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Il riconoscimento vocale scopre la mobilità

03 Dicembre 2010

Il riconoscimento vocale scopre la mobilità

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In attesa dell'interfaccia telepatica, si fa silenziosamente strada l'interfaccia vocale, che traduce in testi le nostre parole

Diciamoci la verità. In questo mondo dove la simbiosi tra l’uomo (ma anche la donna, certo) e la macchina è diventato uno stile di vita, non c’è altro futuro possibile che non sia un interfaccia basata sulla telepatia. Ne abbiamo già parlato in passato: la nostra unica speranza per sopravvivere in una cultura dove dovremo vivere sempre più connessi, sarà la capacità di comandare le macchine con il pensiero. Certo, sarà necessario un poco di training, almeno per noi che non saremo nativi telepatici. Certo dovremo imparare a stare molto attenti a ciò che pensiamo onde evitare che nel testo delle nostre email venga trascritto non solo quello che intendiamo digitare, ma anche quello che davvero pensiamo del destinatario del messaggio del documento (e qui è intuitivo il rischio nucleare che corriamo). Dovremo quindi imparare a pensare in modo un po’ diverso.

La tastiera, il mouse e la parola

In modo altrettanto onesto dobbiamo ammettere che le attuali interfacce in fondo vanno benissimo. Non perché siano perfette, anzi; ma perché ci siamo talmente abituati che alla fin fine riescono ad assolvere abbastanza bene il loro compito. Sistemi migliori esistono da anni, un esempio per tutte la tastiera Dvorak, ergonomicamente più funzionale, più rapida e sostanzialmente inutilizzata. Dimostrazione perfetta che non basta o forse non è utile avere un prodotto migliore per avere successo. Persino le criticatissime tastiere virtuali, in fondo, fanno il loro lavoro dignitosamente: sto scrivendo questo articolo sul mio (amato) iPad a bordo di un treno traballante, con la tavoletta in precario equilibrio sulle ginocchia. E la velocità e le precisione non sono poi molto peggiori di quanto riuscirei a fare su un computer e una tastiera più tradizionale.

Nel frattempo però zitta zitta (se mi perdonate il gioco) si sta facendo strada l’interfaccia in fondo più vetero fantascientifica: quella vocale, che comanda il device col puro suono della nostra voce. Roba da Pianeta Proibito,oggi alla portata di tutti e di tutte le tasche, in quanto anche gratis. E non parlo di applicativi specializzati o software per disabili, parlo di robe alla portata di una Casalinga di Voghera connessa. Me ne sono reso conto di colpo un paio di settimane fa. Un po’ di fatti si sono sommati di botto nella mia testa. L’evento scatenante è stato il lancio, per l’iPad e l’iPhone di Dragon NaturallySpeaking, un software che, per colpa anche dell’entusiastico supporto sempre espresso dal giornalista tecnologico David Pogue del New York Times da tempo tenevo d’occhio.

L’interfaccia che ti ascolta

Un software che ti ascolta (molto 2.0, vero?) e che poi trascrive. Costoso, parecchio, nella sua versione per Pc. Poi di colpo te lo regalano, per tablet e smartphone. Ovvio che non si tratta dello stesso prodotto: la versione per computer si tiene in pancia i testi e la tua voce, quella free registra e poi spara via internet la registrazione ai server aziendali, che la elaborano e te la rimandano giù testualizzata. E qui, ovviamente, nascono in Rete parecchie polemiche sulla privacy, la riservatezza. Come se a Dragon interessasse molto di spiare le mie idee per gli articoli e la mia to do list del weekend. Ma si sa, un po’ di paranoia ci sta e impedisce che si abbassi troppo l’attenzione su temi che sono fondamentali. La versione per tablet poi ha un altro notevole limite: non ha un voice training, il sistema di apprendimento che permette alla versione per Pc di imparare e venire a patti coi difetti di pronuncia e le inflessioni personali. Con tutto questo, la mia esperienza col dragone è stata buona, con percentuali di corretta interpretazione che vanno dall’accettabile al perfetto, a seconda di fattori ambientali, di stress, mal di gola e imponderabili astrologici.

Come avrete capito Dragon mi ha impressionato e di colpo mi sono reso conto di quanti software abbiano introdotto il riconoscimento vocale. Da quel momento ho iniziato a usare sul telefonino la ricerca vocale di Google (buona, ma anche inutilizzabile se, come mi capita spesso, cercate ristoranti etnici dai nomi italianamente improbabili). Ho iniziato a lasciarmi appunti voci-testuali su Evernote, ho notato parecchi altri applicativi pronti. A dar retta a ciò che dico. Ho notato anche che sono utilissimi, ma anche inutilizzabili: su questo treno moderatamente affollato non mi oserei mai dettare questo articolo, mentre potrei pensare di farlo in auto, o camminando per strada, tanto siamo abituati a gente che cammina parlando da sola (pensiamo in automatico che stiano telefonando e, solo in seconda battuta, al disagio psicologico). Sono applicazioni solitarie, che mal si sposano alla socialità; anche perché, ad esempio, ci renderebbero tremendamente impopolari se usate in ufficio, almeno fino a quando non ci adattassimo a lavorare in condizioni poco umane come quelle di un call center con brusio incorporato.

Training cerebrale

Sono infine applicazioni che richiedono un certo training cerebrale. Abituato a scrivere, le mie mani volano sulla tastiera, il mio pensiero si traduce istantaneamente in frasi, non devo pensare a ciò che scrivo (lo so, si vede), tra cervello e dita ho un corto circuito. Se invece devo dettare, devo fermarmi a pensare frase per frase, comporre i periodi, rigirarli ed esaminarli prima di dettarli. Più lento, ma probabilmente superabile con un po’ di auto addestramento, come generazioni di capi e stenografe nei secoli hanno dimostrato essere possibile (per non parlare poi di Pogue che, a quanto pare, riesce a dettare di getto gli articoli alla macchina. Sono applicazioni comunque affascinanti, bellissimi giochini, perfette dimostrazioni di quanto diceva Clarke: una tecnologia sufficientemente evoluta è indistinguibile dalla magia. E al bambino che c’è in me, un po’ di magia piace e fa contento.

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