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La vuota scuola

30 Ottobre 2014

La vuota scuola

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La priorità non è la migliore formazione degli studenti, ma l'assunzione di massa dei docenti. Capaci o meno, si vedrà.

A giugno 2011 la testata sudcoreana The Chosunilbo ha pubblicato un articolo su un piano da oltre due miliardi di dollari per arrivare nel 2015 a un ambiente scolastico più digitalizzato, a partire dai libri di testo.

Il piano prevede un server ministeriale per i libri di testo digitali, la fornitura di tavolette agli studenti meno abbienti, una infrastruttura cloud in tutte le scuole, aule con Wi-Fi e classi online per materie specifiche. La cosa che mi ha impressionato è stata tuttavia questa dichiarazione:

Non ci aspettiamo che il passaggio ai libri di testo digitali risulti difficile, dato che oggi gli studenti sono molto abituati al digitale.

La scuola coreana pensa e agisce in funzione degli studenti. In Italia La buona scuola, proposta del governo sulla quale i cittadini hanno la possibilità di commentare fino al prossimo 15 novembre, mette nella seconda pagina di testo 150 mila assunzioni di docenti e nella terza altre 40 mila. Costo, tre miliardi di euro entro il 2016.

La digitalizzazione sta a pagina 74, dopo praterie di burocrazia, concorsistica, GAE, TAR, SFP-VO, SSIS, COBASLID, TFA, PAS, POF, BES, MOF, ATA, SNV, LIM, BYOD, INAIL, CIPE, ANCI, ASL, GLH, MIUR, TARSU, OCSE, CLIL, NEET, STEM, PON-FESR, PON, ITS, LSU, FSE-FESR, POR, FAS. Gli studenti arrivano a pagina 88.

La nota positiva è che, rispetto al passato, La buona scuola è dirompente. Osa parlare di merito e di integrazione con il mondo del lavoro, ha il coraggio di ammettere lo spreco delle lavagne sedicenti interattive multimediali, è finalmente consapevole che il nostro è il secolo dell’alfabetizzazione digitale:

la scuola deve stimolare i ragazzi a non accontentarsi di utilizzare un sito web, una app, un videogioco, ma a progettarne uno.

Tutto ispirato, diciamo, a un minuto abbondante di video di Barack Obama, ma si perdona: per un governo italiano è innovazione quasi iconoclasta. L’asino proverbiale casca altrove.

Siti web, app, videogiochi. Un amico padre di famiglia combatte in questi giorni una piccola battaglia presso la scuola del figlio, dove il docente preposto vuole insegnare come linguaggio di programmazione Visual Basic.

Le motivazioni: ha sempre insegnato quello, la scuola vicina fa la stessa cosa, i computer della scuola sono Windows XP, si può automatizzare Office, gli altri genitori non hanno sollevato obiezioni, è facile, è gratis. Altro che le app.

Si vuole insegnare la programmazione di dieci anni fa, mentre il mondo è assai cambiato (e i ragazzi coinvolti entreranno nel mondo del lavoro tra altri dieci anni). Ho cercato nelle centotrentasei pagine, a parte le chiacchiere senza distintivo sull’ennesimo fritto misto di crediti didattici/formativi/professionali, un cenno sulle migliaia di docenti inadeguati, impreparati, pigri, che tirano alla pensione e insegnano lustri dopo avere smesso di imparare.

Non c’è niente.

L'autore

  • Lucio Bragagnolo
    Lucio Bragagnolo è giornalista, divulgatore, produttore di contenuti, consulente in comunicazione e media. Si occupa di mondo Apple, informatica e nuove tecnologie con entusiasmo crescente. Nel tempo libero gioca di ruolo, legge, balbetta Lisp e pratica sport di squadra. È sposato felicemente con Stefania e padre apprendista di Lidia e Nive.

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