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Il telelavoro dalla sperimentazione al mercato

25 Marzo 1998

Il telelavoro dalla sperimentazione al mercato

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Che cos'è il telelavoro? Quali forme assume? Quali sono i vantaggi e gli svantaggi per il lavoratore e per l'azienda? Quale futuro avrà in Italia? Un'analisi della situazione attuale e le previsioni di un futuro ormai prossimo.

Il telelavoro, questo sconosciuto

Il telelavoro è una professione nuova? Oppure una forma di lavoro alternativa? O non è, magari, una delle tante mode – affascinanti quanto bizzarre – che attraversano in un lampo le società industrializzate, per poi scomparire all’orizzonte con altrettanta rapidità? E in che rapporto si trova con il lavoro in quanto tale?

Conosciuto nei paesi di lingua inglese come Telework o, nella sua versione americana, Telecommute (telependolarismo, accezione che mette l’accento sulla possibilità di sostituire gli spostamenti delle persone con il trasferimento telematico dei lavori d’ufficio), il telelavoro può essere inteso come un modo di lavorare che è indipendente dalla localizzazione geografica dell’ufficio o dell’azienda, ed è facilitato dall’uso di sistemi informatici e telematici. Vi è, naturalmente, chi afferma che si possa telelavorare anche senza necessariamente impiegare tecnologie raffinate: basta un telefono, magari un fax. In realtà è assai improbabile che sia così: per ricreare in un altro posto che non sia l’azienda l’ambiente tipico di un ufficio moderno le tecnologie appaiono oggi tutt’altro che un optional.

Il telelavoro è però molto di più di una semplice tecnica per delocalizzare gli uffici. Esso permette di rendere il lavoro indipendente dalle restrizioni geografiche e temporali: le persone possono così decidere modi e luoghi del lavoro. Ne discende che il telelavoro non è una professione e tantomeno un mestiere: per sua natura, è applicabile sia ai lavoratori dipendenti sia a quelli autonomi e a una vasta gamma di attività diverse. Chi lavora a distanza sfruttando le tecnologie dell’informazione e della comunicazione rimane, anzitutto, un contabile, un traduttore, un programmatore o un qualsivoglia altro tipo di professionista. Quel che farà la differenza è che, per svolgere il suo compito, non dovrà necessariamente recarsi in in ufficio tutte le mattine dalle 8 alle 17: il suo posto di lavoro può essere ovunque vi sia un cliente, una connessione alla rete aziendale, la possibilità di spedire file e messaggi.

Le forme che assume

A prescindere dalla definizione che ne viene data, è ormai universalmente accettato che esistono forme diverse di telelavoro, legate principalmente al luogo in cui esso è svolto; si parlerà, di volta in volta, di:

  • Telelavoro da casa o domiciliare, quando il lavoratore, utilizzando un angolo dell’appartamento fornito di computer, fax, modem e altre attrezzature, svolge i suoi compiti principalmente da casa. L’interazione con l’ufficio può essere su base costante (per esempio essendo un nodo della rete aziendale) o saltuaria. In quest’ultimo caso si riceve – per esempio tramite Internet – il lavoro da svolgere (pagine da tradurre, specifiche di un programma da realizzare, eccetera) e si invia poi il risultato all’azienda o al committente.
  • Telelavoro da centri satellite o di vicinanza. In questo caso il lavoratore, anziché recarsi in azienda, si sposta presso un centro (che può essere di quartiere nel caso delle grandi città o di paese, se si tratta di un piccolo centro, ma comunque vicino alla sua abitazione) attrezzato per il telelavoro. Da lì entra in contatto con la sua azienda, scambia dati, carica programmi e quant’altro gli sarà necessario per pianificare e svolgere il suo lavoro. Il telecentro può essere di proprietà di una singola impresa – che lo utilizzerà quindi esclusivamente per i propri dipendenti – oppure di un consorzio di aziende, di un’impresa che affitta le postazioni di lavoro o anche della pubblica amministrazione. Se si esclude il primo caso, negli altri il telecentro sarà a disposizione, a fronte di un canone di affitto, di più lavoratori di imprese diverse.
  • Telelavoro mobile, quando l’attività si svolge da una postazione di ingombro ridotto e facilmente trasportabile, tipicamente composta di un PC portatile, un fax-modem e un telefono cellulare. Con questa attrezzatura il lavoratore ha l'”ufficio appresso”: può, per esempio, recarsi dai clienti e, da lì, collegarsi con l’ufficio per inviare ordini, aggiornare quotazioni, fare teleconferenze con esperti e tecnici in sede. Più semplicemente, spine e adattatori permettendo, può lavorare da una stanza di albergo, durante uno spostamento.
  • Telelavoro Office-to-Office. Il telelavoro non è solo quello che si svolge lontani dall’ufficio. Al contrario: si può telelavorare anche stando seduti in una scrivania tradizionale. Per esempio facendo parte di un team disseminato per il mondo che lavora con tecniche di groupware o tramite Internet. Molti dei software che acquistiamo nascono proprio così: analisti, programmatori ed esperti vari non è detto siano tutti presenti nella stessa sede. Anche i grandi progetti di ricerca sono svolti da studiosi che lavorano in posti distanti migliaia di chilometri ma che, grazie alle tecnologie, riescono a costituire un gruppo di lavoro.
  • Azienda virtuale. L’azienda, al limite, potrebbe esistere soltanto in rete… Uffici, scrivanie, parcheggi, corridoi e salottini divengono un’infrastruttura che fa parte dell’archeologia postindustriale e vengono invece sostituiti da siti Web, aree private di discussione o per il download dei documenti, sistemi di telefonia e videoconferenza sul computer. Con queste attrezzature l’azienda virtuale parte con un vantaggio innegabile sui concorrenti tradizionali: i costi fissi sono quasi ridotti a zero, l’organizzazione è più che flessibile, addirittura evapora. In tali condizioni riconvertire un’attività produttiva è affare di qualche minuto.

Quelle indicate sopra sono forme “pure” di telelavoro, che difficilmente sarà possibile riscontrare – incontaminate – nella realtà di ogni giorno. Pochi – se non costretti – lavoreranno sempre da casa o da un telecentro: di tanto in tanto, spesso con discreta frequenza – due tre volte a settimana – torneranno in azienda, se non altro per incontrare i colleghi e i capi o, più probabilmente, perché vi saranno lavori che è preferibile svolgere in un ufficio tradizionale anziché on the road. A differenza di quel che pensano molti esperti, al centro degli interessi delle organizzazioni e delle persone non vi è il telelavoro – magari in una combinazione originale delle forme appena viste – bensì il lavoro, da svolgere laddove è più conveniente e produttivo.

Quanti telelavoratori?

Di telelavoro si parla sin da quando non erano ancora disponibili quei mezzi, come i fax, i computer “personali” e le reti di comunicazione digitali, che lo rendono oggi tecnicamente possibile e utilizzabile – almeno in teoria – su larga scala. Il telelavoro era materia più per futurologi che non per scienziati sociali o ingegneri. J. Martin e A. Norman, ad esempio, sin dalla fine degli anni Sessanta predicono che le nuove tecnologie favoriranno il ritorno all’industria casalinga, “con il filatoio sostituito dal terminale del computer”. Sulla stessa falsariga M. Webber, in un articolo del 1968, affascinava i lettori dicendo che, grazie alle reti di trasmissione dati, era possibile rimanere in contatto “intimo, realistico e in tempo reale” con i propri affari pur standosene tranquillamente in cima a una montagna. In questi precursori lavoro e tempo libero, lavoro e vacanza si intrecciano, come nella improbabile e affascinante utopia ecologista di E. Callenbach: “la distinzione tra lavoro e non-lavoro in Ecotopia sembra in via di sparizione, insieme con la nostra concezione del lavoro come alcunché di separato dalla ‘vita reale’. Gli ecotopiani, per quanto incredibile, si divertono a lavorare”.

La lista degli entusiasti del telelavoro, sino ai giorni nostri, potrebbe allungarsi a dismisura. Come anche quella delle profezie sbagliate. Sulla scia dell’entusiasmo che creava la sola idea di poter lavorare da casa o da una cottage in mezzo ai boschi – riducendo al contempo l’inquinamento e migliorando la qualità della vita – negli anni Settanta aziende, consulenti ed esperti si danno un gran da fare per fornire stime e previsioni sullo sviluppo che il telelavoro avrebbe avuto in un futuro più o meno prossimo. La AT&T, per esempio, nel 1970 affermava incautamente che di lì a venti anni tutti gli americani avrebbero lavorato da casa; dieci anni dopo la stessa compagnia riduceva la stima, ma non di troppo: i telelavoratori nel Duemila sarebbero stati il 40% della forza lavoro. In Inghilterra, più modestamente, se ne prevedevano oltre 3 milioni nel 1995.

Molti si attendevano, insomma, uno sviluppo rapidissimo: eppure, a trent’anni di distanza da quelle profezie, il telelavoro stenta ancora a diffondersi. Come notano W.B. Korte e R. Wynne, “più le stime sono recenti, meno tendono all’ottimismo: gli autori via via scoprivano che l’evoluzione del telelavoro sarebbe stata lenta, ma costante”.

Per risalire al numero dei telelavoratori – o quantomeno per averne un’idea – non possiamo che affidarci e confidare nelle stime, peraltro a volte discordanti, che istituti ed enti hanno di volta in volta elaborato. In America, per esempio, si parla comunemente, a seconda delle fonti, di 5 o 8 milioni di persone che telelavorano, almeno per un giorno la settimana, da un ufficio satellite o più spesso ancora da una stanza del loro appartamento. Numero che può arrivare a raddoppiare se si conteggiano anche i cosiddetti guerrilla worker, specie in via di espansione di free-lance casalinghi, spesso titolari di un home business – cioè di un’azienda in casa – svolto come seconda attività e pronti a lanciarsi negli interstizi del lavoro nella società postindustriale. Cosa fanno questi guerriglieri del lavoro è difficile da dire, tante sono le attività che hanno inventato: dalla gestione delle liste postali, alle vendite telefoniche sino alla ricerca di informazioni su Internet e sulle banche dati online.

In pratica, raccolgono i molti lavori, a volte da super esperti, ma ancor più spesso dequalificati, che le aziende, downsizing dopo downsizing, non svolgono più al loro interno. In Giappone si stimano 396.000 telelavoratori, ma il loro numero sale fino a un milione se si includono anche quelli che lavorano da casa solo per qualche giorno al mese. Anche in Europa esistono varie stime sul lavoro a distanza. La più autorevole è senza dubbio quella elaborata nel 1994 da Empirica nell’ambito del progetto comunitario TELDET. Lo studio fu condotto sottoponendo un questionario telefonico a circa 2500 dirigenti industriali in Italia, Spagna, Inghilterra, Germania e Francia. Il telelavoratore veniva definito come un soggetto che lavorava da casa o da un ufficio satellite vicino alla propria abitazione in maniera continuativa o saltuaria, che poteva essere un dipendente dell’azienda o un professionista autonomo e, infine, che usava un computer per il suo lavoro e rimaneva in contatto con l’azienda grazie ai sistemi di telecomunicazione. In questo modo il gruppo di ricerca giunse a stimare sia le aziende che adottavano il telelavoro (5% a livello europeo, con picchi positivi del 7% in Inghilterra e Francia e negativi, del 3,6 e del 2,2% rispettivamente in Spagna e Italia), sia il numero di persone coinvolte, oltre un milione, 97.000 dei quali in Italia.

Stima del numero di telelavoratori nel mondo

Paese Forza lavoro Telelavoratori Percentuale telelavoratori
USA
Germania
Francia
Regno Unito
Italia
Canada
Spagna
Paesi Bassi*
Portogallo*
Belgio*
Grecia*
Svezia
Danimarca
Irlanda
Lussemburgo
121.600.000
36.528.000
22.021.000
25.630.000
21.015.000
14.907.000
12.458.000
6.561.000
4.509.000
3.770.000
3.680.000
3.316.000
2.584.000
824.000
165.000
5.518.000
149.013
215.143
563.182
96.722
521.745
101.571
27.203
25.107
18.044
16.830
125.000
9.800
15.000
832
4.54
0.48
0.98
2.20
0.46
3.50
0.82
0.41
0.56
0.48
0.46
3.77
0.37
1.40
0.50

Fonte: Rapporto Teldet, 1994 e Rapporto Telefutures, 1996

Ma gli stessi ricercatori di Empirica, approfondendo il caso inglese, dichiaravano onestamente come le loro stime fossero difficilmente comparabili con quelle calcolate in precedenza. Per esempio M. Gray e altri, nel 1993, erano giunti alla conclusione che i telelavoratori inglesi erano circa 1.270.000, per la metà lavoratori autonomi e quasi per l’altra metà lavoratori mobili, mentre U. Huws nello stesso anno parlava di circa 130 mila inglesi coinvolti nel telelavoro. Le tre valutazioni, come si vede, differiscono di quasi un ordine di grandezza.

Non dissimile l’incertezza sui dati in Italia. Lo studio europeo, come visto, ci attribuiva circa 100.000 telelavoratori. Ma un ampio sondaggio svolto nel 1996 da RST e Metron per conto di Telecom Italia giungeva a conclusioni più modeste: quelli che dichiaravano agli intervistatori di telelavorare al momento della rilevazione erano circa 39 mila, mentre altri 26 mila affermavano di aver avuto esperienze simili in passato.

Vantaggi? Svantaggi?

Quasi tutti coloro che parlano di telelavoro si sentono in obbligo di elencare vantaggi e svantaggi che esso può comportare. Noi non saremo da meno, e proponiamo una tabella riassuntiva di vantaggi e svantaggi particolarmente problematica, in cui alcuni aspetti (per esempio la maggiore vicinanza alla famiglia) possono assumere valenze positive o negative. Per fare un esempio: se i coniugi stanno per separarsi – e, come d’uso la situazione è tesa – lavorare in casa è da considerarsi un vantaggio o uno svantaggio?

Vantaggi e svantaggi del telelavoro

Per il lavoratore

Per l’azienda

VANTAGGI

SVANTAGGI

VANTAGGI

SVANTAGGI

Diminuzione del tempo dedicato agli spostamenti

Minore visibilità e carriera

Aumento della produttività (tra il 10 e il 45%)

Difficoltà nella gestione dei lavoratori distanti

Lavoro secondo le proprie disponibilità e bioritmi

Isolamento, riduzione della vita relazionale esterna

Diminuzione dei costi e delle dimensioni aziendali

Riorganizzazione culturale dei processi aziendali

Aumento del tempo libero

Diminuzione del tempo libero (sindrome del Workaholic)

Maggiore motivazione dei dipendenti

Diversi contratti di lavoro da gestire

Controllo per obiettivi

Minore guida e aiuto nel lavoro (self control)

Riduzione del numero e ruolo dei capi intermedi

Conflittualità con i capi intermedi

Maggiore vicinanza a famiglia e amici

Maggiore vicinanza a famiglia e amici

Minori spese per l’affitto degli immobili e il turn over

Maggiori spese per apparati di telecomunicazione e formazione

Libera scelta del posto dove vivere

Riduzione della distinzione spaziale tra casa e ufficio

Maggiore flessibilità organizzativa

Ridiscussione dell’organizzazione aziendale

Il problema di tabelle come quelle sopra è che esse si basano più sul buon senso comune e sullo studio di pochi casi che non su dati empirici scientificamente significativi. È, infatti, intuitivo che ridurre il numero di persone che quotidianamente si spostano per recarsi al lavoro porterebbe diversi benefici sociali. La riduzione del traffico e dell’inquinamento anzitutto. Poi una migliore gestione degli spazi urbani e la riqualificazione delle città, i cui centri sono affollati di uffici che potrebbero utilmente lasciare il campo ad altre attività pensate per la collettività anziché per il profitto individuale. Per non parlare dell’ottimizzazione delle dimensioni spaziali delle aziende, della riduzione del costo per occupato e, infine, dell’aumento della produttività individuale che potrebbe derivare – ma non è ancora certo – dalla maggiore libertà del lavoratore.

Eppure – nonostante queste percezioni condivise dai più – il telelavoro non è ancora un fenomeno di massa. E le aziende che lo sperimentano a volte si sono sentite in dovere di avvertire i propri dipendenti dei possibili rischi cui vanno incontro. La Bell canadese, nella sua “guida pratica” al telelavoro, consiglia i manager di non mandare a casa chi ha la sindrome del Workaholic, cioè chi tende a ubriacarsi di lavoro perdendo la distinzione tra attività produttiva e tempo libero. La nostra Telecom, in un bel fascicolo in cui spiega ai dipendenti le conseguenze di un accordo sul telelavoro siglato con il sindacato nell’agosto del 1995, afferma: “Telelavorare (…) significa più autonomia, ma sicuramente più responsabilità; meno tempo sprecato nel traffico, ma anche la ricerca (non sempre semplice) di un equilibrio fisico e psicologico tra vita domestica e attività professionale”. Che per molte donne lavorare da casa non sia una liberazione lo dimostra il contratto nazionale di telelavoro approvato in Australia dall’Industrial Relations Commission nel maggio del 1994. Il documento recita: “teleworking is not a substitute for child care or any other form of dependant care”. Quindi: non pensate di telelavorare da casa per curare meglio i vostri familiari. Di concorde avviso anche Telecom Italia, che nel citato libretto avverte: “il telelavoratore non potrà prendere impegni di carattere domestico o familiare durante le ore in cui è in servizio solo perché tanto sta a casa”.

In conclusione vale ricordare che, dai molti studi e sperimentazioni condotti nel mondo, sono tre le cose che emergono con chiarezza:

  • la prima è che il telelavoro è in via di espansione;
  • la seconda è che la maggior parte delle persone che telelavorano lo fanno volentieri;
  • la terza è che quasi tutte le ricerche sul telelavoro dovrebbero essere guardate con circospezione, a meno che non sia possibile analizzare in dettaglio le domande rivolte al pubblico e i campioni utilizzati.

Aziende e telelavoro Perché le aziende sono restie a far telelavorare i propri dipendenti? Vi è chi attribuisce le difficoltà alle tecnologie a disposizione, difficili da usare e ancora costose. Altri si concentrano sulla ancora imperante cultura industriale di stampo taylor-fordista – che attribuisce un valore enorme al tempo passato in ufficio più che al risultato del lavoro – e c’è chi parla invece di resistenza dei quadri intermedi, che verrebbero a perdere il ruolo avuto sinora. In realtà la situazione sembra ancora più complessa.

Da una parte vi è, senza dubbio, la questione della tecnostruttura interna. Una ricerca condotta di recente dall’Università La Sapienza di Roma su un campione di aziende laziali ha confermato come la resistenza culturale dei quadri aziendali venga citata come un ostacolo serio dal 34,4 % dei manager. Ma questo non esaurisce il problema: il 25% degli intervistati cita anche le difficoltà tecniche tra gli ostacoli per attuare il telelavoro. Quasi il 30% delle imprese sono da considerare pre-tecnologiche: per svolgere il loro lavoro hanno a disposizione soltanto telefoni e fax. Circa il 39% ha almeno un computer, ma questo non è connesso in rete. In definitiva soltanto il 31% delle imprese ha al suo interno le tecnologie che permettono, oltre che il trattamento delle informazioni, anche la loro trasmissione e acquisizione dall’esterno. La cosa, d’altronde, non dovrebbe stupire eccessivamente un osservatore attento. In Italia Internet e le tecnologie dell’informazione sono tutt’altro che sviluppate. E questo nonostante che il tasso di crescita degli utenti della rete – almeno secondo le stime elaborate da Alchera, un istituto di ricerca specializzato – sia stato nel secondo semestre 1997 del 100%. La situazione della connettività italiana è tra le più arretrate nei paesi industrializzati, come mostra la tabella che segue, preparata a partire da un documento predisposto dal Ministero dell’Industria. Anche tenendo conto del recente presupposto incremento la percentuale di utenti Internet in Italia è di gran lunga la più bassa tra quelle dei maggiori partner europei. E non vi è dubbio che la scarsa cultura “di rete” costituisca un handicap gravissimo.

Utilizzo delle tecnologie della comunicazione

PC per 100 impiegati

Telefoni fissi per 100 abitanti

Telefoni mobili per 100 abitanti

Utenze ISDN per 100 utenti telefonici

Utenze Internet per 100 abitanti

Italia

26

43

6,76

0,5

1,26 * 2,65 **

Francia

38

55

2,37

1,6

7,89

Germania

39

55

4,61

3,9

5,04

Regno Unito

45

53

9,35

0,8

6,86

Europa

41

46

5,16

1,5

4,3

USA

68

n.d.

n.d.

n.d.

13,96

* dati Ministero Industria
* * dati aggiornati su stime Alchera (Gennaio 1997)

Il futuro del lavoro e del telelavoro

L’intuizione – che come visto è degli anni Settanta – che i lavoratori d’ufficio possano lavorare da casa anziché fare i pendolari è stata geniale, ma è ormai eccessivamente limitata. Le tecnologie informatiche e della comunicazione non rendono possibile soltanto concorrere alla produzione di un bene o di un servizio a grande distanza da dove quel bene verrà realmente riprodotto o commercializzato; la grande innovazione cui ci troviamo ora di fronte è la nascita di mestieri che possono essere svolti soltanto a distanza. Questo implica e stimola la nascita di nuovi servizi e nuove occasioni di lavoro. Nessuno può però garantire che questi nuovi lavori saranno appannaggio di una nazione anziché dell’altra. Un esempio: la costruzione della Società dell’Informazione in Europa richiede una produzione crescente di software per l’ufficio o per controllare i processi industriali. Ma tutte le maggiori aziende del settore dispongono oggi di centri di sviluppo a Bangalore. Ciò significa che posti di lavoro che potevano nascere in Italia o in Germania sono stati invece creati in India. Questo è avvenuto non solo perché lì il costo della manodopera è più basso: il motivo principale è che a Bangalore ingegneri e matematici locali sviluppano, con estrema rapidità, il software più affidabile del mondo. Ed è soltanto un esempio: molti nuovi lavori potranno essere svolti ovunque, facendosi beffe dei confini e delle regole dei singoli Paesi.

Sino ad alcuni anni fa, quando un’azienda italiana investiva del proprio denaro in un nuovo progetto o in un nuovo business, questa azione generava posti di lavoro locali. Ora non è più così, o almeno non lo è in maniera automatica. Il lavoro può nascere ovunque vi siano le competenze migliori. Un esempio è dato dai call center per le prenotazioni alberghiere: anziché averne uno in ogni paese, le grandi catene preferiscono centralizzare il servizio nella nazione più adatta e di lì fornire il servizio a continenti interi. Magari utilizzando le detenute di un carcere federale, come fa la Best Western negli Stati Uniti. Questo processo di globalizzazione del mercato del lavoro avanza contemporaneamente in tutto il mondo: un italiano può perdere il suo impiego perché un indiano ne ottiene uno, ma un altro italiano può trovare un lavoro invece di un tedesco o un giapponese.

La sfida della job creation è globale e anche la “caccia” al lavoro lo diventa. Non basta più essere ottimi professionisti: bisogna anche saper comunicare in lingue diverse, utilizzando le tecnologie più appropriate.

Bisogna allora far uscire il telelavoro dagli ambiti angusti in cui è stato relegato, offrendo nuovi paradigmi centrati sulla struttura organizzativa dell’azienda, la democrazia economica, la cooperazione in rete di imprese e di lavoratori. Il solo termine telelavoro rischia di divenire angusto in una economia cablata, ove l’immaterialità del prodotto sopravanza quella del lavoro. Converrà quindi iniziare a ragionare, oltre che di telelavoro, anche di telecommercio (una forma avanzata di commercio elettronico) e di telecooperazione. Sono termini che oggi, agli albori della società dell’informazione, conviene mantenere separati, se non altro per chiarezza. Ma che domani, a processo completato, confluiranno in un’altra dimensione, quella del lavoro in rete. Si compirà, in tal modo, la modifica postindustriale del lavoro: la sua ridistribuzione, la sua localizzazione, la scelta dei tempi, il trattamento del prodotto dalla vendita all’assistenza, le interrelazioni virtuali e fisiche tra i diversi soggetti e professioni.

Di pari passo con le modifiche del lavoro vanno quelle dell’impresa. L’azienda nell’epoca di Internet è destinata a divenire una realtà molto diversa rispetto a quella che conosciamo oggi. All’impresa basata sul comando e la rigidità si è sostituita quella strutturata a rete. Poi – questa la novità di oggi – la rete diviene elastica, si espande e si comprime secondo le necessità e, così facendo, riesce ad agganciare opportunità nuove con una rapidità senza precedenti. Ciò comporta il superamento del fordismo, come sperano in molti, ma anche del paradigma toyotista. Il modello giapponese, come noto, tende a creare una rete, quanto più possibile stretta attorno a sé, di aziende fisicamente vicine. È una delle condizioni indispensabili per garantire il Total Quality Management. È per questo, per esempio, che a Toyota City (ma anche alla Nissan inglese e in tante altre fabbriche nel mondo) le imprese subfornitrici sono nel “recinto” della fabbrica madre. La vicinanza è sinonimo di controllo, rispetto degli standard, qualità.

L’azienda nell’epoca di Internet, al contrario, diviene telereticolare, ottiene il dono dell’ubiquità e si virtualizza: utilizzando le tecnologie dell’informazione e della comunicazione crea una sua rete interna, che collega i lavoratori ovunque essi siano e, tramite la rete esterna, entra in rapporto intimo con le aziende fornitrici (le quali hanno, a loro volta, una loro rete interna) e con i clienti (che, a loro volta, possono avere altre reti interne ed esterne). Lo scambio di informazioni precede e pianifica quello delle merci e, in questo modo, viene prodotto quel che serve nel momento in cui è necessario.

Il dilemma formativo

Attorno al 1700 qualcuno scoprì che il vapore generato scaldando l’acqua era utilizzabile per far muovere le turbine, i motori e vari tipi di ingranaggi. Quella scoperta, assieme alla disponibilità del carbone, una fonte energetica ben più efficiente dell’acqua o del legno, diede l’avvio alla rivoluzione industriale, che modificò profondamente, e ben prima di Taylor e di Ford, il modo di lavorare che durava dal Medio Evo. Le conoscenze necessarie per lavorare nell’era preindustriale erano rimaste uguali a se stesse per un tempo enorme: mille anni. Con la rivoluzione industriale quelle competenze, tramandate di padre in figlio, erano divenute di colpo obsolete. Nel secondo decennio del novecento Henry Ford costruì a Detroit la prima catena di montaggio. Quell’innovazione cambiò di nuovo il modo di produrre e, per le maestranze, di lavorare. Tra il 1730 e il 1913 erano trascorsi meno di 200 anni e il lavoro aveva subito un’ulteriore rivoluzione. E con esso, di nuovo, le competenze necessarie a svolgerlo. Alla fine degli anni Settanta alcuni giovanotti americani costruirono un computer tanto piccolo da chiamarlo “personale”, mentre altri si davano da fare per renderlo utile per scrivere, archiviare dati, fare i calcoli, per gestire i budget aziendali. Tale innovazione ha di nuovo cambiato profondamente il modo in cui le persone lavorano e l’educazione minima necessaria per farlo. Dal 1913 al 1979 sono trascorsi meno di 70 anni. Nel 1997 il numero delle utenze Internet nel mondo ha raggiunto i 90 milioni, i giornali e le biblioteche sono in rete e il modem è ormai un accessorio normale del computer. Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione si apprestano nuovamente a rivoluzionare il nostro modo di lavorare e nel 2005 la trasformazione sarà completa. Tra il 1979 e il 2005 intercorrono appena 26 anni. La prossima innovazione quando l’avremo? Nel 2020? Nel 2015? L’accelerazione della obsolescenza delle conoscenze comporta la necessità di ripensare completamente la propria formazione ogni 10 o 15 anni. È evidente che i vecchi paradigmi formativi sono superati: per lavorare, per essere inseriti nel circuito virtuoso delle società moderne, sarà indispensabile trovare meccanismi nuovi di educazione, passare frequentemente dal lavoro alla formazione e viceversa: se la velocità del cambiamento è altissima, anche quella di risposta dovrà esserlo. Sarà un’operazione molto costosa ma indispensabile: tra pochi anni il modo attuale di lavorare, con il computer sulla scrivania e i programmi per la produttività individuale, sarà scomparso, proprio come sono scomparsi gli amanuensi con l’invenzione della stampa, i linotypisti soppiantati dai sistemi informativi editoriali e stanno estinguendosi i pony express, sostituiti dai fax e dalla posta elettronica. Il nuovo umanesimo del lavoro viaggerà sulle reti di computer, ma per non affondarci dentro avremo bisogno di nuovi modelli di formazione, di molta autoistruzione e, soprattutto, del tempo da dedicare a queste attività.

Il telelavoro – o come decideremo di chiamarlo in quell’epoca futura – ci verrà in aiuto e ci permetterà di resistere in un mondo della produzione che si reinventerà giorno dopo giorno.

Per saperne di più sul telelavoro e il lavoro in rete in Italia:

  • Patrizio Di Nicola, Il manuale del telelavoro. Nuovi modi di lavorare nella Società dell’Informazione, Roma, edizioni SEAM, ottobre 1997, Lire. 30.000 (ordini via email: [email protected])
  • Telelavoro Italia Web, http://www.mclink.it/telelavoro, un sito completamente in italiano. Contiene, all’indirizzo http://www.mclink.it/telelavoro/faq, una serie di interessanti FAQ (Frequently Asked Questions) su vari aspetti del telelavoro. Un ottimo punto di partenza per iniziare a esplorare Internet.
  • Discussion List Telelavoro (presso [email protected])
    Per iscriversi alla lista, frequentata da 400 esperti, telelavoratori, giornalisti e accademici inviare il messaggio di posta elettronica subscribe telelavoro all’indirizzo [email protected] fclub.bbs.comune.roma.it
  • Progetto Etd (European Telework Development) http://www.eto.org.uk
    Etd Italia http:// www.eto.org.uk/nat/it/

Nota stampa

Nel corso del convegno organizzato dalla CRT il 21 novembre 1997 a Torino il Dr. Patrizio Di Nicola, coordinatore nazionale del progetto European Telework Development ha analizzato lo stato attuale di sviluppo del telelavoro in Italia e in Europa, evidenziando come, dalla fase pionieristica e sperimentale, si sia ora giunti alla fase della maturità. Il telelavoro si intreccia con la disponibilità di risorse di rete e con l’esistenza di moderne infrastrutture di comunicazione. Grazie a una migliore consapevolezza delle possibilità aperte dall’utilizzo di Internet e delle tecnologie dell’informazione, le aziende guardano al telelavoro e più in generale al lavoro in rete (che include il commercio elettronico e la cooperazione in network telematici) come a una risorsa fondamentale per aumentare la competitività e affrontare i mercati internazionali. Per questo, ha concluso Di Nicola, anche in Italia avremo, a breve termine, una vera e propria esplosione del telelavoro e di altre forme di lavoro telematico.

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