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Il risveglio degli oggetti

11 Giugno 2008

Il risveglio degli oggetti

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Grazie ai codici a barre e a un dispositivo mobile dotato di telecamera si accorcia il collegamento tra i beni e la loro rappresentazione dentro Internet. È Android Scan, una delle 50 applicazioni selezionate da Google per il suo nuovo ambiente operativo per telefonini di nuova generazione

In principio era il web. Un web fatto più che altro dalle prime, coraggiose aziende, che si avventuravano in un mondo nuovo e sconosciuto, e che in Rete portavano le dinamiche comunicative che conoscevano meglio. Ovvero, quelle della brochure e dello spazio pubblicitario. Gli utenti stavano più che altro a guardare, di tanto in tanto attratti da questa o quella curiosità. Certo, il web era stato fin da subito creato come un’architettura aperta, alla quale tutti potessero contribuire. Ma i costi e le difficoltà iniziali rendevano l’apertura di uno spazio personale una prerogativa di pochi appassionati.

Ma lo spirito della Rete non era soffocato, e lentamente, ma inesorabilmente, tutto diventava più semplice e le persone creavano con sempre maggiore facilità discussioni e relazioni. Per indicare questo cambiamento qualcuno ha pensato bene di coniare un’etichetta, web 2.0. Dimenticando forse che un processo è difficile da etichettare. In molti, alla fine dello scorso anno, si sono chiesti dove andrà ora il web. Ora che abbiamo capito a che cosa serve, ora che è maturato come mezzo di comunicazione sociale. La risposta dei più attenti ai segnali di cambiamento hanno risposto essenzialmente in due modi: mobile e internet delle cose.

E d’altra parte, come dar loro torto? È perfettamente logico pensare che il prossimo passo della Rete sia quello di uscire dai nostri computer e permeare tutto il mondo circostante. Gli spime, oggetti che conoscono la loro posizione nello spazio e nel tempo esistono già, non sono più solo nella mente di pensatori come Bruce Sterling. Per esempio Nabaztag, il buffo coniglio bianco che, una volta connesso in Rete, è in grado di riportare una serie di informazioni al proprietario. Ma nell’attesa che il coniglio connesso a Internet si trasformi da gadget geek a oggetto di uso quotidiano, forse, serve qualcosa di più semplice che getti un ponte tra il mondo degli atomi e il mondo dei bit. E quel qualcosa, sembrerebbe essere un concetto non certo hi-tech, che capita quotidianamente sotto i nostri occhi. Sembra essere qualcosa che permetta agli oggetti di sapere, se non la posizione nello spazio-tempo, almeno il proprio nome.

Si tratta dei codici a barre, e dei loro diretti discendenti QR Code e Semacode. Piccoli codici visivi creati per veicolare semplici informazioni attraverso un lettore laser. Utilizzati ormai da decenni nello stoccaggio di merci e oggi riscoperti da un occhio molto particolare: quello, elettronico, di molti smartphone dotati di videocamera. Esistono già numerosi programmi capaci di leggere questo tipo di codici, trasformandoli in Url da visitare sfruttando la connessione mobile: in Giappone il marketing li utilizza da tempo per rendere attivi i cartelloni pubblicitari e profilare l’utenza in cambio di contenuti speciali da scaricare gratuitamente. E non solo il marketing: con quel mix di tradizione e tecnologia tipico del popolo del Sol Levante spuntano anche applicazioni quantomeno insolite, come la tomba che, attraverso un semacode, può consegnare ai parenti foto e video del caro estinto.

Nel frattempo Google ha deciso di entrare nel mondo del mobile con Android, il suo sistema operativo per smartphone, e di provare a stimolare la nascita di nuove applicazioni con un concorso diretto agli sviluppatori di software mobile per la sua piattaforma. Una piattaforma che consacra il telefono cellulare come un terminale Internet a tutti gli effetti, il vero centro nevralgico della vita degli Smart Mobs di Howard Rheingold, la cui capacità di telefonare passa in secondo piano rispetto a quelle di connettere, localizzare, informare. Ecco il secondo ponte per portare la Rete nel mondo degli atomi: lo smartphone, in grado di ricevere e trasmettere informazioni in qualunque posto si trovi.

nternet delle cose da una parte, un mondo mobile sempre più connesso dall’altra. Quello che manca è qualcosa che dia unità a questi due concetti, che ne mostri l’utilità con concretezza. E non è un caso che questo qualcosa nasca proprio dalla piattaforma mobile di Google. Android Scan è una delle 50 applicazioni ad aver passato il primo turno del concorso Google. E i meriti sono evidenti fin da subito: si tratta di un’intuizione semplice, non scontata e utilissima. Quante volte capita, in visita da un amico, di ascoltare un Cd che ci colpisce o di vedere un libro che vorremmo leggere? Quante volte ci fermiamo allo scaffale di un grande magazzino, incerti se portarci a casa l’ultima offerta speciale, con il timore che si riveli una cocente delusione? Android Scan ci viene in aiuto semplicemente chiedendoci di dare un’occhiata, attraverso la telecamera del cellulare, al codice a barre stampato sull’oggetto che desideriamo esaminare. A quel punto l’applicazione si collega a Internet offrendo un ampio spettro di informazioni. In pochi secondi saremo in grado di trovare non solo recensioni e pareri di altre persone, ma anche una mappa dei negozi più vicini con tanto di prezzo di vendita e indicazioni stradali, nonché, nel caso di album musicali, una preview di ogni singolo brano.

Si tratta solo di un piccolo esempio, basato su una tecnologia emergente e su una ormai più che matura. Eppure è in grado di raccontarci moltissimo del futuro di Internet, di dare un assaggio dell’impatto che una sempre maggiore pervasività della Rete può avere sulle nostre vite. Il tutto partendo da oggetti che per ora sanno solo comunicarci che cosa sono. Quali possibilità si apriranno quando molto di ciò che usiamo tutti i giorni diventerà effettivamente uno spime, cioè un oggetto consapevole della sua posizione nello spaziotempo? Secondo Bruce Sterling lo scopriremo tra breve. E Android Scan è lì per dimostrarlo.

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