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In crisi i giornali online americani

14 Giugno 2000

In crisi i giornali online americani

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La fase dell'entusiasmo nei confronti del Web sembra ormai lontana e i giornali online statunitensi licenziano o chiudono. Cosa sta succedendo? Sostanzialmente mancano i soldi

La corsa all’oro fa le prime vittime illustri e i funeral parlor del Web si riempiono. Così come vanno forte le orazioni funebri di chi guarda con gli occhi storti a tutto quel passa per il computer. Non siamo ancora ai necrologi quotidiani su stampa e TV, ma poco ci manca. Chi paga il pegno più salato è il giornalismo online: nel giro di pochi giorni licenziamenti e chiusure sono rapidamente diventati notizie quasi all’ordine del giorno.

La sezione Internet della Cbs ha tagliato circa 25 dei suoi 100 addetti. Apbnews.com ha chiuso i battenti e tolto i computer a uno staff di circa 140 persone. Newswatch si apre su una pagina di condoglianze. Persino uno tra i siti più celebri – Salon.com – ha scoperto che per coprire un consistente buco di bilancio la via migliore era tagliare. E ha cancellato 13 posti di lavoro.

Cosa sta succedendo? Mancano i soldi. E soprattutto sono mancati all’improvviso. Negli anni scorsi era stato semplice trovare capitali per lanciare nuove imprese. “Internet è la mecca, la pentola magica colma di ricchezze”, ci si sentiva ripetere ovunque. A dire il vero lo si dice ancora. Ma dopo aver pompato nelle casse delle nuove società miliardi di dollari, ora gli investitori vogliono vedere qualcosa tornare indietro. E a quanto pare la miniera non ha ancora cominciato a dare frutti veri e propri. Di oro ce n’è, ma per il momento è ancora molto virtuale. Mentre i miliardi che servono per conquistare la nuova frontiera sono quanto mai reali. Le entrate pubblicitarie, uniche vere boccate di ossigeno monetario, non bastano mai.

“Siamo in una fase di sofferenza di breve periodo che dobbiamo attraversare per ottenere una stabilità di lungo periodo”, ha dichiarato David Talbot, fondatore di Salon.com, periodico Internet tra i meglio studiati e informati. Che ha scoperto come non basti essere bravi e belli – tutta l’impaginazione è stata rinnovata e arricchita in maggio – per non avere rivali. Di rivali ne ha avuti e ne avrà moltissimi. Dunque si tratta di attrezzarsi.

Ne è bastato ad Abpnews.com avere nel suo staff un premio Pulitzer della caratura di Sidney Shanberg – autore dei reportage dalla Cambogia da cui è stato tratto il film ‘Urla dal silenzio – per non finire nel libro nero delle banche e dei finanziatori. Apb puntava su inchieste e servizi in materia di criminalità, quasi un’ossessione negli Stati Uniti. È andato in rosso ugualmente. O meglio, ha finito i soldi, forse anche per cattiva amministrazione dal momento che già dava segni di crisi e seguitava a imbarcare persone.

Quello che dicono gli esperti in investimenti interpellati dai giornali americani si riassume in una frase semplicissima: fare un secondo giro di raccolta fondi è pressoché impossibile, quel che gli investitori vogliono adesso non è sborsare altri soldi ma vederne tornare.

Ma a quanto pare è ancora troppo presto. Vallo a spiegare a chi vede gli indici del Nasdaq andare sulle montagne russe e passare da guadagni record per quattro sedute consecutive – equivalenti a un +19% tra fine maggio e inizio giugno – a lunghe fasi di calo, quando non di crollo com’è stato per buona parte dei primi mesi dell’anno con aprile mese più crudele anche per la borsa tecnologica. Così se un anno fa tutti pensavano a scenari di continuo arricchimento da lì a dieci anni, oggi sono sempre di più quelli che si chiedono come faranno a superare i prossimi dieci mesi. E su ‘Atlanta Journal Constitution’, il quotidiano della capitale georgiana, si legge in prima pagina che saranno parecchie le “dot com companies” che silenziosamente spariranno nei prossimi mesi.

Dal canto loro i giornalisti stanno sperimentando sulla propria pelle un giudizio che altri media non emettono. La misura delle pagine viste dà conto immediatamente di quel che interessa ai navigatori. Gli “hits” sono già diventati il giudice ultimo, una sorta di divinità imperscrutabile a cui tutto può essere sacrificato. Gli hits, ha spiegato David Talbot al “New York Times”, sono il criterio con cui si è deciso dove tagliare. Il ragionamento non fa una piega. Impone persino di non tenere conto dei rapporti privilegiati: a Salon hanno perso il lavoro la moglie di Talbot e quella del direttore. Ma bisogna chiedersi se tanta obiettività di giudizio sia sufficiente nel guidare le decisioni. Risposte per ora non ce ne sono. Avrà fatto bene Salon a tagliare la sezione viaggi dal momento che in rete a quanto pare la maggioranza preferisce siti che offrano informazioni da agenzia viaggi e non reportage di viaggio? Non è affatto certo che la risposta sia affermativa.

Per chi fa informazione online ora arriva il momento più difficile, e probabilmente più emozionante. Dall’entusiasmo iniziale che ha fatto da levatrice a migliaia di siti informativi differenti – o anche molto simili tra loro – ora si sta entrando nella fase del consolidamento. Se non ci si lascia guidare solo dagli hits, c’è da pensare che restino soltanto quelli che hanno davvero qualcosa da dire e hanno capito come dirlo attraverso la rete. Il “New York Times” di lunedì 12 giugno spiegava proprio questo, e puntava l’attenzione su tutti quei siti che lavorano soprattutto su sistemi di indicizzazione e collegamento con altre fonti di informazione. Pare siano i più graditi, al momento, e più economici. Il top risulta essere Moreover.com.

Ma non sono solo i giornali Web a pagar pegno. Ha fatto scalpore la chiusura di Boo.com, ma ci sono anche altri nomi illustri che sono rimasti intrappolati nella Rete. Toysmart, per esempio. Alle spalle aveva la Disney e vendeva giocattoli. Il 22 maggio ha chiuso perché la Disney non ha trovato nuovi finanziatori. Digital Entertainment Network era sostenuto da Dell Computer, Microsoft e altri, era pensato per gli adolescenti, ma adolescenti e investitori non la pensavo allo stesso modo. Data di morte: maggio. Nschool.com, sito tutto dedicato alle scuole, non ha trovato nuovi finanziatori dopo aver finito il primo giro di miliardi. Data del decesso: 6 giugno.

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