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Il telelavoro, questo sconosciuto

09 Marzo 1998

Il telelavoro, questo sconosciuto

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Si discute spesso di telelavoro e troppo spesso la disputa è tra fautori assoluti e detrattori inamovibili. Proviamo invece a individuarne alcuni aspetti, magari in contraddizione tra loro, e tentare, in modo critico, di coglierne le reali implicazioni.
  1. “Siete stati ridotti, riconvertiti e re-ingegnerizzati. Ma siete pronti per essere anche esternalizzati?” Si apriva con questa frase, nel 1996, il depliant che invitava i manager americani all’annuale conferenza sul telelavoro che si tiene in primavera in Florida. Lavorare a distanza, grazie anche alla disponibilità di tecnologie dell’informazione a basso costo, è una realtà per un gran numero di lavoratori negli Stati Uniti. A Washington circa il 2% della manodopera lavora senza doversi recarsi in ufficio. In California, grazie a una legge anti traffico approvata nel 1990, l’8% degli occupati è costituito da telelavoratori. Il loro numero potrebbe essere ancora più elevato: nella società post-produttiva la maggioranza degli addetti svolge lavori legati al trattamento e alla trasformazione delle informazioni. Superata la necessità di essere in contatto con materie prime e semilavorati, attrezzi e linee di assemblaggio, un numero sempre più alto di lavoratori perde anche la necessità di prestare la sua opera da un luogo prestabilito. Dice Bill Gates, il Paperone di Windows, nel suo libro La strada che porta a domani: “Quando sono in viaggio, collego ogni notte il mio computer portatile al sistema di posta elettronica Microsoft per ritirare nuovi messaggi e per spedire a persone all’interno dell’azienda quelli che ho scritto nel corso della giornata. In maggioranza, i destinatari non si accorgeranno neppure che io non sono in ufficio”. A parte l’incubo del “padrone virtuale”, che potrebbe angosciare i sonni di molti, quella raccontata da Gates è un’esperienza comune a molti. Ma ancora lontana dal divenire la norma del lavoro oltre l’industria.
  2. Quando si parla di telelavoro si intende – la definizione è dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro di Ginevra – una “forma di lavoro effettuata in luogo distante dall’ufficio centrale o dal centro di produzione e che implichi una nuova tecnologia che permetta la separazione e faciliti la comunicazione”. Tre, quindi, i punti chiave: la distanza dall’ufficio, l’impiego di una nuova tecnologia e la facilità di comunicazione con l’ufficio remoto. Sono telelavori, allora, sia quello del giornalista che scrive i pezzi sul suo computer portatile e li trasmette poi in redazione, magari tramite un fax, sia quello del contabile che, da casa, aggiorna e elabora gli archivi dell’azienda. E tanti altri esempi potrebbero essere fatti: chi potrebbe lavorare da casa, chi dall’auto o dalla barca, chi da un centro satellite di quartiere. Ma allora perchè i cronisti continuano ad affollare le redazioni dei giornali e i contabili timbrano il cartellino tutte le mattine? Vogliono davvero torturarsi? O li vogliono torturare gli imprenditori?
    I vantaggi del telelavoro sono stati spiegati così tante volte che a qualcuno può essere venuta la nausea. Ridurre il numero di persone che quotidianamente si spostano per recarsi al lavoro porterebbe diversi benefici. La riduzione del traffico e dell’inquinamento, anzitutto. Poi una migliore gestione degli spazi urbani e la riqualificazione delle città, ove scomparirebbero i quartieri usati soltanto per dormire e quelli che vivono solo nelle ore d’ufficio. Per non parlare poi dell’ottimizzazione delle dimensioni spaziali delle aziende, della riduzione del costo per occupato e, infine, dell’aumento della produttività individuale derivante dalla maggiore libertà del lavoratore, che potrebbe decidere da dove e quando lavorare. Tutti gli studi e le sperimentazioni svolte, senza eccezione alcuna, giungono a risultati concordanti. Dall’Università di Cornell, negli Stati Uniti, Franklin Becker, direttore del centro di ricerche sul lavoro, lancia un messaggio chiarissimo: la metà delle persone che sono state studiate è più produttiva alla mattina presto e alla sera tardi. È evidente che alle aziende converrebbe lasciarli lavorare “nelle ore in cui si sentono più in forma, anziché costringerli a starsene in ufficio alle due del pomeriggio, quando la cosa migliore da fare sarebbe schiacciare un pisolino”. Domenico De Masi, dall’Università di Roma, aggiunge: “milioni di lavoratori potrebbero lavorare in vestaglia, nelle proprie pareti domestiche, regolando i tempi sui propri bioritmi e i metodi secondo la propria preferenza”. Allora perché non telelavoriamo in massa?
  3. Ogni medaglia, si sa, ha il suo rovescio. Anche il telelavoro non sfugge a questa regola. Basta poco per dimostrare che ogni effetto positivo potrebbe avere dietro una conseguenza negativa. Chi ama il telelavoro perché, una volta ampiamente diffuso, porterebbe al decongestionamento del traffico e alla riduzione dell’inquinamento dimentica però che, diminuendo drasticamente l’impiego delle automobili e dei mezzi di trasporto pubblici, alcuni (forse molti) si troverebbero all’improvviso senza lavoro: gli operai che quei mezzi li producono, quelli che ne curano la manutenzione, gli autisti, i benzinai e via dicendo. L’inquinamento è bello allora? Certo che no, ma se per ridurlo si comprime la produzione di vetture, bisognerà pensare, e in anticipo, al destino sociale e professionale di quelli che rimarranno disoccupati. Ma, si potrebbe obiettare, i lavoratori, non più costretti a spostarsi per necessità, lo faranno per godersi meglio l’aumentato tempo libero. Forse. Molte esperienze, specialmente nordamericane, sembrano dimostrare che lavorare distanti dall’ufficio non sempre aumenta il tempo a disposizione. La Bell canadese, nella sua “guida pratica” al telelavoro, consiglia i manager di non mandare a casa chi ha la sindrome del Workaholic, cioè chi tende ad ubriacarsi di lavoro perdendo la distinzione tra attività produttiva e tempo libero. La nostra Telecom, in un bel fascicolo in cui spiega ai dipendenti le conseguenze di un accordo sul telelavoro siglato con il sindacato lo scorso agosto, afferma: “Telelavorare (…) significa più autonomia, ma sicuramente più responsabilità; meno tempo sprecato nel traffico, ma anche la ricerca (non sempre semplice) di un equilibrio fisico e psicologico tra vita domestica e attività professionale”. Che per molte donne lavorare da casa non sia una liberazione lo dimostra il contratto nazionale di telelavoro approvato in Australia dall’Industrial Relations Commission nel maggio del 1994. Il documento recita: “teleworking is not a substitute for child care or any other form of dependant care”. Quindi: non pensate di telelavorare da casa per curare meglio i vostri familiari. Quando si lavora non si pensa ad altro. Di concorde avviso anche Telecom Italia, che nel citato libretto avverte: “il telelavoratore non potrà prendere impegni di carattere domestico o familiare durante le ore in cui è in servizio solo perché tanto sta a casa”. Nel telelavoro il controllo, lungi dall’essere sul tempo della prestazione, diviene sul risultato. Il che, per alcuni, potrebbe portare a un comportamento ansiogeno: “non smetto sinché non ho finito”. E quando pensi di aver finito, il computer collegato all’azienda sputa fuori un’altra tabella, un’altro programma da scrivere, un’altra pratica da concludere. È evidente, quindi, che il self-control diviene una variabile importante nel telelavoro. Ed è bene che venga da entrambe le parti, dal lavoratore come anche dall’azienda. La quale, per esempio, dovrebbe dividere con i lavoratori i guadagni di produttività. In tutti i casi studiati questa è aumentata di almeno il 15%. Anche se con una curva strana: un balzo nei primi due-tre mesi, poi un lungo periodo di flessione e, infine la stabilizzazione al livello detto dopo un anno. È tutt’altro che insensato proporre per i telelavoratori una riduzione dei carichi del 7-8%, quale contropartita della maggiore intensità del lavoro.
    Un altro aspetto positivo del telelavoro che viene spesso citato è la possibilità, per chi rimane a casa, di qualificare il tempo passato con i congiunti. Dice Jeff Hill, un ricercatore della IBM americana che ha svolto un sondaggio su circa 20.000 telelavoratori: “per molti di loro si è realizzato un sogno vecchio di anni: quello di pranzare tutti i giorni con la famiglia”. Ma lo studioso non pensa, naturalmente né a chi vive solo né a quelli che, lavorando da casa, si sentono un po’ “prigionieri”. Il lavoro, oltre che un’attività produttiva, è anche uno strumento di socializzazione. Questo è un aspetto di fondamentale importanza per chi vive da solo, ma non soltanto per loro. Per molte donne e uomini uscire di casa per andare al lavoro aggiunge qualcosa alla vita e non è detto che di ciò si possa fare a meno. Per questo il telelavoro dovrebbe avere almeno tre caratteristiche importanti: nascere da una scelta volontaria, non divenire una decisione irreversibile, non assumere uno status “assoluto”. L’idea di lavorare sempre fuori dall’azienda può essere bislacca, come dimostra il dramma della protagonista del film The Net che, a forza di vivere in casa davanti agli schermi dei suoi computer diviene una sconosciuta per tutti. Per alcuni sarà un peso recarsi un ufficio una volta al mese, altri dovranno farlo, per non perdere il loro equilibrio socio-psicologico, almeno due volte a settimana. E le condizioni che fanno preferire ad alcuni il telelavoro potrebbero cambiare nel giro di pochi anni o pochi mesi. È indispensabile una grande flessibilità da parte dell’azienda. Specialmente nei casi (e sono la maggioranza) in cui l’attrezzatura per lavorare a distanza è poco costosa e, quindi, può essere dislocata con semplicità.
  4. Sono davvero questi i fattori che ostacolano lo sviluppo di massa del telelavoro? Se così fosse, sarebbe davvero facile superare i problemi: basterebbe un po’ di tecnologia multimediale, uno spruzzo di scienze umane e un bel po’ di attenzione. In realtà credo che le nostre aziende non affrontino seriamente l’opzione del telavoro per due motivi. In primo luogo hanno una discreta paura dell’innovazione organizzativa. Dopo ottant’anni di taylor-fordismo, quel modo di produzione ha generato una cultura granitica. Nei lavori standardizzati il dipendente va controllato non per quello che fa, ma per il tempo passato in azienda. Nell’industria questo è più che logico: la catena di montaggio segna i ritmi e la produzione cresce linearmente nel tempo. Quindi controllando il tempo si controlla anche la produttività. In quelle aziende essere valutati in base ai risultati e non timbrare il cartellino è un premio riservato ai quadri più fedeli. I quali, di contro, spesso ringraziano allungando le loro permanenze in ufficio. È quello che Domenico De Masi chiama il “paradigma dell’overtime”: uscire sempre dopo il proprio capo. Lo stesso vale per i meccanismi di carriera. Lavorare lontano dall’azienda elimina gran parte di quelle interazioni vis a vis che, spesso inutili al fine di raggiungere un obiettivo lavorativo, sono invece indispensabili per creare nel management un’idea della propria affidabilità. Se il meccanismo di generazione delle classi dirigenti aziendali rimane quello della cooptazione, è evidente che il telelavoro non è funzionale alla creazione delle elite. In secondo luogo le aziende hanno a disposizione strumenti che aumentano la produttività e redditività del lavoro senza intaccarne l’organizzazione. Si pensi all’impiego dell’informatica e delle nuove tecnologie per il risparmio di lavoro, alla cassa integrazione, alle liste di mobilità. Sono strumenti che, a volte finanziati dalla collettività, rendono l’azienda snella senza metterne in discussione i paradigmi di fondo.

Così il telelavoro, anche nell’epoca di Internet, rimane l’obiettivo di un drappello trasversale di studiosi, manager e politici. I quali avvertono che è solo con l’uso creativo delle tecnologie dell’informazione che le Nazioni potranno mantenere e rafforzare la propria competitività nel mercato globale. E intanto tanti lavoratori rimangono inutilmente imprigionati nel traffico delle otto del mattino, mentre altri sono costretti a migrazioni bibliche per andare a pigiar tasti su di un computer posto a mille chilometri di distanza, quando potrebbero farlo restandosene a casa propria…

Patrizio Di Nicola è Coordinatore nazionale progetto European Telework Development

http://www.eto.org.uk
http://www.mclink.it/telelavoro
Email: [email protected]

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