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La lezione di Lessig e le contrapposizioni italiane

15 Marzo 2010

La lezione di Lessig e le contrapposizioni italiane

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Grande successo per il convegno organizzato da Capitale digitale alla Camera dei Deputati, dal quale è emerso però tutto lo scarto della cultura digitale nel nostro Paese

Giovedì scorso abbiamo avuto la possibilità di vedere Lawrence Lessig, docente ad Harvard e promotore dei Creative Commons, discutere a Montecitorio assieme a politici italiani ed esperti di web della centralità di internet nello sviluppo della nostra società. Ma il sottotesto della giornata, indipendentemente dalla volontà di chi ha organizzato, sembra mostrare altro: la costruzione di una forma di narrazione giocata su una contrapposizione del tipo noi/loro che si è tradotta in dentro la rete/fuori dalla rete. Si tratta di una particolare forma di racconto che spesso troviamo nel nostro Paese (ma non solo), quando media e istituzioni si occupano del web e delle sue culture. È seguendo la logica proposta da questo racconto che abbiamo allora potuto guardare la rete “entrare” in Parlamento.

Opinione pubblica

Le centinaia di commenti via Twitter alla conferenza si aggregavano attorno all’hashtag #difenderelarete diventando visibili sul computer del moderatore, il direttore di Wired Riccardo Luna, che ha detto nella sua introduzione: «Sono arrivati prima di cominciare già 300 messaggi. Io cercherò di leggerli oggi durante il dibattito per far sentire anche la voce di fuori a quelli che stanno qua dentro, per far capire quanta attesa, quanta speranza quelli che amano la rete e hanno a cuore l’innovazione in Italia hanno su un dibattito come questo». E comunque – ha continuato quando la quantità di tweet era diventata di due al secondo, la loro varietà elevatissima e, quindi, la possibilità di rappresentarli nella conversazione praticamente impossibile – li avrebbe stampati tutti e consegnati a Gianfranco Fini, che ha introdotto i lavori, portandogli così un pezzo di opinione pubblica.

È così che la rete è entrata alla Camera dei Deputati con la sua forma, Twitter, ma non attraverso i suoi linguaggi, i tweet, come modalità (a)sincrona di conversazione meta territoriale. La dimensione “conversazionale” è stata tradotta (ridotta?) nella più classica forma della domanda da porre, neutralizzando la specificità di connessione tra cittadini e istituzioni che i social media possiedono. Perché, sempre secondo questo tipo di narrazione, internet non ha una sua voce e, quindi, deve parlare con quella di altri, trovare una sua rappresentanza. La logica di funzionamento dei social media, il fatto che ognuno di noi sia potenzialmente un mezzo di comunicazione di massa, senza necessità di mediazione, ma capace di giocare sull’immediatezza della comunicazione e sulla capacità di entrare in conversazione, non è riconosciuta dalle forme istituzionali cresciute nei paradigmi politici e organizzativi novecenteschi.

Metafora sbiadita

Eppure, si dice, anche queste occasioni sono importanti. E lo sono, ma il dubbio è che costruiscano un racconto sociale sulla realtà della Rete che rischia di essere poco più di una metafora sbiadita. D’altra parte è difficile organizzare e dare voce unica a un arcipelago di differenze in un’epoca in cui, come scrive Clay Shirky, la Rete mostra il potere di organizzare senza organizzazioni. Ma su queste cose lo scarto della cultura digitale in Italia è evidente. Lo dice anche il Presidente della Camera Gianfranco Fini, quando nel discorso introduttivo racconta: «Barack Obama ultimamente ha inaugurato una nuova forma di colloquio diretto coi suoi connazionali rispondendo per 40 minuti su YouTube a 12 domande scelte fra le 11.000 che gli erano state rivolte dai navigatori». Noi invece abbiamo ancora bisogno di mediazioni. In Parlamento, affinché qualche domanda di Twitter sia letta. Nel Paese, con un quotidiano che fa 10 domande al Presidente del Consiglio, peraltro senza risposta.

L’altro modo in cui la Rete si è presentata in Parlamento va preso invece letteralmente: il popolo del web va di persona. Scrivono i quotidiani: «Il popolo di Internet assedia Montecitorio. Ha funzionato il tam-tam sulla rete e diverse centinaia di persone si sono messe diligentemente in fila per assistere ai lavori del convegno». Anche qui: un modo di trattare in modo unitario delle differenze («il popolo di Internet») e di creare una contrapposizione fra cittadini reali e (chissà) virtuali, come se si trattasse di due specie antropologicamente diverse. E il richiamo al tam-tam non è metaforico ma simbolico: abbiamo a che fare con indigeni e con le loro strane forme di comunicazione. Un’altra forma della narrazione di contrapposizione. Da una parte quindi istituzioni e giornali, dall’altra la Rete. La Rete sono “gli Altri” – e il linguaggio è più quello del serial tv Lost che della filosofia –, gli appartenenti a una comunità immaginata di cui si trovano tracce e che vengono costruiti in base ad esse.

L’uno e l’altro

Lo stesso Lessig, nella sua lezione, ha cercato di spiegare la necessità di uscire da questa forma di contrapposizione, anche se non sempre il lessico che ha utilizzato è riuscito a sottrarsi al gioco delle differenze: «Questi estremismi non vogliono riconoscere le ragioni degli altri, quindi si ritiene che oggi debba essere o l’anarchia oppure uno Stato totalitario sostenuto da coloro che si oppongono alla Rete. Invece dobbiamo trovare il giusto mezzo. Trovare un modo per promuovere Internet, ma anche credere al giornalismo, avere fiducia nel governo. L’importante non è quale scegliere, l’uno o l’altro. La domanda invece è: come riuscire ad avere entrambi. Dobbiamo accettare l’esistenza di Internet e gioire perché Internet esiste e non scomparirà».

Potremmo cominciare costruendo un racconto sociale della Rete che non si giochi sulla distinzione noi/loro. Anche perché gli Altri siamo noi e i nostri figli.

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