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La musica online sarà gratuita ancora per molto tempo

28 Marzo 2001

La musica online sarà gratuita ancora per molto tempo

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Il 60% degli utenti Internet intervistati dalla Consumer Electronics Association ha dichiarato di non essere disponibile a pagare per scaricare della musica online. È il cosiddetto "effetto Napster": tornare indietro sarà molto, molto difficile

Il fenomeno è, peraltro, in espansione. Sempre secondo la ricerca della Consumer Electronics Association, il 50% degli utenti non vuole più pagare nemmeno per scaricare videogiochi e il 48% di loro non vuole più sborsare una lira per film o video clip. Questi dati illustrano in modo molto chiaro in quale modo sta cambiando la mentalità degli utenti di Internet. L’effetto Napster ha contagiato anche altri settori e ora introdurre tariffe di vario genere è più difficile. E non solo per la musica online, come si vede.

La sfida che le case discografiche dovranno affrontare nei prossimi mesi è, in fondo, semplice: invertire la tendenza di una popolazione d’internauti che ha “gustato” le gioie della gratuità e che, in massa, vorrebbe continuare a scaricare la musica gratuitamente. Quante possibilità ci sono che ci riescano? Poche. Questo perché la chiusura forzata dei servizi che offrono download gratuiti non può dare grandi risultati. Oggi i successori di Napster sono diventati troppo numerosi (Gnutella, AudioGalaxy, eccetera) e troppo difficili da controllare per sperare di risolvere il problema con la repressione.

Gianluca Dettori, fondatore di Vitaminic, ha recentemente dichiarato a “Repubblica – Affari e Finanza”, che il problema maggiore del business della musica online è proprio Napster. Se il servizio ideato da Shawn Fanning non ci fosse, Vitaminic inizierebbe a fare affari. Dettori dice una mezza verità. È vero che Napster è un problema enorme per chi vuole vendere file musicali legali, ma la sua chiusura non cambierebbe la situazione: la gente continuerebbe a scambiarsi i file in un altro modo, comunque. Il problema non è Napster, ma l’idea che ci sta dietro. Il file sharing, cioè lo scambio di file tra utenti, sta ai servizi a pagamento come la repubblica alla monarchia: date al popolo più democrazia e non tornerà indietro. Napster è la Rivoluzione Francese della musica. Poco importa se durante la rivoluzione viene tagliata qualche testa di troppo o se vengono commesse delle ingiustizie (ad esempio scambiarsi musica protetta dal diritto d’autore). Il popolo ha la sensazione che si sta liberando da una dittatura (in questo caso quella della musica a caro prezzo) e non vuole tornare indietro. Se la musica avesse avuto un costo più accessibile, forse questo sentimento di libertà oggi non sarebbe così forte. Se la monarchia francese non fosse stata così sorda e cieca di fronte ai problemi del popolo, la Rivoluzione Francese non avrebbe avuto luogo.

Un prima soluzione potrebbe essere quella di lasciare le cose come stanno: lo studio del CEA rivela, infatti, che il 20% degli utenti che scaricano musica gratis ne acquistano anche molta nei negozi di dischi: perché scaricando gratuitamente scoprono nuovi artisti o perché desiderano possedere il Cd. Questa dialettica tra i due supporti, uno digitale e gratuito e l’altro materiale a pagamento, non è, peraltro, nuova. É quella messa in atto nel settore della stampa, tra i siti Web che privilegiano un’informazione breve, ma in tempo reale, e la versione cartacea che permette di prendersela con comodo e beneficiare di una lettura più confortevole.

Ma accettare questa evoluzione significa, comunque, accettare la scomparsa di una parte consistente del giro d’affari delle case discografiche, perché se il Cd perde il suo status di supporto unico della musica la sua quota di mercato non può che diminuire, con il rischio, a medio termine, di venire relegato nel mercato dei collezionisti.

L’altra soluzione, molto più ambiziosa sul piano strategico, consiste nell’offrire agli utenti dei nuovi servizi con un forte valore aggiunto, come ad esempio l’annuncio degli ultimi concerti del cantante, il merchandising, eccetera. In questa logica, la musica sarebbe soltanto il “pretesto” per vendere altri servizi. Sarebbe un capovolgimento completo del modello economico delle case discografiche, che vedrebbero inaridirsi la fonte tradizionale di reddito (la vendita dei Cd) a fronte di nuove entrate come lo sbigliettamento o la pubblicità sui siti. Sono pronte le major per questo salto culturale?

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