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Il successo dell’open source va ben oltre l’attacco a Windows

28 Maggio 2001

Il successo dell’open source va ben oltre l’attacco a Windows

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Per un'azienda Linux che fallisce (Eazel), cresce l'utenza e l'impatto su Internet dell'open source

“La realtà è che gran parte del web — dai protocolli (HTTP) ai linguaggi (HTML), dalla piattaforma server più diffusa (Apache) ai maggiori linguaggi di programmazione (perl, php, e javascript) — è open source.” Questa una delle note più azzeccate presenti in un recente articolo online a cura di Tim O’Reilly, noto editore-attivista open source. Un articolo che intende riprendere (e rilanciare) alcune questioni a latere della chiusura di Eazel, di cui si è parlato qui la settimana scorsa. In particolare Tim O’Reilly replica ad alcune affermazioni, a suo giudizio troppo affrettate, presenti in altro intervento online di Andrew Leonard su Salon, anch’egli da tempo coinvolto nel movimento open source. Nel dare l’annuncio della prematura scomparsa della start-up dedita alla realizzazione di un’interfaccia Linux user-friendly, Andrew Leonard sottolineava come la combinazione tra simili cadute e un generale ripiegamento commerciale vada provocando grosse perdite di spazio nell’attuale marketplace del software. L’ennesimo sintomo di una crisi complessiva dell’open source. Niente affatto, incalza O’Reilly. Al contrario, sono tali commenti a fallire il bersaglio, dimostrando vieppiù “il distorto punto di vista sulle prospettive del software open source derivante dal fatto di volersi concentrare unicamente su Linux come piattaforma desktop.”

In pratica, ci viene rammentato (non certo a torto) che un po’ tutti continuano a prestare eccessiva attenzione al sistema operativo aperto, e ancor più a quelle aziende Linux che mirano a ricreare i passati successi di Microsoft in ambiti quali le applicazioni desktop. Una dinamica che fa passare in secondo piano il gran lavoro di quell’esercito di programmatori che rappresenta il cuore pulsante e innovativo dell’open source. E grazie al quale assistiamo a successi come quelli riportati all’inizio, assai più diffusi ma spesso passati sotto silenzio. Ovvero, citando ancora testualmente: “Il server web Apache – mai così pompato come Linux — non soltanto ha tenuto duro ma ha esteso la posizione leader nel settore, nonostante gli intensi sforzi per detronizzarlo avviati da Netscape e Microsoft.”

In un siffatto contesto, la chiusura di una società non significa affatto il fallimento o la disfatta del progetto generale. Forse che Internet scomparirà a causa della picchiata del dot.com? No, e lo stesso dicasi per l’apporto del software open source. In altri termini, l’insuccesso di singole entità — per quanto numerose esse siano — significa ben poco rispetto al successo o al fallimento di una certa tecnologia. E replicando all’affermazione di Leonard secondo cui l’episodio dimostra come il ritmo dello sviluppo di free software sembri destinato a ulteriori rallentamenti, O’Reilly incalza: “Anzi, si può sostenere a ragione che siano proprio necessari parecchi insuccessi di questo tipo onde garantire il progredire dell’intera tecnologia. Se mancano i fallimenti delle singole aziende, non avremo sufficiente innovazione.”

Più che di una vera e propria divergenza di opinioni, si tratta meglio di ampliare la portata del gran lavorio in atto da anni nel giro dell’open source. Intanto, non è il caso di porre quest’ultimo sotto la lente d’ingrandimento del consueto settore commerciale, altrimenti se ne avrà una visione distorta. Non a caso, la maggior parte del software aperto viene realizzato non per la vendita sul mercato bensì per offrirne l’utilizzo a chiunque, rimanendo l’utente obiettivo finale anziché l’univoca conquista di spazi commerciali. Al contempo non ci si può tuttavia dimenticare come occorra comunque entrare (e competere) in un mercato assai fluido onde imporre business model duraturi, e quindi arrivare al successo per quanto concerne il numero di utenti “conquistati”. Ovvio quindi che la crisi in borsa dei maggiori distributori Linux così come la chiusura di start-up assai promettenti, è appunto il caso di Eazel, non possano risolversi con una semplice scrollata di spalle.

Come prenderla, dunque? Al solito, seguendo le varie anime dell’open source senza perdere di vista le variegate prospettive di un progetto complessivo nient’affatto da poco. Ecco quindi che, nel caso specifico, il lavoro realizzato presso Eazel è tutt’altro che perduto, come sarebbe certamente accaduto in una normale corporation high-tech. I vari progetti connessi al codice e al software costruiti in un anno e mezzo sono stati infatti prontamente ripresi e portati avanti da singoli e gruppi sparsi, a conferma dell’ottimo stato di salute della comunità globale. Testimonianza questa che conforta un po’ tutti, inclusi gli autori dei due articoli in questione.

Se invece ci si vuol porre nella prospettiva di voler sferrare l’attacco finale a Windows, obiettivo che forse sono in troppi a imporre comunque e a tutti i costi, allora è il caso di riflettere sulle conclusioni di Tim O’Reilly. Del tutto inutile, ribadisce l’editore, voler sottostare al costante assillo di dare l’assalto a settori (applicazioni per ufficio e desktop) già ad ampio appannaggio di Windows e in cui l’open source può offrire di fatto business model poco interessanti. In tal senso la comunità ‘hardcore’ (quella più concentrata sulla parte GNU dell’eredità Linux) meglio farebbe a guardare ai successi conquistati nell’ambito del web e dei provider Internet, ad esempio, insieme all’apertura di nuovi spazi e soprattutto di un’ampia utenza. O meglio: “Da tempo l’open source è andato oltre Windows nei mercati e nelle aziende che è riuscito a creare. È solo che spesso si stenta a riconoscerne l’impatto.”

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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