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Il Progetto RAM

19 Maggio 1999

Il Progetto RAM

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Fare ipertesti serve davvero? I ragazzi imparano meglio? A queste domande hanno cercato di rispondere, primi in Italia, i ricercatori del Laboratorio di tecnologie dell'educazione dell'Università di Firenze.

Fino a un paio di anni fa, prima del piano Berlinguer, gli ipertesti erano per la maggior parte di maestri e professori come l’Araba Fenice e per scolari e studenti poco più di una parolaccia. Poi il verbo del “ministro hi-tech” ha cambiato le carte in tavola e il vento dell’ipertestum ha spirato più forte del latino, della matematica, dell’italiano, della storia e della geografia. Così docenti e discenti hanno indossato gli abiti dell’autore multimediale e si sono gettati a capofitto nel nuovo modi di fare scuola.

Hanno usato software sofisticato, realizzato Cd-rom, costruito pagine Web su Internet. E tutto nel nome del “costruzionismo”, la nuova filosofia didattica che rispolvera l’attivismo pedagogico di John Dewey, Célestin Freinet e Janus Korczak.

Ma fare ipertesti serve davvero? I ragazzi imparano meglio?

Alle domande hanno cercato di rispondere, primi in Italia, i ricercatori del Lte, il laboratorio di tecnologie dell’educazione dell’Università di Firenze diretto dal professor Antonio Calvani. E per un anno gli studiosi hanno monitorato alcune scuole elementari di Milano, Firenze, Pisa e l’Aquila. I risultati? Tutto sommato positivi anche se non mancano alcune ombre. Vediamoli insieme.

“Due gli scopi della ricerca – spiega Calvani – evidenziare le valenze formative della costruzione di ipertesti e dare agli insegnanti consigli utili per, eventualmente, rendere il lavoro migliore. Al progetto, chiamato RAM (Ricerca Azione Multimediale) hanno partecipato esperti, docenti e ricercatori che hanno anche usato la telematica per abbattere le distanze delle scuole”.

I risultati? Secondo il professor Calvani con luci e ombre. Da una parte i bambini, che hanno realizzato con le maestre alcuni ipertesti, hanno dimostrato di stabilire un altro grado di socializzazione. Insomma il computer non ha assolutamente creato solitudine ma ha aiutato i bambini a lavorare e decidere insieme. Gli scolari, delle terze e quarte classi, hanno imparato ad usare più lignaggi (testo, immagini, suono, filmati) e discutere insieme quale fosse la sintassi più appropriata per comunicare un messaggio.

Non sono mancati però i lati negativi. “La parte meno convincente nella costruzione di un ipertesto – continua Calvani – è il grande dispendio di tempo e di energie. Il progetto prevedeva di lavorare davanti al computer per 40 ore, ma in molti casi l’ipertesto è stato realizzato con un tempo doppio. Questo è stato negativo, perché ha dimostrato che il medium computer può essere totalizzante e disturbare l’ecologia dell’apprendimento, cioè l’interazione tra più modi di comunicare (libri, quaderni, spiegazioni orali ecc.)”.

Fare ipertesti a scuola può essere educativo, ma attenti a non strafare. E soprattutto occhio agli obiettivi pedagogici. Il rischio è quello di sprofondare nella “sindrome da ipertesto”, che si manifesta in modo ossessivo. L’insegnante, affascinato dal nuovo medium (il computer), realizza ipertesti badando all’aspetto esteriore, alla tecnica e spesso, cosa ancor più grave, estromettendo i ragazzi. Insomma, “sotto il progetto niente”, se non la voglia del docente di evadere da un insegnamento che non lo soddisfa più.

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