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La rete nasce dalla fine delle organizzazioni

03 Giugno 2013

La rete nasce dalla fine delle organizzazioni

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Non c'è alternativa alla frantumazione delle gerarchie se vogliamo vedere nascere nuove connessioni che portino valore.

Abbiamo intervistato Adriana Lukas, reduce dal successo di State of the Net 2013 a Trieste e da anni pioniera di un uso e una consapevolezza diversa dall’usuale dei dati che sempre più raccogliamo su noi stessi.

Quantified Self (QS), automonitoraggio personale? Pensavamo che la Rete significasse fare clic su Mi piace, pubblicare foto di gattini, esprimere i nostri sentimenti più superficiali, contemplare i nostri ombelichi… intendi veramente sostenere che possiamo diventare persone migliori usando la Rete?

Non sono sicura di vedere una connessione tra Quantified Self e migliorare attraverso l’uso di Internet. Per fare QS non serve Internet, bastano carta e matita. Ma negli ultimi anni vari sensori e tecnologie correlate hanno avuto una evoluzione sufficiente da rendere accessibile l’autotracciamento e l’autohacking a più persone, che non avevano la pazienza di usare carta e matita. Oggi è un sensore persino lo smartphone. Anche molto raffinato, a volte. Il movimento QS si è sviluppato per via di diversi fattori: maggiore attenzione al benessere (salute, esercizio, nutrizione, dieta), interesse geek nell’automiglioramento (per esempio il famoso esperimento sulle capacità cognitive che crescono mangiando burro), disponibilità accresciuta di sensori. Internet costituisce solo una piattaforma per fornire accesso alle applicazioni e mostrare grafici, diagrammi e analisi dei dati raccolti da strumenti che per lo più si trovano offline (vedi le bilance che trasmettono i dati sul peso a una app online tramite Wi-Fi).

Pensiamo che, nella media, l’integrazione delle reti sociali nelle attività aziendali ancora sia carente in termini di implementazione, buone pratiche, risultati concreti. Abbiamo ragione? Hai buoni esempi di aziende brave a usare internamente le reti sociali? O esempi cattivi?

Non sono neanche sicura che l’integrazione dei social network possa davvero verificarsi, o persino che sia auspicabile. Ritengo che le reti vengano costituite da connessioni mirate e significative tra individui, con il web sociale o la tecnologia di rete che servono come mero tessuto connettivo, come infrastruttura abilitante. Il problema delle organizzazioni (professionali o meno) è che non trattano i dipendenti come individui e di conseguenza rendono molto difficile l’emergere di qualunque rete. E, come si può dedurre dalla mia definizione di rete, non è possibile crearne, controllarne o implementarne una all’interno di una organizzazione. Il meglio che può fare un’azienda è levarsi dai piedi, fornire la giusta tecnologie e le giuste funzioni e poi sperare che la gente stabilirà collegamenti fino a fare nascere reti. Che possono non essere sociali, ma professionali; anche se, essendo gli umani esseri sociali, un pizzico di social non può fare male. Mi rendo conto che la maggior parte dei consulenti aziendali non intende questo quando parla di integrazione dei social network; sembra che la maggior parte di loro la consideri una specie di installazione di un software o una piattaforma, con funzioni specifiche per creare e scambiare informazioni, l’uso della quale sia da considerare una rete sociale. Non mi pare abbia molto senso.

Un buon esempio di reti all’interno di un business sarebbe quello di un’azienda che garantisce ai dipendenti sufficiente autonomia per raggiungere altre persone dentro e fuori l’azienda fino a portare valore all’azienda stessa per mezzo di quelle connessioni. Per i miei clienti facevo esattamente questo – alcuni erano tipiche corporation americane – con un certo livello di successo. Il problema è che, quando emerge una rete, il management intermedio vuole la propria fetta di torta e, nell’istituzionalizzare dentro l’organizzazione i vantaggi di una rete sociale organica, la uccide. E questa è la ragione del mio attuale focalizzarmi sulla ricerca riguardante gerarchie e eterarchie.

Ci spiegheresti qualcosa di Mine! oltre a quello che possiamo trovare sul sito? Strumenti per prenderci la responsabilità dei nostri dati?

È qualcosa su cui ho lavorato per molto tempo. Il progetto Mine! è in sonno da quando il nostro progettista di interfacce lo ha lasciato, dato che i progetti open source dipendono dalla disponibilità di volontari con il giusto insieme di competenze. Ma l’idea è tutt’altro che morta. C’è un gruppo di lavoro emerso dalla comunità londinese di Quantified Self che intende mettere a punto gli strumenti e la tecnologia per quella che chiamiamo infrastruttura per i dati personali. Abbastanza per rivoltare l’attuale modello del web. Oggi, per usare una qualunque funzione online, dalla rete sociale all’analisi dei dati, bisogna cedere in un certo senso quei dati al fornitore della funzione, sia una applicazione o una piattaforma. Al momento gli utenti non tecnici con accesso a competenze specialistiche non hanno il pieno possesso dei propri dati né sono in grado di applicarvi funzioni a loro discrezione, senza che nessun altro possa accedere a quei dati. L’obiettivo del gruppo di lavoro è sviluppare strumenti e tecnologia in tre aree: insiemi di dati (relativamente alla loro raccolta, tracciamento, esportazione dagli apparecchi e le applicazioni che li producono; archiviazione di dati (relativamente alla loro sicurezza, riservatezza e facilità di accesso); analisi dei dati (relativamente al loro approfondimento per individuare significati e tratti ricorrenti). Il progetto Mine! è stato un primo tentativo di risolvere le problematiche dell’archiviazione dei dati. Il gruppo di lavoro è impegnato nel fornire funzioni raffinate di analisi all’utilizzatore singolo, nell’intento di favorire una domanda di pieno possesso dei propri dati e una maggiore alfabetizzazione nel settore del trattamento dei dati in questione.

Qual è l’errore più comune che commettono le organizzazioni quando si concentrano su reti e gerarchie? Da dove parte il tuo intervento di consulenza?

La lacuna di tutte le organizzazioni esistenti, che genera ulteriori problemi concatenati, è porre il sistema (il collettivo, l’istituzione, il business, l’organizzazione) sopra l’individuo. Ciò conduce a squilibri nelle relazioni tra gli individui e il collettivo e a varie forme di abuso e oppressione. Sfortunatamente questo è il modello mentale di qualsiasi organizzazione collettiva, che è inevitabilmente una gerarchia. Anche la maggior parte delle reti è una gerarchia. Esiste un solo tipo di rete diverso da una gerarchia: quella distribuita, peer-to-peer, nota anche come eterarchia. Nella pratica, l’unico modo in cui potrei ‘aiutare’ le organizzazioni attuali sarebbe frantumarle, nella speranza di vedere qualche rete germogliare dalle crepe causate al sistema dalla frantumazione. La mia visione – condivisa da pochi – è che una gerarchia semplicemente non possa venire rimodellata o evolvere in una rete stabile, men che meno una eterarchia. Almeno, non con le nozioni attuali di sistemi e modelli mentali. Per questo ha poco senso tentare di ‘riformare’ le organizzazioni. Ho deciso di concentrarmi sulla ricerca di alternative alle gerarchie e articolare i principî delle eterarchie come sistemi organizzativi praticabili.

Usi gli stessi strumenti e programmi di quando hai iniziato la tua carriera? Che è cambiato e in quale direzione?

Avendo cominciato la carriera come broker e analista finanziaria nella City di Londra, dubito molto che siano rimasti gli stessi! Se però intendiamo l’evoluzione del mio coinvolgimento in Internet e nella sua tecnologia, è un’altra questione. Sono entrata online nel 1993 quando il web era nell’infanzia e Internet era ancora la rete principale. Usavo quasi esclusivamente la riga di comando, in particolar modo per le interazioni sociali come la posta elettronica, la chat IRC o la messaggistica. Sentivo di avere un maggior potere allora più di oggi; la rete era molto più immediata e comprensibile di adesso, dove gli utenti hanno zero possibilità di comprendere tutti i livelli che si trovano dietro gli strumenti e le tecnologie alla loro portata. Non sto sostenendo che sia una cosa negativa; semplicemente, mi piaceva la sensazione di trasparenza e concretezza di quei giorni.

“Bene, usiamo LinkedIn in azienda, dopotutto è per professionisti”. Come potremmo fare un passo avanti nei confronti di questo approccio?

LinkedIn non è cosa per me, ci sono ma ne trovo poca utilità a parte quella di un Rolodex nobilitato. Usarlo dentro un’azienda potrebbe fare risparmiare denaro in luogo di qualche soluzione business talmente costosa ed elaborata che non la si usa a dovere. Come andare oltre? Lasciamo che le persone facciano esperimenti con la tecnologia secondo il loro giudizio. Se le aziende si preoccupano delle implicazioni conseguenti quanto a sicurezza e andamento dell’attività, devono istruire i dipendenti e trattarli da adulti, come bambini indisciplinati che hanno bisogno di essere controllati e contenuti.

C’è qualcosa di peculiare che l’automonitoraggio personale ti ha insegnato di te stessa e non avresti mai sospettato?

Non più peculiare di quanto già sappia su me stessa! Mi interesso agli aspetti comportamentali di Quantified Self, che significa poter cambiare comportamento e migliorare la vita, se lo si desidera, in base ai dati raccolti con l’autotracciamento. Per esempio, Quantified Self può mostrarmi quanto io dorma troppo poco, per la precisione una media di sei ore e 23 minuti, palesemente insufficiente per una persona come me. Ma non mi farà capire il perché né che cosa io abbia bisogno di cambiare. QS è solo il primo passo verso il cambiamento comportamentale, l’autoconsapevolezza, l’autoconoscenza. Che cosa venga dopo sta all’individuo. Si possono affinare la raccolta e l’analisi dei dati, ma alla fine tutto ciò che conta è l’autonomia individuale.

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