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Indymedia, il giornalismo open source

06 Marzo 2002

Indymedia, il giornalismo open source

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L'agenzia di stampa Indymedia è nata con le manifestazioni contro la globalizzazione di Seattle, nel novembre 1999. Oggi conta 57 centri in 21 Paesi. Una nuova forma di giornalismo open source e militante

“Indymedia l’abbiamo costruita sotto adrenalina. A Seattle abbiamo lavorato dieci giorni e dieci notti. Ognuno apportava il suo piccolo mattone. Era un vero lavoro d’insieme”. Sue Supriano, 63 anni, da trenta attivista radiofonica negli Stati Uniti, si lascia quasi sfuggire una lacrima quando ricorda la creazione dell’agenzia indipendente che tanto ha fatto parlare di sé al vertice del G8 di Genova, nel luglio scorso.

La nascita di Indymedia è avvenuta nel novembre 1999, con le manifestazioni di Seattle. In un magazzino dismesso, sotto un centro per i senzatetto, un pugno di giornalisti provenienti dai media alternativi americani lanciava una piccola rete di informazioni militanti. Tre anni dopo, questo collettivo internazionale di “mediattivisti” utilizza ogni risorsa di Internet per testimoniare e informare sui movimenti che lottano “per un’altra globalizzazione”. Indymedia conta migliaia di membri. 57 Centri Indymedia, in 21 Paesi offrono quotidianamente i loro contenuti di testi, audio e video a milioni di visitatori. Questa enorme macchina funziona unicamente grazie all’energia di centinaia di volontari che, per vivere, hanno un’altra attività professionale.

Essere il media

Con il tempo, la politica editoriale di Indymedia si è evoluta. Dall’allegro disordine delle origini, il sito è passato a un modello un po’ più strutturato. Emarginato e attaccato dai grandi media sulla credibilità, Indymedia ha imparato a filtrare e ordinare gerarchicamente il suo contenuto. Senza per questo centralizzare le decisioni né censurare la libertà dei toni. Infatti, fedele al suo motto “Don’t hate the media, be the media!” (Non odiate i media, siatelo!), Indymedia continua a dare la parola a tutti i suoi lettori: “Ogni utente di Internet può commentare, completare o criticare tutti gli articoli online. In effetti, Indymedia è interamente costruito sul postulato dell’intelligenza dei lettori”, dice Brian Drolet, capo redattore di Freespeech.org e sessantenne membro fondatore di Indymedia.

In realtà, si è venuta stabilendo una specie di moderazione a posteriori dei contributi. Non per paura di sbandate – “Abbiamo avuto solo due o tre casi di articoli ritenuti razzisti, fascisti o sessisti, che sono stati ritirati”, assicura una collaboratrice tedesca, una sociologa femminista responsabile del sito di Berlino – piuttosto, per accrescere la leggibilità e la credibilità delle centinaia di contributi pubblicati ogni giorno. Così, per mettere in evidenza le storie migliori, alcuni Centri Indymedia hanno adottato nel 2000 un sistema di rating (classificazione, valutazione), ispirato dalla webzine pionieristica Slashdot.org: ogni internauta può attribuire un voto agli articoli, secondo il loro interesse e la loro pertinenza. È anche stata cambiata la presentazione delle home page: la colonna centrale accoglie ormai gli articoli dei membri attivi di ogni Centro Indymedia e quella di destra è diventata un filone di attualità in cui si raccolgono i contributi delle migliaia di utenti mediattivisti

Il sito non ha mollato

Per mettere online questo sito open source, si sono dovuti migliorare gli strumenti di pubblicazione. Manse Jacobi, fondatore del sito americano Freespeech.org, fin dall’inizio ha lavorato con l’australiano Matthew per adattare il software libero [email protected], che quest’ultimo aveva sviluppato in proprio. A Seattle era sul posto per installare come server dei Pc che gli avevano prestato. I computer funzionavano grazie a “botte” di solidarietà: Freespeech assicurava la location e la banda passante, la società di servizi LoudEye assumeva a suo carico tutto il contenuto video, in diretta o in differita. E quando il vertice iniziò, la vittoria fu totale: il sito ricevette più di un milione di connessioni al giorno, senza cedere. “Avevamo tanta audience quanto la CNN. E, grazie ai nostri articoli e alle foto, abbiamo costretto le grandi reti americane a modificare l’atteggiamento verso le violenze della polizia, a parlare dei gas lacrimogeni e delle pallottole di caucciù”, ricorda Brian Drolet.

Progressivamente, si è dovuto estendere questo sistema ai nuovi centri indipendenti che si creavano. Dalla fine del vertice di Seattle, Indymedia ha conosciuto una crescita rapidissima, a seconda delle lotte del movimento antiglobalizzazione. Nell’estate del 2000, le convenzioni dei partiti Repubblicano e Democratico (e le contro-manifestazioni ad esse collegate) hanno dato vita alle sezioni di Washington e di Philadelphia. Poi è stata la volta di San Francisco, in occasione di una riunione della lobby delle grandi reti televisive americane. In Europa, la Francia è stata tra le più precoci: è il processo di José Bové a Millau, nell’agosto del 2000, che fa scoccare la scintilla. La Germania aspetta le manifestazioni contro i treni di scorie nucleari del marzo 2001, l’Italia la segue nel giugno dello stesso anno. E nascono decine di altri siti locali. Allora, per gestire la crisi della crescita, i fondatori di Indymedia hanno giocato la carta del pragmatismo. Si sono create numerose mailing-list locali o tematiche per comunicare all’interno. Per ragioni di costi, le chat in diretta su IRC hanno sostituito il telefono. Per aumentare le capacità d’accoglienza del sito, dieci Centri Indymedia si sono dotati di un proprio server. Oggi, su una mailing-list particolare, 50 tecnici di tutto il mondo collaborano per gestire questa rete superdecentrata.

Niente panico

Il contro-vertice di Genova e le manifestazioni anti G8 del luglio scorso hanno segnato una svolta. “Sapevamo che Genova avrebbe battuto tutti i record”, dice Ryan, ingegnere di rete del centro Indymedia di San Francisco. “Allora abbiamo messo a punto un nuovo sistema per gestire la memoria e abbiamo aggiunto dieci server secondari che alcuni utenti ci avevano messo a disposizione. Abbiamo mantenuto circa 3 milioni di connessioni al giorno, per una settimana”. Altra novità: sono state create delle passerelle verso siti amici. In Francia, il portale Temporary News Engine ha unito, durante il periodo genovese, Indymedia e gli hacktivisti di Samizdat.net. “Per fare ciò, abbiamo creato una versione personalizzata di SPIP, il software di edizione sviluppato dai nostri amici del MiniRezo.

A Genova, soprattutto, Indymedia ha potuto valutare il cammino percorso: la sua indipendenza di spirito e di tono è ormai presa sul serio dai rappresentanti dell’ordine costituito. Già nell’aprile 2001 l’Fbi aveva fatto irruzione nei locali del Centro Indymedia di Seattle, sequestrando dei computer contenenti gli archivi dei file di Log e delle informazioni sui visitatori di Indymedia. Erano stati restituiti solo un mese dopo, in seguito a una vasta protesta di numerose ONG americane. Ma a Genova l’attacco è stato più massiccio. Nella notte tra sabato e domenica 22 luglio, dei carabinieri scatenati, affermando di essere in cerca di armi, sono penetrati con la forza nel palazzo dov’era sistemato il Centro Stampa. Malgrado la violenza, i 70 giornalisti presenti non si sono fatti prendere dal panico. Si erano preparati a una tale eventualità. Prima che i poliziotti interrompessero il server che diffondeva le sue emissioni in MP3, Radiogap.net, una radio alternativa italiana installata nel Centro Stampa, ha avuto il tempo di lanciare il messaggio: “Resistenza passiva! Non abbiate paura, amici! Cari ascoltatori, state vivendo la repressione in diretta!”

E la sera stessa, molto rapidamente, in gran parte grazie alle informazioni scambiate per cellulare, sono stati rimpiazzati da internauti che hanno riportato, minuto per minuto, l’incursione dei carabinieri. Le informazioni venivano riprese dai siti di diversi Centri Indymedia. A Parigi, Gilles Klein non si capacita tuttora d’aver potuto pubblicare, in tempo reale, delle foto sui fatti. Erano state inviate dal Centro Stampa da un attivista equipaggiato con un apparecchio digitale e un PDA collegato con gli infrarossi a un telefono cellulare. Dopo la partenza dei poliziotti, l’informazione non è cessata.

Priorità: il Sud

Di fronte alla violenza ostentata nel Centro Stampa, diversi inviati speciali dei media tradizionali sono insorti e si sono avvicinati al movimento di Seattle e ai suoi mediattivisti. La Federazione italiana dei giornalisti, Reporters sans frontières e l’International Federation of Journalists, che rappresenta 450 giornalisti di 100 paesi, si sono perfino ufficialmente indignate. Indymedia ci ha guadagnato un po’ più di riconoscenza.

Ma i suoi responsabili mantengono il sangue freddo. Sanno che “l’effetto Genova” è stato temporaneo: finita l’effervescenza, i media tradizionali hanno ripreso a ignorare questi giornalisti dall’impegno politico imbarazzante. Soprattutto, non dimenticano le loro priorità: se Indymedia ha ormai messo buone radici nel mondo occidentale, bisogna ora sviluppare un modello simile nei Paesi del Sud. I centri del Nord hanno già inviato del materiale per il montaggio di video, dei computer e dei modem verso i centri Indymedia meno ricchi: Russia, Argentina, Brasile, Congo, Colombia, Messico, Chiapas. Per aggirare l’analfabetismo, viene favorita la radio via Internet. E, per non limitarsi al popolo di Internet e incoraggiare le letture collettive d’informazioni, si sta sviluppando un’edizione di archivi in PDF, scaricabili, da stampare.

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