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Il pianto dei Macintosh

02 Marzo 2005

Il pianto dei Macintosh

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È scomparso in sordina l'uomo che ha reso concreto il computer a misura d'uomo, concependo l'interfaccia e l'architettura all-in-one del primo Macintosh aprendo l'era dei portatili, delle finestre, degli oggetti, degli iMac e perfino dei PDA

Sabato 26 febbraio, senza che ce ne accorgessimo, i Macintosh di tutto il mondo hanno dismesso definitivamente la faccia ridente che apriva le sessioni del Classico, l’unico vero Mac OS. In quel momento erano diventati veramente orfani. A Pacifica, un paesino della California, dopo una rapida e implacabile malattia al pancreas si è spento all’età di 61 anni Jef Raskin, il vero padre di Macintosh, quello a cui, da vero padre, si deve il nome ispirato alla sua mela preferita (la McIntosh, storpiata per evitare sovrapposizioni con la marca degli amplificatori). Sua fu, ancor più, l’idea del computer all-in-one che ha traguardato i decenni ancor più delle interfacce.

Se si prova a fare una ricerca con il suo nome nel sito di Apple, non si troverà nessuna corrispondenza. La sua presenza, per quanto ancor più fondante che fondamentale, è stata rimossa.

Esiste una credenza che vede la storia dell’informatica dominata dai tecnologi e dagli inventori. Niente di meno vero. Da Bill Gates a Steve Jobs, da Linus Thorvald a Larry Ellison a farla da padroni sono i commerciali, grandi nocchieri intuitivi e istintivi con una spiccata sensibilità per le opportunità emergenti, ma praticamente sterili quanto a contributi personali.

Non sono in molti, ad esempio, a sapere che senza una figura passata sempre in secondo piano come Douglas Engelbart non ci sarebbe stato nulla del computer come lo conosciamo oggi. Questo concetto nacque durante un viaggio in auto alla fine degli anni ’50 e dieci anni dopo sarebbe diventato realtà nel parco scientifico della Xerox, mentre ancora il mondo non conosceva il monitor, le finestre, il mouse, l’ipertesto, il word processing e tutte le altre idee fatte esperienza che avrebbero fatto capolino solo dopo un altro decennio.

Se questo avvenne lo si deve a Jef Raskin, allora giovane collaboratore di Engelbart, che convinse i due Steve a lasciare da parte per un attimo il fallimentare progetto Lisa per andare a fare una visita alla Xerox.
Raskin era stato introdotto da Mike Markkula, l’imprenditore, incubatore ante litteram, che alla fine degli anni ’70 rese veramente possibile e concreta la scommessa di due ragazzi delle west coast. All’inizio la sua occupazione fu marginale
Neppure quella visita allo Xerox Park sarebbe comunque bastata a convincere Jobs che si era intestardito con Lisa. Fu Sculley a costringercelo. Quando ne comprese le vere potenzialità ne volle anche la paternità.

Per un padre che già da cinque anni stava crescendo questo figlio alle porte della maturità non c’era niente di peggio che fare da portaborse a un patrigno che ne avrebbe assunto la paternità agli occhi del mondo.

Newyorkese, ma uomo rinascimentale per eclettismo e apertura culturale, fu matematico, filosofo, psicologo cognitivo, informatico, musicista e professore d’arte. Uscì da Apple nell’81, poco dopo avere reclutato l’inventore dei linguaggi e degli applicativi di Macintosh, poco prima che il neonato “computer che parla” lanciasse i primi vagiti all’indirizzo di Jobs e del consiglio d’amministrazione di Apple.

Proseguì come ricercatore sulle tracce del percorso intrapreso con Engelbart alla ricerca di un’informatica a misura d’uomo di lecourbusiana tradizione. Si dice che sotto sotto non abbia mai smesso di ambire un ritorno a Cupertino, in quella Società di cui non approvava più la maggior parte delle scelte, soprattutto riguardo all’interfaccia, ancorato a un passato che non prendeva in considerazione i cambiamenti avvenuti nelle idee tecnologiche dell’ultimo ventennio. Dal canto suo per conto di Canon ne costruì un prototipo, il Canon Cat che però non venne compreso a dovere, probabilmente perché troppo intuitivo: “Al termine del tempo stabilito per il test, dichiararono che era fallito. Il punto è che per cercare di avviare il word-processor avevano provato ogni sorta di comandi, da quelli del Job Control Language pieni di barre (un tipo di delimitatore orrendo che, curiosamente, sopravvive ancora oggi negli indirizzi Web) ai comandi IBM DOS. Ovviamente, in tutti questi loro tentativi non facevano altro che scrivere e cancellare e riscrivere e ricancellare, ma erano talmente convinti di stare operando “a livello sistema” da non accorgersi minimamente che stavano già usando il word-processor”.

A chi gli chiedeva quale sarebbe stato il futuro del suo contributo nel Mac rispondeva: “Personalmente mi faccio un’idea sul modo in cui voglio vedere girare il mondo e lavoro in questa direzione. Ma se proprio mi costringete ad esprimermi in questo senso vi dirò che da qui a dieci anni una parte dei miei lavori verrà usato da milioni di persone. Per esempio, pressoché tutti gli utilizzatori di computer cliccano su degli oggetti per spostarli. Di certo non c’è più di una persona su un milione a pensare che qualcuno ha ben dovuto inventarla quella cosa là, e può darsi che una dozzina di essi sappiano che ad averlo fatto sono stato io…”.

Il libro di Jef Raskin “The Humane Interface: new directions for designing interarctive systems” è stato pubblicato da Apogeo con il titolo “Interfacce a misura d’uomo“.

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