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La micropubblicità e il ritorno dell’adesivo appiccicato ai pali della luce

24 Ottobre 2005

La micropubblicità e il ritorno dell’adesivo appiccicato ai pali della luce

di

Milliondollarhomepage.com, il pixel nella bolla della comunicazione online, una nuova frontiera della pubblicità?

Immaginatevi una parete bianca. Voi avete l’adesivo con il marchio della vostra impresa, e lo appiccicate lì, in alto, in basso, dove vi capita. E chi ci posa lo sguardo sopra viene automaticamente trasportato nella vostra show-room, dove potrete presentargli il vostro prodotto. Tutto qui.

Milliondollarhomepage.com: i fatti

Ultima settimana di agosto 2005, un giovane creativo che ha bisogno di soldi per l’Università e tanta fame nell’Internet per una pubblicità “differente”. Sì, perché se da un lato la pubblicità cartacea sta morendo e quella televisiva soffoca la programmazione al punto tale da renderla sgradevole, dall’altro lato la pubblicità web ha bisogno di idee nuove.

Alex Tew, 21 anni, vive in Cricklade, una cittadina del Wiltshire, England, ed ha bisogno di soldi per frequentare l’Università. Ha un’idea, quella di vendere una Web page pubblicitaria statica, in contrapposizione a quelle dove i banners cambiano in continuazione e si vedono ovunque. Statica ma eterna, o quasi, 5 anni online sono garantiti, forse più, fino a quando sarà umanamente possibile.

Dovendo mantenere il messaggio fisso sulla pagina, e facendo un conto di quanto può rendere l’operazione, Alex decide di offrire a $1 per pixel, con un minimo di un modulino da 10×10 pixel, cento dollari, un quadratino sullo schermo in affitto perpetuo.

Calcolando i milioni e milioni di pagine html che si trovano online con un poco di tutto dentro, una paginetta in più o in meno scompare nel nulla, un sasso gettato nello spazio.

Ma forse l’idea, proprio perché strana, diversa, raccoglie curiosità, ne parlano i giornali e, anche in funzione dei costi bassissimi di investimento pubblicitario, ha successo.

A tutt’oggi milliondollarhomepage.com si ritrova con quasi $400.000 di spazi venduti e una media di 40.000 visite al giorno, con circa 300 investitori/clienti che arrivano da ogni dove, pure dal Brasile e da Israele.

La favola del piccolo imprenditore con l’idea geniale, il Bill Gates del pixel, si ripete. Già due anni prima Alex Tew si era fatto notare per aver messo su una band di “Beatboxing”, il ritmo dell’Hip-Hop, ed aver fatto un concerto a Londra, presente la Regina. E il suo sito droolskool.com (ora disattivato) aveva attirato 50.000 visite in un mese. Decisamente un giovane intraprendente.

Ed ora il suo sito pubblicitario a pixel raccoglie di tutto, dai casino online, ai venditori di ricchezza, a quelli che semplicemente hanno bisogno di più esposizione. Anche chi vende semi di marijuana, chi offre servizi di “appuntamenti galanti” per scapoli cattolici, oppure si offre a farti il Website, ma ci sono principalmente inserzionisti “seri”, niente porno, quello no.

Visualmente la pagina Web non è altro che un’accozzaglia di mattoncini colorati di diverse dimensioni con simboli, scritte, ognuno con il suo link. Un vero e proprio palo da fermata di autobus, una porta di una toilette di birreria di periferia. Ma ha un suo fascino, uno la guarda e clicca, difficile resistere. Fateci un salto.

Note a margine dei fatti: la bolla

Leggendo la notizia, la prima impressione che ho avuto è stata quella della “bolla”. L’idea che oggi c’è, si gonfia, esplode, lascia il posto ad un’altra. Buon per lui che nel frattempo si è fatto i soldi.

Ed ecco un trend, la storia di Alex diventa un pezzo giornalistico curioso e la pagina un’attrattiva per tutta una serie di aziende, strutture commerciali e pseudo-commerciali che hanno bisogno di una vetrina, o almeno di un link che rimanga lì ad aspettare curiosi e potenziali clienti.

Inutile dire che gli imitatori arrivano a frotte. E chi vende il pixel a 25 centesimi l’uno, chi addirittura ad un cent, $1 a modulo, totale di fatturato previsto diecimila dollari. Un super-portale, un pezzo di “esistere” per una somma minima, come comprare una stella, un posto spiaggia, un appartamento al mare in compartecipazione, 3 settimane all’anno, chi ad agosto, ad ottobre costa meno.

Un modo per essere visti, giocando sulla curiosità, invece che sull’interesse del possibile “compratore”.

C’è anche chi “vende i minuti” sul suo sito Web a un dollaro l’uno, diecimila in tutto.

Una fotografia che per un minuto intero rimane visibile sul Web, e già 1600 minuti sono stati venduti.

In molti si sono lanciati per cogliere l’attimo, approfittare della novità, da quella mamma di 3 figli con due lavori che ha bisogno di soldi extra per mandare avanti la famigliola, sino ai molti siti che alla fine si fanno pubblicità/concorrenza a vicenda, addirittura associazioni per la carità. Un piccolo spazio per tutti per mettere la faccia fuori dalla porta.

Potete trovare varie liste di iniziative di pixel-advertising in questi siti che ne parlano, ne analizzano il fenomeno, stilano classifiche: Pixellist.com, Thepixelwars.com e Clickpixels.

Analisi con indirizzo pubblicitario

Una volta c’era il depliant. Si studiava, si stampava, si distribuiva. Chi lo buttava via, e chi lo conservava nel cassetto.

I clienti più ricchi si permettevano l’affissione in città, il cartello sulla tangenziale, i politici il 6×3 dappertutto, con il loro faccione, ma tagliando via la pelata.

E le grosse aziende buttavano (e buttano) quantità enormi di denaro in spot televisivi, ed altri mezzi minori. Poi, facendo il conto delle ore che si passa davanti ad uno schermo di computer, ne hanno infarcito tutte le pagine Web possibili ed immaginabili. Banners, enormi fazzolettoni di animazioni flash, volgari nella loro violenza visuale, difficili da ignorare, facili da odiare, trailers strepitanti.

La questione è che se, in un passato remoto (10 anni fa), la piccola/piccolissima struttura a volte se la cavava con un bigliettino stampato in nero su una carta colorata, e qualcuno che li distribuiva per strada, oggi non basta più. E cosa fare per esserci in Internet? La pubblicità a banner è rotatoria, ci sei e non ci sei, e devi esserci sempre, e i costi aumentano.

E di qui siamo passati al portale, ed ora al microportale, un punto nello spazio.

… E una riflessione sulla natura umana

Perché un’iniziativa come questa della web page a francobollini possa avere successo, è necessario pure un altro fattore. Nella vendita, il maggiore assistente del venditore è il compratore. È lui che crea i binari sui quali il venditore imposta la sua strategia. Il condannato è in definitiva il vero carnefice di se stesso.

E nel Tatze-bao di Alex Tew c’è un poco di questo. Questi quadratini colorati con un simboletto a mala pena comprensibile, queste striscioline con una scritta, a volte pure senza molto senso, proprio per il fatto che non si comprendono invitano a cliccarci sopra. E poi tanto, se non ci clicchi oggi, ci cliccherai domani, il quadratino lo trovi sempre lì. E la ditta, il venditore, il sito che ha bisogno di gente che vada a vederli, ci ha speso $100, forse anche $1000, sempre poco, molto poco, il ritorno pubblicitario è quasi una garanzia.

Uno zapping pubblicitario, la ricerca spasmodica di qualcosa che ci sorprenda, la curiosità della scoperta. Forse anche questo è alla base del successo del Web.

Siamo di fronte ad un gioco, un modo diverso di interpretare la pubblicità, una supernova che brilla un attimo e poi si spegne, o un cambiamento di tendenza nel rapporto con l’utente? Il rapporto “fisso” e non più “dinamico” del messaggio pubblicitario, il cappello che passa a raccogliere i soldini tra il pubblico invece dell’analisi costo-contatto e budget pubblicitari proporzionali al fatturato? Oppure semplicemente un altro limone da spremere, il piccolo-piccolissimo imprenditore, il curioso, chi ha in tasca 100 dollari da spendere, e non sa come.

Il sito riporta un case-history di una ditta di marketing che ha visto il proprio traffico Web (e di conseguenza le vendite) impennarsi grazie ad un quadratino da cento dollari.

Ognuno per i suoi quindici minuti di gloria, o di business.

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