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La Corte suprema americana chiamata a decidere sul P2P

20 Dicembre 2004

La Corte suprema americana chiamata a decidere sul P2P

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La Corte Suprema degli Stati Uniti dovrà stabilire se le software house che producono applicativi peer-to-peer devono essere ritenute responsabili per l'eventuale utilizzo illegale delle loro applicazioni

La questione dovrà essere affrontata nell’ambito dell’azione promossa dalla RIAA (Recording Industry Association of America) e dalla MPAA (Motion Picture Association of America), nel più ampio quadro del caso legale che le vede opposte alle software house Grokster e StreamCast Networks. La sentenza è prevista per giugno 2005.

Dopo una prima sentenza pronunciata a favore di Grokster e StreamCast Networks nel 2001, una Corte d’Appello americana, la scorsa estate, ha nuovamente respinto le accuse delle ricorrenti, che ritenevano Grokster e Morpheus direttamente responsabili della pirateria di opere multimediali riscontrata sulle rispettive reti P2P.

Nella sentenza, la Corte d’Appello si era basata sul caso “Sony-Betamax”, risalente al 1984, in cui il produttore giapponese, accusato di “violazione indiretta” dei diritti d’autore, era stato ritenuto non responsabile per le copie illecite realizzate tramite i suoi prodotti.

L’EFF (Electronic Frontier Foundation), associazione per la difesa delle libertà civili nel mondo digitale, ha offerto il suo sostegno a Grokster. In un comunicato, Fred von Lohmann, responsabile delle questioni riguardanti la proprietà intellettuale, spiega che l’associazione conta sulla Corte Suprema per ribadire i principi di legge in materia di diritti d’autore enunciati all’epoca del caso Sony-Betamax, che “hanno apportato enormi benefici all’innovazione, all’industria del copyright e al grande pubblico durante questi ultimi venti anni”.

Per il caso di esito negativo del giudizio davanti alla Corte suprema, le Associazioni che rappresentano le major hanno comunque giocato già un’altra carta, puntando sul terreno legislativo, sostenendo un progetto di legge molto controverso: l’Induce Act, che prevede la punizione di “chiunque inciti intenzionalmente a una violazione del copyright”.

L'autore

  • Annarita Gili
    Annarita Gili è avvocato civilista. Dal 1995 si dedica allo studio e all’attività professionale relativamente a tutti i settori del Diritto Civile, tra cui il Diritto dell’Informatica, di Internet e delle Nuove tecnologie.

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