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La pirateria salverà Hollywood?

10 Luglio 2002

La pirateria salverà Hollywood?

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Un'industria cinematografica afflitta da gigantismo terminale si scaglia contro i copioni diffusi in anteprima via Internet e contro i siti che li recensiscono. Sono pirati, non leggeteli, vi rovinano la sorpresa. Ma un'analisi meno di parte rivela che la fuga di notizie in Rete non è un veleno: è la cura che Hollywood non è capace di prescriversi.

Nota per i fan di Star Trek: sono uno dei vostri. Seguo con devozione la saga da molto prima che Telemontecarlo la proponesse in Italia come Destinazione Cosmo nel lontano 1979 (vedevo le gesta del capitano Kirk alla BBC), vado alle convention e non mi sono mai perso una puntata delle varie evoluzioni della serie originale, compresa la nuova incarnazione, Enterprise. Ma non odiatemi se dico che boicotterò il nuovo film della serie, intitolato Nemesis, che uscirà a dicembre.

Star Trek simbolo della crisi di Hollywood

Il motivo è semplice: ho letto la recensione online di chi ha già visto una copia di lavorazione del film e ho letto il copione trafugato disponibile su Internet (anche in una esilarante versione commentata), e ne sono rimasto agghiacciato. Se è autentico, e pare proprio che lo sia, Nemesis porta a nuovi livelli di atrocità il plagio legalizzato.

Faccio qualche esempio senza rivelare i dettagli del film: un personaggio è un essere umano artificiale la cui vita è stata abbreviata intenzionalmente in laboratorio (Blade Runner); un personaggio principale viene trafitto drammaticamente da una sorta di lancia e invece di morire avanza lungo la lancia fino a raggiungere il suo avversario (Excalibur); c’è un personaggio principale che muore, ma la cui “anima” è trasferita in un altro corpo (Star Trek 2); si discute di aprire negoziati per risolvere una disputa commerciale e c’è un viceré (viceroy in inglese), proprio come in Guerre Stellari Episodio I. Per pudore vi risparmio le tante altre scene scopiazzate; tanto avete capito l’antifona.

Cosa anche peggiore, i dialoghi sono sconclusionati e la caratterizzazione dei personaggi è completamente stravolta rispetto ai canoni stabiliti da tutti i telefilm precedenti: l’indomabile Worf è ora una donnicciola che ha paura di andare su un fuoristrada e non regge la birra; il riflessivo e diplomatico capitano Picard diventa uno spericolato eroe di kung fu con l’hobby di correre in auto; Riker è relegato al ruolo di spalla codarda che uccide a colpi di battute irrilevanti. E così via.

Dai film di Star Trek non ho mai preteso profondità di significato shakespeariane, ma Nemesis è il classico esempio di come Hollywood munge la mucca fino a farla schiattare e poi tenta di strizzar fuori dal cadavere ancora qualche litro di latte. È un’accozzaglia di cliché e di idee già viste, applicate a un copione confuso e disorientato tenuto malamente insieme dagli effetti speciali.

In altre parole, una tipica megaproduzione di Hollywood.

Pubblicità sovrana

A parte il caso specifico di Star Trek, infatti, ultimamente Hollywood è convinta di aver trovato la formula del successo sicuro che le era sfuggita per decenni: attori di grido, un aggancio a un marchio o un formato ben conosciuto (donde gli innumerevoli serial e remake), tanti effetti speciali e soprattutto una campagna pubblicitaria martellante per “creare l’evento” e raggranellare più soldi possibile nel primo week-end di uscita, e poi chi s’è visto s’è visto. Una sceneggiatura decente è assolutamente un optional.

Le interviste ai grandi nomi del cinema USA raccolte dalla BBC per The Hollywood Machine rivelano infatti che una grande produzione cinematografica (da cento milioni di dollari, che è ormai la norma) spende per la campagna promozionale tanto quanto spende per produrre il film. Sembra assurdo, ma sono soldi ben spesi, visto che oggigiorno è normale raccogliere l’80% degli incassi di un film nel primo fine settimana di programmazione.

Questo significa che gli spettatori pagano il biglietto senza attendere il passaparola degli amici ma esclusivamente sulla base dei trailer (per i quali non serve una buona sceneggiatura) e delle recensioni. Recensioni che si comprano e sono parte integrante della campagna pubblicitaria.

Non è corruzione, ma selezione naturale. Per avere una recensione prima dell’uscita del film, un giornalista deve essere ben visto dalla casa di produzione, altrimenti non accede alla proiezione in anteprima che gli permette di piazzare l’articolo e guadagnarsi la pagnotta. Per essere ben visto, deve scrivere recensioni favorevoli. Selezione naturale, appunto.

È una prassi ben documentata e discussa senza falsi pudori dalle star del cinema, che alle prime dei film sono sempre scortati dai rappresentanti della casa di produzione, incaricati di guidarli verso i giornalisti “amici” e tenerli lontano da quelli sgraditi. Per promuovere Pearl Harbor, la Disney ha trasportato cinquecento giornalisti alle Hawaii, ospitandoli in alberghi di lusso e allestendo una discutibile “festa” costata cinque milioni di dollari (dieci miliardi delle nostre defunte lire). Indovinate quanti hanno avuto il coraggio di dire che il film era un polpettone.

Salvati dalla Rete

Ecco perché gli studios puntano tutto sul fatidico primo week-end: perché è il momento magico in cui non circolano ancora eventuali recensioni negative e gli spettatori non hanno modo di avvisare gli amici se hanno preso una fregatura. Dopo arriveranno le recensioni oneste dei giornalisti indipendenti (quelli esclusi dalle anteprime), ma sarà troppo tardi.

Per questo si ricorre sempre più all’espediente di proiettare un film nel maggior numero possibile di sale contemporaneamente. Spider-Man, per esempio, è balzato in cima alla classifica storica degli incassi nel primo week-end (114 milioni di dollari) grazie al fatto di essere presentato a tappeto in ben 7500 sale (1500 in meno di Attacco dei Cloni). Un trucchetto che, fra l’altro, genera automaticamente titoli roboanti sui giornali, vale a dire pubblicità gratuita.

Insomma, Hollywood l’ha studiata bene: l’intero meccanismo è nelle sue mani. Perché perdere tempo, dunque, con una sceneggiatura intelligente, quando basta una costosa campagna pubblicitaria?

Ma qui, per nostra fortuna, entra in gioco Internet. Con la diffusione capillare della Rete, i giornalisti hanno perso il privilegio di essere gli unici dispensatori di notizie. Chiunque riesca a mettere le mani su una copia di lavorazione di un film o sul suo copione può pubblicare una recensione in anteprima assoluta, che tutto il mondo può leggere e che (cosa più importante) sfugge al controllo degli studios.

Sono nati così siti come Ain’t It Cool News e Filmjerk.com, che scardinano il sistema. Grazie a un misto di “mani di fata” che trafugano materiale dalle case di produzione e di commenti inviati via e-mail dai comuni cittadini che partecipano ai test screenings (proiezioni in anteprima, organizzate a sorpresa, per saggiare le reazioni del pubblico prima di chiudere la produzione), questi siti recensiscono autonomamente i film ben prima che arrivino nelle sale e fanno quindi in tempo ad avvisarci di stare alla larga dalle fregature. In più, la libera circolazione dei copioni in Rete tramite i circuiti peer-to-peer come WinMx e Kazaa e i newsgroup ci permette di valutare direttamente la qualità di un film prima che approdi al cinema.

Allarme a Hollywood

Il consumatore si trova di nuovo con il pallino in mano, e questo a Hollywood non piace. Le case di produzione spingono gli attori a dire ogni sorta di scempiaggini pur di dipingere questi recensori non autorizzati come guastafeste antisociali: alla notizia della fuga del copione di Nemesis,Patrick Stewart (l’interprete del capitano Picard) ha dichiarato di essere “arrabbiatissimo… non capisco perché la gente vuole sapere cosa succederà [nel film]. Che gusto c’è?”. Un aiutino per Mr. Stewart: il gusto di evitare una fregatura, o di evitarla agli altri, per esempio.

A questa frase di circostanza se ne accompagna sempre un’altra: “è come aprire i regali di Natale sei mesi prima”. Il paragone è totalmente fuorviante: fino a prova contraria, i regali non si fanno pagare ai destinatari, mentre gli spettatori pagano il biglietto per vedere questo “regalo”. Un film non è affatto un regalo: è un prodotto a pagamento, e per di più venduto in modo anomalo, perché non abbiamo il diritto di provarlo prima dell’acquisto.

Con l’avvento di Internet, quest’anomalia viene corretta: possiamo provare prima di comperare, e se non vogliamo rovinarci la sorpresa, possiamo delegare la prova a persone di cui ci fidiamo. Il fatto che il copione sia disponibile online non significa che dobbiamo per forza leggerlo. Significa solo che Hollywood non può più barare così facilmente. Può scegliere di reagire in due modi: strillare istericamente, chiudendosi a riccio e invocando censure e misure di sicurezza impossibili per evitare le fughe di notizie, oppure migliorare i copioni e lasciare che circolino e vengano esaminati dai recensori indipendenti, in un processo di feedback che potrebbe addirittura contribuire ad affinare un film prima che venga girato. In termini di costi, il secondo approccio è molto più efficiente, ma richiede un cambio drastico di mentalità da parte dei magnati del grande schermo.

L’analogia con l’industria del software e la scelta fra open source e codice sorgente chiuso è evidente. Come i maniscalchi all’avvento dell’automobile, si tratta di scegliere se adattarsi al nuovo ambiente o diventare obsoleti.

L'autore

  • Paolo Attivissimo
    Paolo Attivissimo (non è uno pseudonimo) è nato nel 1963 a York, Inghilterra. Ha vissuto a lungo in Italia e ora oscilla per lavoro fra Italia, Lussemburgo e Inghilterra. E' autore di numerosi bestseller Apogeo e editor del sito www.attivissimo.net.

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