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Il software libero è economicamente sostenibile

19 Luglio 1999

Il software libero è economicamente sostenibile

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Perché dovrebbero esserci più posti di lavoro nell'informatica di quanti ce ne sono attualmente? Perché gli utenti di software libero richiedono nuove funzionalità più spesso rispetto agli utenti di software proprietario e perché chiunque può acquisire le proprie competenze professionali senza pagare "tributi".

Fortunatamente, il progetto di Linus di dominare il mondo si sta per avverare. Si può vedere dal comportamento della stampa nei confronti delle soluzioni GNU/ Linux, notando come diversi organismi di formazione si preparino ad introdurre il software libero (“free software”) nelle scuole e osservando la nostra consueta eccellenza tecnica.

In questo momento, il compito principale da perseguire consiste nella diffusione degli aspetti sociali e commerciali inerenti al software libero. Pur apprezzando molto l’articolo di Russel Nelson, pubblicato su Linux Journal di agosto 1998, sento il bisogno di ampliare alcuni punti da lui sollevati.

Ricordate, però, che non sono un esperto né di economia, né di politica. Sono soltanto un tecnico, un “vile meccanico”, che attinge all’esperienza della sua personale lotta per la sopravvivenza, nella speranza che qualcun altro possa adattare i propri geni alle nuove condizioni ambientali. Alcune di queste idee, d’altronde, sono già state da me discusse con amici e/o sulla mailing list “Free Software Business” ([email protected]), di cui sono entrato a fare parte dopo che Russel l’aveva presentata nel suo articolo.

Sostenibilità per i consulenti e i professionisti

La miglior dote dei sistemi informatici è la flessibilità, cioè la possibilità di adattare il comportamento del calcolatore alle necessità dell’utente. Tale flessibilità è spesso completamente ignota al normale utente, in quanto le soluzioni software proprietarie tendono a nascondere le funzionalità dietro una rigida interfaccia esterna che rifiuta ogni differenza dal comportamento che ci si aspetta dall’utente.

Nell’adottare software libero, gli utenti possono vedere le reali possibilità dei sistemi informatici. Proprio oggi ho parlato con un consulente commerciale che non aveva mai pensato che i programmi potessero adattarsi alle esigenze di ciascun utente; mi ha confessato che la sua ditta si è sempre comportata nel modo opposto, adattando cioè i propri bisogni al software in uso. La maggioranza degli utenti è vittima del proprio software, senza nemmeno accorgersene.

Educare l’utenza di base all’estensibilità del software aprirebbe nuovi mercati ai consulenti autonomi, creando nuove opportunità d’impiego. Ogni utente ha esigenze particolari e soddisfare queste esigenze spesso significa richiedere assistenza tecnica, fornita da persone che personalizzano o estendano il software appropriato. Mentre ciò non è neppure immaginabile per i programmi proprietari, la disponibilità del codice sorgente consente di risolvere rapidamente qualsiasi problema che possa presentarsi e di aggiungere facilmente nuove funzionalità ai programmi. Si potrebbe obiettare che questo condurrà rapidamente al pacchetto software “perfetto”, ma le esigenze individuali sono talmente diverse e specializzate che un pacchetto che cerchi di soddisfarle tutte risulterebbe semplicemente insoddisfacente.

Per esempio, ho scritto, insieme ad altri, un programma per un laboratorio di Fisiologia della mia zona; il programma elabora dati generati da un diffuso esperimento di laboratorio. Nei due anni di utenza i medici hanno trovato talmente tanti modi per estendere il programma che, adesso, il loro software è considerato migliore delle versioni distribuite commercialmente. Se sommiamo le parcelle che hanno pagato in questi anni, il programma si rivela più costoso di alcune alternative commerciali; ciò, tuttavia, è irrilevante peri i miei clienti, in quanto hanno esattamente quello che vogliono e sanno di poter ottenere di più se ce ne fosse bisogno. Il programma, ovviamente, è liberamente disponibile, ed altri centri hanno espresso interesse ad averne una copia.

Poiché sempre più persone scelgono software libero per soddisfare le loro esigenze, sono sicuro che alcune imprese produttrici di software tenteranno di demonizzare Linux e il movimento Open Source a causa della propria perdita di segmenti di mercato. é probabile che tali imprese cercheranno di dimostrare come l’occupazione nel campo delle tecnologie informatiche sia in calo e come l’adozione diffusa del free software rappresenti un danno per l’umanità. Il discorso, però, non si regge in piedi: i calcolatori esistono per essere programmati e più si permette di programmarli più si creano posti di lavoro. Se si conta il numero di addetti che offrono consulenza per il software libero, si supera di gran lunga qualsiasi contrazione riportata dai produttori di software proprietario.

Restando sull’esempio precedente, il laboratorio di Fisiologia ha incaricato me di scrivere il programma, mentre altri centri interessati al prodotto intendono contattare un consulente locale per l’installazione la manutenzione e l’estensione del pacchetto. “Estensione”? Ma, direte, il programma non svolge già il suo lavoro? Sì, il programma funziona bene, ma c’è sempre modo di farlo funzionare meglio. Il laboratorio per cui ho lavorato ha deciso di non proseguire ulteriormente perché “dobbiamo condurre i nostri esperimenti, non inventare nuove funzionalità per il programma”. Come tutti sanno, ogni programma ha un difetto ed una funzionalità mancante; è proprio su questo che noi costruiamo la nostra credibilità: i difetti possono essere corretti e le funzionalità possono essere aggiunte. Come suggerito poco fa, più si rendono le cose programmabili, più esse saranno programmate.

Ma perché dovrebbero esserci più posti di lavoro nell’informatica di quanti ce ne sono attualmente? Innanzitutto perché gli utenti di software libero richiedono nuove funzionalità più spesso rispetto agli utenti di software proprietario, come già accennato. Inoltre, perché chiunque può acquisire le proprie competenze professionali senza pagare “tributi” per poter accedere alle informazioni necessarie. È così che ho acquisito la mia competenza in ambiente Linux: studiando il codice sorgente e provando le cose sul mio economico calcolatore personale. Ora ritengo di poter risolvere qualsiasi problema mi venga sottoposta, e i miei clienti sanno che possono sottopormi qualsiasi problema (a patto di darmi abbastanza tempo per arrivare alla soluzione).

Un altro punto critico, oltre alla disponibilità del codice sorgente, è la standardizzazione dei formati dei dati (come i dati vengono scritti su disco), un settore in cui i pacchetti proprietari rivelano i loro aspetti peggiori. Immaginiamo un ambiente in cui tutti i formati dei dati del sistema siano noti: si potrebbe, per esempio, indicizzare ogni file prodotto (documenti o altro), facilitando la consultazione successiva. Questo compito può essere svolto nelle ore notturne, senza alcun carico lavorativo per il personale non tecnico.

Per molte persone questo riutilizzo asincrono dei dati è tecnologia da fantascienza, poiché sono assuefatte a programmi che utilizzano formati di file proprietari (e sistemi operativi senza una vera e propria elaborazione multiprogramma e senza la possibilità di esecuzione di programmi a tempo). Non appena vengono adottati gli standard aperti, gli utenti chiedono la personalizzazione e sono disposti a pagare per qualunque cosa che possa accrescere la loro produttività. Oltretutto, gli standard aperti garantiscono che i clienti non facciano scelte perdenti: non si ritroveranno mai vincolati a dati inutilizzabili a causa delle alterne fortune del produttori di software.

Dove il modello tradizionale di distribuzione del software accentra tutta la conoscenza nelle mani di poche imprese (o di una soltanto), gli standard aperti distribuiscono le competenze tecniche a chiunque voglia imparare. Mentre l’assistenza su un prodotto proprietario può solo essere fornita da un numero limitato di consulenti autorizzati (la cui quantità e qualità sono amministrate dal produttore), il numero di consulenti che trattano software libero è teoricamente illimitato, e l’offerta si può facilmente adattare alla domanda.

In un mondo in cui i computer non sono che strumenti per raggiungere altri fini, la facilità di personalizzazione e la velocità di manutenzione sono requisiti essenziali per chi utilizza massicciamente i calcolatori. A mio avviso, il software libero si guadagnerà rapidamente la stima necessaria per diventare una reale presenza sul mercato. Appena si dà un po’ di fiducia ai prodotti Open Source, essi mostrano di meritarne di più; le persone che spingono all’uso di GNU/Linux devono essere pronte ad offrire assistenza per poter sopperire alla prossima massiccia richiesta di consulenti.

Sostenibilità per le società di supporto

Naturalmente, consulenti e professionisti non coprono tutti i bisogni degli utenti di calcolatori; esistono diverse attività che non possono essere curate da singoli individui. Red Hat e Suse stanno dimostrando che creare e tenere aggiornata una “distribuzione” (una raccolta di software di varia origine) può costituire una buona fonte di reddito, benché la ridistribuzione del prodotto sia libera; un servizio simile sta nascendo anche per Debian, nonostante sia più indietro.

Oltre alle operazioni di “creazione” (o raccolta) e “confezione” del software, le società che si occupano di Open Source possono specializzarsi nell’assistenza tecnica, rivolgendosi a quella clientela per la quale i sistemi informatici siano di importanza fondamentale. Le grandi imprese che sfruttano sistemi informatici nel cuore del loro ambiente produttivo non si sentiranno abbastanza sicure né con un consulente esterno, né con un tecnico interno. Tali imprese necessitano di una struttura esterna in grado di garantire il funzionamento dei loro strumenti tecnologici 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana.

Anche se si dimostrasse che GNU/Linux o qualunque altro sistema operativo siano totalmente affidabili, chi fa uso massiccio di sistemi informativi necessiterebbe comunque di appoggiarsi ad una società di assistenza come forma di assicurazione. Più i computer sono importanti in un ambiente produttivo, più le persone sono disposte a pagare per l’assicurazione che tutto continuerà a funzionare e per potersi lamentare con qualcuno “responsabile” se qualcosa dovesse guastarsi. Un contratto di assistenza per “utenti massicci” può anche prevedere forme di risarcimento in caso di interruzione del servizio; le grandi società di assistenza saranno in grado di gestire tali clausole in modo efficace, i clienti saranno contenti di pagare grosse cifre anche se non avranno mai bisogno di interventi.

In breve, non vedo alcun motivo per cui le imprese produttrici di software debbano mantenere i diritti esclusivi su qualche prodotto, in quanto i servizi di assistenza sono abbastanza consistenti da fornire buone possibilità di impiego nel settore informatico. Chi vuole eccellere può impiegare parte degli introiti per finanziare lo sviluppo di software libero, garantendosi in tal modo accesso ai prodotti migliori prima degli altri. Un’azienda che finanzi lo sviluppo in questo modo potrà anche associare il suo nome ai pacchetti, come efficace forma di pubblicità. Questo sistema in effetti viene già usato dalle grandi distribuzioni Linux.

Sostenibilità per i centri di formazione

Va da sé che scuole ed università hanno un grande interesse a insegnare l’informatica usando strumenti liberi. Grazie alla loro superiorità tecnica, gli ambienti liberi offrono di più agli studenti, ma possono anche richiedere più conoscenze tecniche per essere amministrati in modo efficace. Non vedo alcun risparmio evidente, in questo contesto, nella scelta di sistemi operativi liberi anziché proprietari, ma le istituzioni scolastiche dovrebbero comunque investire i propri fondi più per assumere amministratori di sistema che per finanziare società commerciali già troppo ricche. L’Italia è bloccata a causa di normative che destinano il denaro all’acquisto di cose piuttosto che a sviluppare le risorse umane, ma altri paesi si stanno già muovendo nella direzione giusta; ad esempio, il Messico e la Francia.

C’è un altro punto in favore del software libero, nel campo dell’istruzione: quando gli studenti trovano lavoro tendono a preferire gli strumenti appresi a scuola, per minimizzare ulteriori sforzi di apprendimento. Questo dovrebbe spingere il sistema scolastico all’insegnamento di strumenti imparziali (strumenti che non sono di proprietà di alcuno, strumenti liberi). Le scuole dovrebbero insegnare l’uso di software proprietario solo sotto due condizioni: che non ci sia alternativa praticabile e che l’impresa distributrice del software paghi la scuola per insegnare l’uso del suo prodotto. Pagare un’impresa per pubblicizzare su larga scala un suo prodotto è decisamente un controsenso.

Questioni sociali

Ci sono alcune questioni sociali legate alla scelta di un tipo di software piuttosto che un altro. Nonostante preferisca chiamarle “sociali”, hanno anche implicazioni economiche.
Nonostante il software libero possa non rivelarsi più economico del software proprietario quando si considera il proprio tempo come un costo, ambienti operativi diversi hanno misure diverse per confrontare il tempo e il denaro. Quasi tutti i paesi emergenti hanno buone risorse intellettuali ma poco capitale, spesso dispongono anche di un certo numero di calcolatori non molto recenti. Questi paesi non possono permettersi sistemi operativi proprietari, mentre la soluzione libera è sostenibile e produttiva. In effetti, il ben noto documento “Halloween” conferma la mia opinione notando che in Estremo Oriente l’uso di Linux è in rapidissima crescita. Un ambiente operativo simile in genere caratterizza le associazioni di volontariato: poco denaro e buone risorse umane; questo porta direttamente alla scelta del modello del software libero per i loro sistemi operativi.

Queste idee probabilmente suggeriscono che la libera disponibilità delle informazioni incarni lo spirito di sinistra, in quanto l’idea di dare “l’informazione alle masse” è abbastanza simile a quella più nota: “potere alle masse”. Ciò che viene invece spesso sottovalutato è il forte sapore di destra che caratterizza il movimento Open Source. L’arena del software libero è ferocemente meritocratica e rappresenta un ambiente ideale di libera competizione, un ambiente in cui le leggi del mercato sono applicate al massimo grado: solo le idee migliori e i migliori giocatori sopravvivono. Gli standard proprietari invece tendono a ridurre la competizione, scoraggiando l’evoluzione e favorendo l’arroccarsi sui risultati precedenti.

Limiti del modello economico del software libero

Naturalmente, sono consapevole che non tutti i pacchetti software possono essere facilmente trasformati software libero. Non mi riferisco qui ai prodotti da ufficio: credo che, prima o poi, verranno realizzati buoni progetti anche in questo campo.

Penso, piuttosto, a tutti gli ambienti in cui c’è concorrenza per quote di mercato di prodotti basati solo in parte sulla loro componente software. Ad esempio, un’apparecchiatura industriale può comprendere un calcolatore e componenti hardware di facile reperimento (un robot, periferiche di ingresso/uscita personalizzate, PLC ecc.). Il software applicativo contenuto nel sistema è una piccola parte del tutto, ma le sue caratteristiche influenzano pesantemente il valore complessivo dell’apparecchiatura. La produzione e messa a punto di queste applicazioni richiede di solito ingenti investimenti, e quindi impedisce la libera ridistribuzione del codice sorgente al fine proteggersi dalle grinfie della concorrenza.

Un altro esempio valido è quello dei telefoni cellulari. I cellulari contengono molto software; tale software costituisce il componente specifico che determina le capacità del telefono, nonostante sia praticamente invisibile all’utente, che considera l’apparecchio un telefono piuttosto che un calcolatore. Questo software è strettamente proprietario, a causa del suo importante ruolo funzionale all’interno dell’apparecchio.

Purtroppo non vedo vie semplici per liberalizzare questo codice. Nonostante non mi interessi molto il problema dei telefoni cellulari (non li uso), mi piacerebbe vedere applicazioni industriali libere, perché in molti casi sarebbe interessante riutilizzare e adattare a nuovi problemi il loro contenuto tecnologico.

È permessa la copia letterale dell’articolo completo su qualunque mezzo di distribuzione, a patto che questa nota sia presente. Per altre esigenze si prega di contattare l’autore o Apogeo.

(c) Linux Journal
Traduzione di Sabrina Fusari

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