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La persona dell’anno, secondo noi

22 Dicembre 2011

La persona dell’anno, secondo noi

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Il manifestante, d'accordo. Ma le piazze sono diverse e Time non le cita nemmeno tutte. Mentre invece una cosa è stata chiara, quest'anno: che siamo diventati consapevoli della nostra nuova posizione nel mondo

Stavo scrivendo un post sulla persona dell’anno di Time per il 2011, the Protester, il manifestante. Avevo notato come l’illustre settimanale americano aveva spogliato dalle diversità piazza Tahrir e Zuccotti Park, la Piazza Rossa e quelle egiziane, rendendole un tutto indifferenziato dietro cui stava la forza di un fenomeno sorto spontaneamente e caratterizzato dall’avere come protagonisti giovani borghesi e ben istruiti che «condividono la convinzione che i sistemi politico ed economico dei loro paesi siano cresciuti in modo disfunzionale e corrotto». A me sembrava invece di aver visto manifestanti che partivano da motivazioni anche molte diverse, il bisogno di equità e democrazia si giocavano su equilibri e bilanciamenti disomogenei e non avevamo a che fare, ovviamente, con un unico movimento globale: le maschere di Guy Fawkes versione “V for Vendetta” del manifestante Anonymus e i manifestanti a piazza Tahrir il 2 febbraio aggrediti da uomini armati con cavalli e cammelli in un mercoledì di sangue.

Cercarci

E poi nell’articolo del Time non c’era neanche un minimo accenno alle strade londinesi, a quella rabbia infuocata che aveva acceso i riot-act, come se quelli non fossero manifestanti con le stesse caratteristiche generazionali e con le stesse motivazioni circa una crescita politica ed economica «in modo disfunzionale e corrotto» della loro Gran Bretagna. Stavo scrivendo quel post annotandomi il ruolo che la rete per quei manifestanti aveva avuto: «I social network non hanno generato questi movimenti ma li hanno mantenuti in vita e li hanno connessi», scrive Kurt Andersen e continua: «Quest’anno, invece di infilarsi le cuffie precipitando in uno stato di fuga indotto da internet e cedere tranquillamente alla disperazione, hanno usato internet per trovarsi l’un l’altro e scendere in piazza e insistere sull’equità e (nel mondo Arabo) sulla libertà».

Eppure la nostra presenza sul web e nei social network per “cercarci” e consentire di auto-organizzare una realtà che non ha un’organizzazione propria – come può essere un movimento “dal basso” – è il punto di arrivo di anni in cui abbiamo deciso di smettere di “cedere tranquillamente alla disperazione”. In questo 2011 è diventata visibile quella trasformazione che ci ha reso consapevoli che la nostra posizione nella comunicazione e nel mondo era diversa: potevamo percepirci non più come “oggetti” del potere e dei media ma come soggetti attivi. E potevamo rendere visibile questo mutamento. Blog, siti di social network, wiki eccetera sono lo strumento che hanno permesso di misurarci con questa trasformazione e di sospingerla rendendola più tangibile.

Hashtag

Allora mentre scrivevo quel post mi sono accorto che ho incontrato spesso la persona dell’anno, il manifestante, e l’ho incontrato nelle diverse piazze, anche quelle lontane da me, e non in modo estemporaneo ma con una continuità che spesso mi ha mostrato il suo modo di vedere le cose e mi ha informato su quello che accadeva intorno. E ho avuto occasione di misurarmi con le differenze, di provare a capire le diverse piazze e le loro motivazioni, prima ancora che i media me le raccontassero. Le ho sentite raccontare da noi, le ho seguite dietro un #hashtag, che è stata un po’ la mia persona dell’anno, quella che ha fatto la differenza, perché mi ha permesso di capire e partecipare, di anticipare e di vedere.

Così quando ho seguito l’uscita del sito Year in Hashtag ho realizzato che siamo diventati sempre di più editor di noi stessi, collettivamente. Vedere riassunto quello che è accaduto nel mondo dal punto di vista della rete ha significato non visualizzare un punto di vista parziale, ma aprirsi a un modo di raccontare quel che è accaduto condiviso e collettivo, spesso anticipando i tempi di reazione dei racconti mediali. È attraverso alle narrazioni raccolte attorno ad #hashtag come #feb14, #LondonRiots, #OccupyWallStreet, #Egypt e altri che abbiamo rivolto la nostre attenzione, mobilitandoci anche attorno alle nostre connessioni e alle reti sociali che condividiamo ed estendendo i rapporti.

Mood

Anche questa, se volete, è una visione ideologica: il mondo non si riduce, infatti, al nostro sharare e promuovere idee attraverso la rete. Eppure attorno a questo progetto che rende visibili le forme partecipative e le news “dal basso” sugli accadimenti ai quali, in qualche modo, da cittadino del mondo connesso ho partecipato, ritrovo il mood vissuto durante questo anno di cambiamenti. Come scrivono i curatori del sito:

sono le piazze i luoghi in cui la Storia è passata e si è fermata a lungo nel 2011, sono coloro che hanno animato quelle piazze ad aver scritto pagine di storia, ad aver gettato le basi per le storie che verranno. Però noi pensiamo che persona dell’anno sia anche “il citizen journalist”, che spesso non è altro che “il manifestante” armato di smartphone e account su un social network e in altri casi è qualcuno che non può fisicamente essere presente ma da casa sua, con computer e connessione a internet, partecipa agli eventi in modo semplice ma fondamentale: raccontando quello che succede, raccogliendo notizie, informazioni, richieste, fotografie, video e rilanciandoli, amplificandoli, contribuendo a costruire la narrazione dell’evento.

Esperienza

Perché la costruzione di una narrazione, l’attenzione che dedichiamo alla realtà che ci circonda, il tentativo di raccontarla mettendo in connessione la nostra rete relazionale ed estendendola attraverso l’attività di posting in pubblico è un modo di agire da cittadini in modi nuovi e complessi. Un modo di rappresentare le molte differenze in modo che le piazze non siano spersonalizzate, in modo che “il manifestante” non sia solo un’icona anonima e generalizzata, quasi astratta, ma che si faccia vita concreta, concreto modo di agire, capace di raccontarsi senza farsi raccontare dai media generalisti o da un apolitica che se ne appropria per trattarlo attraverso un proprio linguaggio.

Questa modalità di fare giornalismo diffuso della propria esperienza sui luoghi sia materiali che immateriali, di “curare” le notizie, di selezionare ed organizzare il racconto è l’autentico spirito del tempo. Come ha scritto qualcuno «le idee non possono realizzare nulla. Per realizzare le idee, c’è bisogno degli uomini, che mettono in gioco una forza pratica» (Karl Marx), anche attraverso le connessioni di una rete. Ecco, per me la persona dell’anno è questo modo di essere che vogliamo costruire.

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