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«Il software libero, una lezione di etica e morale»

04 Giugno 2007

«Il software libero, una lezione di etica e morale»

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Il quartier generale della Free Software Foundation si trova nel cuore di Boston, al quinto piano di un edificio posto sopra una chiesetta cattolica sconsacrata. Lì abbiamo incontrato il direttore esecutivo Peter Brown, con cui abbiamo fatto il punto su GPLv3, DRM e progetto GNU

Qual è l’attuale quadro della Free Software Foundation? Come operate e quali sono le principali attività in corso?

Al momento la Free Software Foundation sta spingendo il progetto della GPLv3 e abbiamo fissato a fine giugno la data finale per il rilascio della nuova licenza. Le reazioni all’ultima stesura sono state assai positive, e speriamo di non dover inserire troppi cambiamenti. L’altro grosso impegno dell’ultimo anno è stata ovviamente la campagna contro i Digital Restrictions Managmement, estesosi più di recente all’iniziativa contro l’adozione di Microsoft Vista.

L’organizzazione interna è in fase di ampliamento. Al momento abbiamo 10 impiegati fissi stipendiati, per lo più programmatori che lavorano all’infrastruttura per la comunità del software libero e alle necessità del progetto GNU, al quale si dedicano specificamente 2-3 sviluppatori dello staff. Ovviamente abbiamo anche parecchie faccende legali da sbrigare, a cui si dedica una persona a tempo pieno. Ogni anno riceviamo circa 2.000 progetti conclusi da sviluppatori individuali che ci assegnano i diritti sul codice, e nostro compito è verificare che ogni uso e applicazione avvengano in base alla GPL. Abbiamo uno specifico “compliance lab” che segue queste operazioni. Riceviamo segnalazioni che di mancato rispetto della licenza, tipicamente si tratta di aziende che non forniscono i sorgenti dei programmi. Per cui lavoriamo con queste aziende perché si mettano in regola, ma lo facciamo in maniera amichevole. Parte del motivo è dovuto alla complessità della struttura giudiziaria statunitense. Non ci conviene minacciare le vie legali né tanto meno avviare simili azioni. Facciamo pressioni, discutiamo con tali aziende e in genere funziona.

Abbiamo poi creato la posizione di campaign manager e l’idea è quella di capitalizzare su queste tematiche, l’opposizione ai DRM e al software proprietario e lo stessa GPLv3, per ampliare il nostro bacino di diffusione. Prevediamo di sfruttare proprio la GPLv3 come ulteriore momento per il rilancio del software libero e avere un impatto sulla sua disponibilità e utilizzo in contesti e situazioni il più ampi possibili. Il punto è estendere il concetto del software libero per imporlo come questione etica.

A proposito della relazione con l’imprenditoria, come vi muovete per favorire l’adozione del software libero in quest’ambito? Con quali corporation state collaborando e su cosa?

Per quanto concerne l’imprenditoria, in un certo senso siamo sempre in ruoli contrapposti, perché non crediamo che le corporation possano avere un cuore o un’anima. Le grandi aziende agiscono sempre per i propri interessi, quindi ogni nostra relazione tende a restringersi su un tema specifico. Al momento, ad esempio, seguiamo ancora la lunga battaglia tra Ibm e Sco. Stiamo cercando di adeguare Solaris alla GPLv3, dopo l’aderenza di Java alla GPLv2, e continuiamo a lavorare con Sun per incoraggiare e sostenere questi progetti. Stiamo anche collaborando con Dell e HP per renderne l’hardware adeguato all’uso del software libero nel mercato, oltre a promuoverlo in maniera efficace per il consumatore medio.

Invece sulla questione delle campagne legate al software libero come questione sociale, etica, che cosa state facendo?

C’è una grossa fetta di attivisti che non sono dei tecnologi, e io mi annovero tra questi. Non sono degli hacker, ma fanno riferimento all’ambito della giustizia sociale. Dobbiamo darci da fare per raggiungere quelle comunità che operano sulle disparate tematiche di questo settore, chiedendo loro di aggiungere il software libero alla lista dei temi che vanno affrontando e promuovendo. Dobbiamo avere degli attivisti del software libero che siano più coinvolti e interconessi con gli altri. Capaci di operare non tanto, o non solo, all’interno dell’attuale comunità dei tecnologi, ma anche in quella degli ambientalisti e dell’attività anti-globalizzazione, ad esempio. E credo che il software libero sia uno di quei temi che possa essere usato in modo efficace per dimostrare la connessione esistente fra la tecnologia e tipi più tradizionali di attivismo sociale.

Forse questo collegamento è sempre stato poco chiaro, perché restringendo il software libero a una questione tecnica molte persone non sanno come trasportarlo sul terreno sociale. È giunta l’ora di affrontare meglio la questione?

Si, credo sia stato questo il problema finora, ma ciò è in parte dovuto a una necessità di fatto. Quando un’organizzazione è di proporzioni ridotte, non ha la forza di andare oltre il proprio piccolo network e così i primi periodi del movimento del software libero erano centrati sullo sviluppo dei programmi, era impossibile sostenere la causa del software libero se non c’era di fatto il codice da usare. Credo perciò che oggi siamo al punto in cui, pur continuando a produrre un gran quantità di codice come organizzazione, la Free Software Foundation va diventando un ambiente dove occorre spostarsi sul terreno più politico, di diffusione e di sostegno a tale software.

Ad esempio, noi abbiamo sempre pianificato l’uscita della GPLv3 con quella di Vista. È stato quest’obiettivo a dar vita al processo di revisione della licenza. E sia Vista che la GPLv3 hanno avuto dei ritardi, il che è interessante di per sé. Ma in ogni caso, ora siamo nella fase in cui il software proprietario non gode di ottima salute e noi abbiamo per le mani un documento che possiamo usare per rilanci vari. Non solo rispetto al software libero in quanto tale, spiegando come esistano programmi liberi capaci di sostituire efficacemente ogni tipo di quelli proprietari. Ma anche come strumento per collegarci con quanti combattono l’impatto delle grandi corporation sulla nostra vita quotidiana, o certe tendenze alla creazione di uno stato di super-sicurezza che vediamo crescere in Usa come in altri Paesi.

Che relazione avete con il movimento del software libero e anche con il mondo imprenditoriale al di fuori degli Usa?

La FSF è basata a Boston, per cui gran parte delle nostre attività si riferiscono al mondo statunitense. Ma ovviamente il progetto GNU è internazionale e gente di ogni parte del mondo guarda alla FSF come guida e forza primaria dietro il movimento del software libero, per la difesa delle licenze e la definzione di software libero. E, fatto forse più importante, fa continuo riferimento alla leadership di Richard Stallman, il quale viene tuttora considerato il leader del movimento del software libero nel mondo. Credo che la chiave di tale leadership sia proprio la sua intransigenza a livello etico e morale. Questa è una lezione per qualsiasi attivista in ambito sociale, cosa che mi riguarda anche personalmente.

Rispetto invece al contesto più tecnologico, sul rapporto con l’imprenditoria, va detto che quando la Free Software Foundation o il movimento del software libero raggiunge una vittoria, questa è permanente. Se il movimento produce un browser che ha successo e conquista una fetta di mercato, il software proprietario non torna in quel settore. Se produciamo un qualsiasi programma libero che sia migliore della versione proprietaria, di fatto non vedremo più quest’ultima riaffacciarsi. Mozilla, Apache ne sono esempi parziali. Per cui, nel complesso, dobbiamo impegnarci a vincere battaglie sull’utilizzo concreto del software libero, imponendo al contempo la comprensione politica di quel che il software libero rappresenta in senso più ampio.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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