open source nella PA californiana. L’evento, lanciato a margine del LinuxWorld ferragostano, ha visto tra gli altri la presenza dei dirigenti di Red Hat, incluso il CTO Michael Tiemann. A ciò vanno aggiunte, tra l’altro, le petizioni e iniziative analoghe in opposizione alla draconiana strategia in tema di copyright nonché le pressanti attività di “lobby” sui parlamentari del Congresso in quel di Washington, DC ad opera di gruppi appositamente fondati quali American Open Technology Consortium/GeekPAC. Né vanno dimenticate iniziative ancor più squisitamente politiche, quali Sincere Choice, piattaforma programmatica avviata dal noto attivista-programmatore di Bruce Perens.

Non c’è dubbio che queste spinte politiche, tanto recenti quanto essenziali per il futuro dell’open source, siano in buona parte dovute al gran lavoro sostenuto in questi anni dal guru del free software, Richard Stallman, in arte RMS. Come scrive Sam Williams nella sua biografia ufficiosa, “pur se non più in grado di autodefinirsi ‘ultimo vero hacker,’ Stallman può comunque vantarsi di aver costruito da solo il contesto etico alla base del movimento del software libero.” Tutt’altro che pedissequo chiedersi perciò, si legge ancora nel libro, se tra 100 anni il movimento del software libero Stallman potrà vantarsi di occupare un posto nella storia degli Stati Uniti il movimento del software libero dopo 100 anni. Secondo Williams, “Stallman si è garantito almeno una nota a piè pagina nei libri di storia grazie alla GPL.” Mentre lo stesso RMS spiega che “…Quel che rimarrà nella storia del progetto GNU, da qui a vent’anni, dipende da chi vincerà la battaglia sulla libertà di utilizzo delle conoscenze pubbliche… Ma anche se dovessimo vincere, quel che la gente imparerà fra cento anni è probabile dipenda da chi si troverà a dominare la scena politica.”

Rimane dunque tale scena politica l’ambito in cui occorre intervenire prima che sia troppo tardi. Qualcosa che, vedi sopra, hanno finalmente ben compreso un po’ tutte le realtà dell’attuale pianeta open source. Lo conferma assai puntualmente un recente editoriale su Infoworld, intitolato We, the open people, parafrasando l’apertura della stessa costituzione statunitense (We, the people). Scrive l’opinionista Russell Pavlicek: “Perché mai tutta questa gente ha deciso di scendere in piazza pur contro la propria natura? Perché sentono di avere poca scelta. E hanno ragione. L’open source si è confermato elemento dirompente nel processo di creazione e distribuzione del software — a tal punto che i suoi più ardenti oppositori sono ricorsi a nuove tattiche pur di farlo fuori. I nemici dell’open source hanno compreso la difficoltà di competere con qualcosa che riduce i costi a zero. E hanno realizzato come sia parimenti difficile combattere nel campo delle opzioni offerte con una comunità che non di rado affronta la realizzazione delle funzioni più necessarie come uno sciame di api intorno all’alveare.”

L’articolo spiega quindi come la “feroce opposizione” all’open source da parte delle grandi corporation sia stato il motore principale di legislazioni a dir poco controverse quali Security Systems Standards and Certification Act, Consumer Broadband and Digital Television Promotion Act, Digital Millennium Copyright Act, Uniform Computer Information Transaction Ac. Se ancora non bastasse, a ciò si sono aggiunte le recenti azioni di lobby nei confronti delle amministrazioni locali mirate esplicitamente a impedire loro il ricorso a possibili alternative nella scelta del software proprietario per i sistemi informatici pubblici. Si veda ad esempio l’ultima uscita delle grande industria, sotto l’egida Microsoft — “Initiative for Software Choice” — prontamente analizzata e ribattuta dalla suddetta Sincere Choice. Uno scenario che impone quindi l’ampliamento delle strategie operative. Anche perché ora il movimento è cresciuto e non può permettersi di stare alla finestra. Ovvero, chiude l’editoriale di Infoworld, “la comunità ha imparato come produrre ottimo software — anche se ciò significa attivare l’azione politica.”

Azione politica che deve necessariamente operare a largo raggio e in piena luce del sole, come testimonia la recente iniziativa della Free Software Foundation. Nei giorni scorsi il direttore esecutivo di quest’ultima, Bradley Kuhn, ha diffuso una lettera aperta al direttivo di UnitedLinux per chiedere lumi sull’annunciata release “closed beta” del proprio sistema. In sostanza, poiché UnitedLinux ha ammesso di aver fatto firmare ai vari partner il notorio “non-disclosure agreement”, contratto che impone la segretezza, onde poter accedere al codice di tale versione “closed beta”, la Free Software Foundation chiede se ciò non avvenga in violazione dei termini della GNU General Public License e della GNU Lesser General Public License, licenze a cui quel software comunque appartiene e viene rilasciato. Scrive tra l’altro Kuhn: “Non solo la comunità merita di sapere come stanno le cose, ma ritiene altresì che torni a vostro beneficio chiarire quelle ambiguità legali che nascono di per sé quando si crea una ‘closed beta’ a partire da software sotto GPL.”

I dirigenti di UnitedLinux hanno fatto sapere che prenderanno in considerazione la richiesta, ma pochi si fanno illusioni. La percezione generale è che questa nuova entità commerciale, nata allo scopo di dar vita a una sorta di Golia-Linux in grado di conquistare i sistemi delle grande imprenditoria, in realtà sia disposta ad eccessivi compromessi pur di ottenere spazio e visibilità. Ai componenti del consorzio — Turbolinux, SCO (ex-Caldera), SuSE, Conectiva — si chiede insomma maggiore apertura, anche perché è ben noto come certi compromessi relativi a quel pilastro innanzitutto politico rappresentato dalla GPL, siano tutt’altro che benvenuti dalla comunità di base del giro free software/open source. Altra battaglia a cui tale comunità dovrà far fronte onde garantire la crescita adeguata e salutare dell’intero movimento.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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