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La Cina vuole Linux per se.

12 Luglio 2000

La Cina vuole Linux per se.

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Dopo aver passato un decennio circa a tentare, senza successo, di sviluppare un suo proprio sistema operativo, il governo cinese vede in Linux una via d’uscita rapida e sicura.

Certo, l’idea sta sollevando la diffidenza degli sviluppatori Linux che vedono il frutto dei loro sforzi trasformarsi in sistema proprietario.
Ma, sempre diffidenti verso “l’imperialismo” americano, ben rappresentato oggi da Microsoft, i cinesi si impuntano contro i rischi di sicurezza associati al codice sorgente dei software di Microsoft.

La Cina crede che il governo americano possa gettare un occhio nella sua intimità, attraverso i bachi non segnalati nei software di Microsoft.
I timori della Cina sono aumentati l’anno scorso, quando un ricercatore canadese ha scoperto, scrutando nelle viscere di Windows, una componente chiamata “NSAKey”.

Questa chiave aprirebbe, secondo il ricercatore, una porta alla NSA (la National Security Agency, l’agenzia che si presume sia dietro al sistema Echelon) permettendogli di aver accesso ai contenuti di un computer.

Malgrado Microsoft avesse più volte negato, un principio è stato tuttavia accertato: nessuno può certificare che non ci siano porte segrete in Windows.
Tuttavia, c’è una crescita nelle vendite secondo il rappresentante di Microsoft in Cina, anche se l’azienda di Bill Gates non è vista di buon occhio dall’establishment.

Ma la casa di Seattle gliel’ha messa tutta per non farsi amare.
Come quando ha ingaggiato un’azienda taiwanese per sviluppare una versione cinese di Windows 95.

Risultato, sono stati inseriti segretamente dei commenti pesanti contro il comunismo e i dirigenti cinesi.
Da allora, anche il più piccolo e insignificante incidente diventa gigantesco in Cina.

Ma anche il governo cinese gode di un “monopolio”, in questo caso politico e vede in Linux un modo semplice, efficace e sicuro per sviluppare un sistema operativo “fatto in casa”.
Ma, molti degli sviluppatori cinesi di Linux cominciano a percepire i timori dei loro colleghi d’oltre mare che temono che i frutti dei loro sforzi siano vanificati e trasformati in un sistema proprietario.

Con buona pace e in violazione della General Public License (GPL) o di altre licenze del genere che regolano lo sviluppo di sistemi a codice aperto, come appunto Linux.
Un timore che ha reali fondamenti, visto che l’enorme influenza che ha il governo sul popolo cinese può trasformare Linux nel sistema operativo “made in China”.

Per approfondire potete leggere l’articolo del New York Times sull’argomento, all’indirizzo
http://www10.nytimes.com/library/tech/yr/mo/biztech/articles/08soft.html

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