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Il Peer to Peer è il futuro dei motori di ricerca

22 Febbraio 2001

Il Peer to Peer è il futuro dei motori di ricerca

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Perché non andare a scovare ciò che ci serve direttamente negli hard-disk di chi in quel momento è collegato alla Rete invece che sui motori di ricerca? È una delle frontiere del Distributed Research ed è uno dei concetti che discendono da progetti come Gnutella.

Da qualche tempo un’ipotesi circola con insistenza in Rete: in molti cominciano a pensare che nel prossimo futuro gli utenti di Internet dedicheranno sempre meno tempo alla navigazione dei siti Web e preferiranno, invece, la comunicazione e lo scambio diretti con altre persone attraverso il computer o, tra un paio di anni, utilizzando i nuovi sistemi di telefonia mobile. Una tendenza confortata da più di un fatto: dall’andamento non più esaltante del commercio on line alla travolgente pervasività della posta elettronica e degli SMS.

Non è nemmeno un caso, aggiungono quanti prefigurano quegli sviluppi, che negli ultimi due anni le vere killer application siano state Icq e Napster. Ed è Napster, in particolare, ad aver aperto la via allo sviluppo del peer to peer, il collegamento tra due macchine senza passare da un server centrale, ed al file sharing, la condivisione dei file in Rete. Una tecnologia importante, tant’è che, come è noto, Napster e programmi similari sono stati comprati da multinazionali dell’entertainment, mentre l’inventore di Lotus ha fatto uscire qualche mese fa’ un programma chiamato Groove, destinato alle aziende, che utilizza il meccanismo di Napster.

Ma il tipo di ricerca e condivisione dei file, introdotto da Napster & C. potrebbe avere anche altre conseguenze. Per esempio trasformare i motori di ricerca. La ricerca oggi avviene tra le pagine dei siti Web e di conseguenza sui server che li ospitano. Perché, invece, non andare a scovare ciò che ci serve negli hard-disk di chi in quel momento è collegato alla Rete? La chiamano Distributed Research ed è uno dei concetti che discendono da progetti quali Gnutella.

Di questa intuizione si è impossessato un gruppo di ex-Microsoft che hanno dato vita a Pointera: un motore di ricerca che non si limita a perlustrare il Web ma estende il suo lavoro agli hard disk messi a disposizione dagli utenti. Secondo i suoi inventori in questo modo il volume di informazioni su cui viene effettuata la ricerca è potenzialmente superiore di 30 volte al Web. Marc Andreessen, co-fondatore di Netscape ha definito il motore di ricerca come «qualcosa che può cambiare Internet come non è più accaduto dalla creazione del browserº. Per ora, ci ha creduto Spinfrenzy.com, un sito dedicato allo scambio di file musicali. Pointera permette di allargare la ricerca a filmati, immagini ed altri documenti in possesso di chi frequenta il sito.

Un’altra tendenza che si sta facendo largo nella Rete è quella di distribuire, non solo i contenuti (informazioni e file), ma anche la potenza di calcolo delle singole macchine. Tutto è nato qualche anno fa dal progetto SETI: un’associazione americana che si propone di studiare le emissioni provenienti dallo spazio per verificare se vi sono segnali «intelligenti». Insomma, per scoprire se esistono gli extraterrestri. Per questo ragione propongono di installare sul computer un programmetto che, nei momenti di ” morta ” svolge una piccola parte dei calcoli necessari a decifrare i segnali del cosmo.

Ai più era sembrata solo una curiosità. Una cosa da esaltati. Fino a qualche mese fa, quelli di SETI erano stati imitati solo da un gruppo di appassionati che aveva messo insieme i propri computer per tentare di dimostrare il teorema del matematico francese Fermat, in attesa di una conferma da qualche secolo. Poi il Distributed Computing, (l’hanno chiamato così), ha cominciato a suscitare l’interesse di persone importanti. Per esempio a Wall Street dove già da un po’ di tempo si ragionava sul fatto che il 90% della potenza dei personal computer è inutilizzata dagli utenti normali.

Da qualche settimana a questa parte, quindi, si stanno moltiplicando le società che puntano a creare vasti gruppi di possessori di computer disposti a cedere un po’ del loro tempo-macchina. Società come la Parabon Computation. Che offre denaro a chi farà lavorare il proprio computer per tentare di risolvere problemi relativi alle biotecnologie o alla ricerca farmacologica. Da parte sua, un’altra azienda che si fa’ chiamare Distributed Science vanta di essere in grado di mobilitare 111.000 computer per ogni genere di calcolo. Secondo numerosi analisti il Distributed Computing può rappresentare una svolta per quelle aziende o istituzioni che hanno a che fare con grandi numeri ma che non hanno la disponibilità finanziaria per acquistare un supercomputer. E può contribuire anche a modificare l’infrastruttura stessa della Rete rendendola meno dipendente dai grandi server.

Guarda caso proprio la direzione verso cui stanno portando applicazioni quali Icq e Napster.

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