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Il mugugno P2P che punisce il relatore noioso

27 Marzo 2008

Il mugugno P2P che punisce il relatore noioso

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Conduttori e organizzatori di incontri e forum attenti: sotto traccia, tra chat e sistemi di microblogging, striscia la rivolta del pubblico

Non penso di dire nulla di particolarmente intelligente affermando che la maggior parte dei forum, conferenze e incontri in cui partecipiamo sono una grandissima rottura di scatole. Si va fuori tema, dicendo cose che non interessano; lo speaker, invece di illuminarci sulle nuove frontiere, cerca di venderci il suo prodotto – in genere nemmeno innovativo. Il relatore di turno sono anni che non si aggiorna e quindi non sa di ciò che parla – ma è lì per motivi politici. L’oratore magari ha una solida competenza, ma non ha la minima idea di come si parla in pubblico e quindi non si capisce niente. L’esperto pensa di essere un professore e ci mette anni per dire una cosa che noi spiegheremmo in qualche secondo. Insomma, stiamo lì due ore per sentire cinque minuti di cose interessanti.

Per non parlare poi delle prolusioni. I benvenuti al convegno. Gli ospiti istituzionali. Ricordo, un po’ di tempo fa, un meeting in cui ero tra coloro che parlavano. Convegno aperto da una figura politica medio-piccola, presidente di non so più quale associazione. Sorridente, ben vestito, età e faccia rassicurante, diede il benvenuto ai partecipanti ma non pago di aver detto «ci fa piacere di che siate qui» continuò sottolineando l’importanza di non so bene che cosa. Passarono 10 minuti di forma senza contenuto. Di suoni collegati in modo corretto, con tutti i termini che l’orazione pubblico-formale richiede (a posteriori cercammo per scommessa di riassumere cosa avesse detto: nessuno ci riuscì). Ricordo, come dimenticarlo, il gelo artico che avvolse noi relatori. E l’ondata crescente di irritazione nel pubblico (gente in gamba, professionisti, imprenditori dinamici, gente delle nuove tecnologie, mica il tipo che ha tempo da perdere).

Si vedeva chiaramente (l’unico cieco era il Presidente Parlante) che stavano per partire i fischi. Ma è regola ben nota alla sociologia che se nessuno parte, nessuno lo segue. Mancava l’elemento catalizzatore. Che in genere è la comunicazione orizzontale, il bisbiglio, la condivisione del mugugno che rapidissimamente va in escalation e fa esplodere la folla minacciosa. In un convegno o in situazioni simili, ovvio, dobbiamo stare tutti buoni e zitti e questo assicura ai relatori una relativa impunità. O forse dobbiamo parlare al passato.

Basta guardare al caso del panel “Social Marketing Strategies Metrics, Where Are They?” tenutosi recentemente all’SXSW. Un caso che ha fatto rapidamente il giro dei media (ok, solo di quelli innovativi, quelli che leggiamo solo noi, per intenderci). Avendo gli organizzatori avuto la cattiva idea di attivare chat room dedicate alla conferenza (il cosiddetto backchannel), ed essendo la maggior parte del pubblico dotato di device wireless in grado di collegarsi alla chat, è rapidamente partita online una comunicazione sotterranea, ma perfettamente visibile al pubblico su Meeboe Twitter, una comunicazione più che parallela antagonista alla comunicazione che stava discendendo dal palco dei relatori (qui trovate un articolo sulla sollevazione chat-popolare, e qui un secondo)

I quali relatori, essendo scollegati dalla chat, non avevano la minima idea di quel che stesse capitando. Probabilmente sentivano che stava succedendo qualcosa di orribilmente sbagliato nel pubblico, ma non erano in grado di rendersi conto che quanto si andava aggregando stava decretando un insuccesso clamoroso per l’evento. Quella che era un insieme di sensazioni personali erano diventati una sensazione condivisa e commentata della massa allineata e coesa. Affascinante la lettura dei transcript della chat, che si possono ancora trovare online.

Questo forse è solo un sassolino ma, i cartoni animati ce lo insegnano, un sassolino che cade è spesso solo il precursore della frana che spiaccica Willy Coyote. Io, da occasionale relatore, devo dire che sono un po’ preoccupato. Di certo è impossibile parlare e seguire il feedback del pubblico, per interagire e adeguarsi in tempo reale. Almeno non per noi nati prima di Internet. Per la generazione dei digital natives, nati con Internet e abituati al multitasking forse sarà possibile riuscire a leggere i feedback mentre si dicono cose di senso compiuto mentre si sta pensando in diretta a come cambiare il percorso del proprio discorso per venire incontro alle esigenze dell’uditorio.

Più probabilmente vedremo (nelle iniziative smart) l’arrivo di una persona di collegamento, che legga la chat degli ascoltatori e possa aiutare gli oratori a dare un valore maggiore o almeno a stare nel seminato o almeno a tagliare e a smetterla di farci perdere tempo. E in questo campo, un complimento a quelli di Meet the Media Guru che, nel loro incontro con Bill Moggridge, hanno aperto la chat (a coloro che non avevano potuto partecipare e che seguivano in streaming video) e hanno iniziato a tentare l’apertura al feedback in diretta e ad una nuova dimensione del fare convegni.

La vera difficoltà? La renitenza di chi parla e di chi organizza di sentirsi dire “siete delle ciofeche”, al luogo dell’inevitabile, tiepido e beneducato applausino di chiusura.

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