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Il supplizio virtuale

06 Luglio 2006

Il supplizio virtuale

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Talvolta la Rete sembra riproporre situazioni che riportano alla memoria i supplizi, e con questi quel mondo in cui la punizione di un reato doveva essere pubblica, plateale, spettacolare e tanto crudele e dolorosa quanto grave era stato il reato commesso. Un percorso di lettura, tra Casanova, Foucault, eBay e la Ucla

Non ho risposte in proposito: pongo solo dei problemi. Il tema è: il supplizio virtuale. Siamo giudici, carnefici, spettatori, vittime, normalizzatori o che altro? La Rete sembra riproporre, in alcuni momenti, situazioni che riportano alla memoria i supplizi e con i supplizi quel mondo in cui la punizione di un reato doveva essere pubblica, plateale, spettacolare e tanto crudele e dolorosa quanto grave era stato il reato commesso. Quel mondo in cui la punizione marchia il corpo del condannato e lo sottopone a terribili e prolungate sofferenze corporali, sotto lo sguardo di tutti.

Molto noto è uno tra i più atroci supplizi raccontati dalle cronache europee: l’esecuzione di Robert François Damiens celebrata il 28 marzo del 1757 in place de Grève a Parigi. Damiens è condannato per aver attentato alla vita del re. All’orribile esecuzione fa cenno anche Giacomo Casanova, usando l’interminabile spettacolo del supplizio come sfondo per uno dei tanti episodi raccontati nella Storia della mia vita(pp.182-187 vol.II). Veniamo così a sapere che, all’epoca, c’era la corsa all’accaparramento dei posti migliori per assistere all’esecuzione, tanto che Casanova affitta, per tre luigi, una finestra «proprio davanti alla parte anteriore del palco», per ospitare madame Angélique Lambertini, l’incantevole mademoiselle Thérèse de la Meure e sua zia, Madame XXX, tutte «incuriosite da quell’orrendo spettacolo». Con le dame assisterà al supplizio anche il conte Eduardo Tiretta che Casanova scoprirà impegnato, per tutte le quattro ore dell’esecuzione, in strane e clandestine manovre, in arditi froissements, approfittando della sua posizione che lo vedeva addossato al corpo della zia di Thérèse. Utilizzando la testimonianza di Casanova, possiamo allora dire che il supplizio di Damiens è al tempo stesso grande festa, momento catartico, rituale di vendetta, carico di implicazioni sadico-erotiche. Il libertino volgerà lo sguardo altrove quando, nelle fasi conclusive del supplizio, il corpo del condannato verrà squartato e cioè tirato in direzioni opposte da due cavalli per parte: «Damiens, ormai ridotto ad un troncone, uscì in un urlo bestiale». Le altre ospiti, sul palco, continueranno, invece, a guardare: «Mi dissero infatti, e dovetti fingere di crederci, che non erano riuscite a provare neanche un briciolo di pietà per un simile mostro, tanto era il loro amore per Luigi XV».

Nell’incipit di Sorvegliare e punire, considerato ormai un classico sulla genealogia del sistema penale moderno, Michel Foucault ripercorre tutte le fasi del supplizio di Damiens. Si tratta della prima tappa di un lungo processo che vedrà il progressivo congedo delle “anatomie” punitive e che arriverà all’età dei “castighi incorporei” attraverso lo spostamento del punto di applicazione del potere dal corpo all’anima del condannato per poi tornare al corpo, non per infliggergli punizioni dolorose, ma per renderlo docile: il corpo rinchiuso e nascosto, il corpo del sistema carcerario moderno; sono tappe segnate dal nascondimento prima e dall’abolizione poi del supplizio; da un potere punitivo che si eserciterà attraverso la disciplina, attraverso una ripetizione monotona e ossessiva di rigide procedure.

In Rete, in assenza di corpi reali, alcuni possono tornare a infierire sul corpo virtuale. Ecco che uno studente diciannovenne londinese viene messo all’indice: si tratterebbe della punizione virtuale per una presunta truffa reale nell’ambito di una compravendita via Internet. Quanto di personale e compromettente conteneva il suo Pc, finisce sotto gli occhi di tutti. La notizia, l’ultima di una lunga serie, l’abbiamo letta nei giornali online e ne abbiamo potuto seguire le tracce fino al blog The Broken Laptop I sold on ebay: un blog – creato dalla vittima del presunto raggiro – ricco di foto compromettenti che articola una dettagliata e infamante messa alla berlina del presunto truffatore. Da Londra alla Cina: qui, addirittura, si sarebbe passati dal piano del virtuale alla realtà con una vera e propria caccia all’uomo: tutto sarebbe nato da un marito, in cerca di conforto, che si rivolge alla Rete perché la moglie lo tradisce. Gli utenti si schierano dalla sua parte e vogliono saperne di più; vogliono punire il presunto amante: è il via alla caccia all’uomo. A fronte di questo sembra ormai del tutto normale leggere che sette spammervengano denunciati e puniti sul web. Ordinaria amministrazione. Ma è anche normale che trenta stimati docenti americani vengano messi alla gogna e denunciati alla pubblica opinione da un gruppo di studenti perché rei di essere troppo di sinistra? Negli Usa, d’altra parte, la gogna elettronica con tanto di pubblicazione di foto e dati anagrafici è già realtàper chi ha compiuto reati o abusi sessuali: l’iniziativa non è di qualche bloggerin vena di farsi giustizia da sé ma del Dipartimento di giustizia americano.

Cerchiamo di fissare alcune riflessioni: in Rete, in mancanza di corpi reali, da più parti si infierisce sul corpo virtuale. Un infierire che sembra non seguire più nessuna regola, che si svolge autonomamente da procedimenti giudiziari: in alcuni casi non c’è nemmeno un reato commesso, in altri il reato non è stato dimostrato, non si è celebrato un processo, non c’è stata una sentenza. In altri ancora si arriva addirittura a marchiare il corpo virtuale di un colpevole – che ha già scontato la pena – per il resto della sua vita. Non c’è più nesso tra pena e punizione: si pensi invece al supplizio nell’antico regime dove le regole erano ferree e normavano con procedure dettagliate il tipo e la durata della pena corporale in relazione al reato commesso e al rango della persona che l’aveva commesso. In Rete, d’altra parte, la punizione infamante avviene davanti a una piazza virtuale, fa il giro del web, viene tradotta e esportata in tante lingue diverse, si fa universale;perde cioè la propria appartenenza a un sistema giuridico, penale (e morale) radicato su un territorio e rischia di apparire, alla fine, paradossale: in Cina si corre a punire l’amante della moglie, mentre in altre parti del pianeta si sarebbe punita la donna e in altre ancora i protagonisti della vicenda si sarebbero, magari, trovati tutti e tre a discutere nello studio diun analista!

In Rete, del resto, a differenza dei media tradizionali (Tv e giornali), che spesso orchestrano con sapienza la celebrazione di processi mediatici in cui i protagonisti di vicende tragiche vengono coinvolti nella spettacolarizzazione dei pro e dei contro (il caso Cogne insegna), nella maggior parte dei casi la necessità di marchiare d’infamia un corpo virtuale non risponde al dispiegarsi del potere di un re, come nel supplizio antico, o all’apparato di normalizzazione e disciplinamento messo in atto da parte di uno stato, come nel sistema carcerario moderno: la pena infamante parte da uno dei tanti nodi della Rete e si riverbera in modo disordinato nel web, di nodo in nodo.

Nel villaggio globale di McLuhan, dove la parola elettronica ha preso il posto della Tv e della scrittura su carta stampata, forse, più che il dispiegarsi di un apparato normalizzatore – sempre e comunque alla porta (si pensi alla gogna elettronica americana) – sembrano ripresentarsi dinamiche che ci ricordano la pena simbolica e il marchio infamante del supplizio di place de Grève (con tutte le sue possibili derive ambigue messe in scena da Casanova): siamo connessi, siamo interattivi, ma nell’affitto dei posti in prima fila è compreso nel prezzo anche un biglietto per assistere a dei supplizi

Certo possiamo voltarci, o fingere di voltarci, con disgusto, dall’altra parte.

O cercare invece di iniziare a capire.

O pensare a una forma di resistenza.

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