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La memoria genealogica globale, grazie all’ego

24 Gennaio 2008

La memoria genealogica globale, grazie all’ego

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Nel mondo polveroso degli archivi analogici sonnecchiano miliardi di dati. Per portarli al digitale e renderli fruibili è sufficiente che ci sia un business dietro. Specialmente se coinvolge il nostro ego

Sino dai primi anni di Internet si parla del Web come del luogo della memoria globale, si vede la Rete come il repositorio dello scibile, della storia, della globalità dei contenuti prodotti da genere umano. Vista la quantità di materiale prodotto ogni minuto dalla Content Generation, risulta improbabile che la Rete possa mai farcela a contenere tutto, ma proprio tutto quello che scriviamo e produciamo (specialmente se lo pubblichiamo offline e ci sono dei diritti d’autore di mezzo).

Più semplice ma anche più complicato il tema dei contenuti del passato. L’umanità ha infatti, per larga parte della sua storia, prodotto materiali a un ritmo sostanzialmente più umano. Il quantitativo disponibile, dunque, pur enorme, è sostanzialmente più piccolo di quello che stiamo producendo tutti insieme in quest’era del «pubblico, ergo sum». La difficoltà sta però nella complessità dell’acquisizione di questi materiali – normalmente disponibili nell’antiquato formato cartaceo, dispersi in mille e mille archivi e raccolte, complessi quindi da individuare e da digitalizzare, costosi da incorporare nella biblioteca/mediateca globale.

Insomma, ci vuole qualcuno che ci metta i soldi: gli Stati fanno un po’ quello che possono (anche perché a investire soldi per digitalizzare un archivio notarile, sia pur interessantissimo per gli storici, si raccolgono pochi voti, e qualcuno lo bolla pure come spreco). Restano i privati, ma molti mecenati ritengono (magari a ragione) più opportuno risuscitare bambini mezzo morti di fame che riportare in vita antichi elenchi.

L’opportunità sta dunque nelle potenzialità di business legate alla rivitalizzazione dei contenuti; in certi casi facendo pagare l’accesso a database da parte di studiosi e ricercatori dotati di fondi ma, più probabilmente, associate a una domanda da parte di un pubblico privato disposto a cacciare la lira in cambio di un qualche tipo di intangibile soddisfazione e gratificazione dell’ego. In questo campo uno degli esempi ormai più classici della Rete è quello legato alla genealogia, la ricerca delle proprie radici. Quella tradizionale, fatta di ricerche e di alberi; non quella spicciola e poco romantica basata su fredde analisi del DNA. Più forte in un popolo come quello americano, che ha alle proprie radici forti discontinuità, si sta affermando anche in culture più stanziali.

Molti di noi hanno infatti, a tempo perso e per curiosità, navigato la rete alla ricerca di una possibile ricostruzione del proprio ceppo (e pure io, lo confesso, con una certa fatica). Insomma, dove c’è una domanda latente, mal soddisfatta, c’è l’opportunità per un business di fare fatturati e utili; e c’è dunque il denaro da investire per trasformare ricordi e dati destinati all’oblio in dati digitali, fruibili e fatturabili. Tanto da dare vita a veri e propri affari internazionali, come quello di Ancestry, azienda fondata da un e-imprenditore specializzato nel campo (dall’auspicioso nome di Paul Allen, come quell’altro più famoso, più ricco e più microsoftiano). Ancestry in realtà non è che una parte di un conglomerato internettiano-genealogico che sta allungando i propri tentacoli sui cinque continenti. Un network, tutto sommato, però benemerito visto che sta digitalizzando e rendendo disponibili dati di potenziale interesse per i cercatori di radici, per gli investigatori del passato.

Ed è sorprendente seguire le scelte fatte: tra le ultime digitalizzazioni infatti, la raccolta di oltre un secolo di elenchi telefonici inglesi (francamente io non pagherei per sapere che il telefono di Buckingam Palace era Victoria 6913, visto che nel frattempo è pure cambiato). Ma 280 milioni abbondanti di nomi fanno effetto e a qualche storico può oggettivamente intressare sapere se Bram Stocker, autore di Dracula, avesse un telefono o se invece non comunicasse solo con pipistrelli viaggiatori.

Il sistema sembra funzionare, visto che sono quasi 800.000 gli utenti che hanno messo mano al portafoglio per visionare dati o fare abbonamenti per un uso più esteso. Se a questi sommiamo gli utenti (spesso sovrapposti) di altri servizi come MyHeritage, FamilySearch o l’indiano OneFamily (e su questo elenco ne trovate mille altri) si arriva a cifre di fatturato piuttosto rispettabili. Curiosamente, visto che siamo notoriamente un paese depresso e arretrato (a quanto si dice) l’attività di recupero della memoria si dispiega anche in Italia, paese dove evidentemente si vede un buon potenziale di genealogi dilettanti, pronti a frugare fra cognomi e comuni, a generare alberi genealogici digitali, a frugare fra discendenze e matrimoni. Purtroppo i dati più interessanti (come nel caso della mia famiglia) non sono in genere rilevati dai registri, essendo legati a tradimenti e a filiazioni illegittime. E Venturini, come Esposito, è un nome legato a una nascita da trovatello, stereotipicamente e preferibilmente frutto della colpa, figlio di focose ed inconfessabili passioni di ricche e traviate signore della buona società.

Pian pianino,insomma, anche per l‘italiano medio turbato dalla tematica della ricerca delle proprie radici, i dati di base iniziano a affluire online. Proprio Ancestry.it oltre ad aver schedato oltre 15 milioni di emigranti nostrani ha iniziato la digitalizzazione di registri locali, primo fra tutti Il registro Civile della Provincia di Como negli anni compresi tra il1866-1936.

Attendo con (moderato) interesse la messa online dei registri di un certo comune veneto, per cercare di capire meglio se, come raccontavano i nonni, davvero una certa nobildonna del luogo abbia fatto un dispetto al marito, ma fatto un gran favore a me e al mio ramo della famiglia.

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