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Il freddo inverno di Google

20 Febbraio 2007

Il freddo inverno di Google

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Monta online la discussione sulle policy cinesi del motore di ricerca, con ricadute a tutto tondo. Senza contare gli impicci sul copyright di YouTube e i conflitti legali sulle news europee

È proprio che su Internet non si può dormire sugli allori. E che a diventare troppo popolari (e straricchi) si rischia davvero grosso, pur offrendo servizi utilissimi agli abitanti del villaggio globale. Negli ultimi tempi s’odono sinistri scricchiolii provenire proprio dal gigante di turno, Google. Proviamo a capire come stanno le cose.

Intanto, la strategia cinese, e le ricadute nel resto del mondo. Una strategia che continua a fare acqua da tutte le parti, come ribadisce ora una lettera aperta di Isaac Mao da Shanghai (nella foto in alto) al gigante dei search engine che, mettendone a nudo prima di tutto le mancanze etiche, suggerisce passi concreti a beneficio sia del business di Google sia degli e-citizen cinesi. Oltre a predisporre un miliardo di dollari in corporate venture fund per investire in siti e start-up, e ad aumentare gli incentivi per gli utenti locali di AdSense, la proposta più interessante concerne la messa a punto di servizi e strumenti anti-censura per gli utenti globali della Rete. «In Cina e qualche altro paese la censura è tuttora una tradizione culturale. Siamo abituati a controllare e a essere controllati (è vero!)», scrive Mao. «Ma ciò non ha nulla a che fare con i valori universali e l’umanità moderna. Non si tratta di mirare soltanto alla Cina, quanto piuttosto di risolvere una questione globale. Per cui non provocherebbe il collasso delle attività di Google in Cina. Il budget per completare la missione non sarebbe superiore a qualche milione di dollari».

La lettera sta avendo ampia eco online, inclusi spazi assai seguiti in Usa quali Instapundit del docente di legge Glenn Reynolds, il new aggregator Tailrank e il network dell’editore O’Reilly, insieme ad ambiti internazionali tra cui Romania, Inghilterra e Asia, rimbalzando nella stessa Cina. Abbondano i commenti in calce: la maggioranza apprezza i suggerimenti di Isaac Mao, soprattutto rispetto all’implementazione di strumenti globali anti-censura perché «la Cina non è l’unico Paese in cui la gente è abituata ad essere tenuta sotto controllo, pur non volendo mai ammetterlo», scrive qualcuno. Mentre dal Canada arriva una «veemente opposizione alle manovre di Google in Cina… chissà mai perché continuano a essere un “media darling” dopo aver assecondato la censura cinese», in generale le proposte operative ricevono parecchie lodi, ma alla fine sembra prevalere lo scetticismo sui cambiamenti di rotta da parte di Google. Difficile aspettarsi altro, a dire il vero, come conferma d’altronde la recente difesa, da parte del co-fondatore di Google, Serghey Brin, a Davos, del «passo falso a livello di business» nell’assecondare le censure cinesi per le ricerche all’interno della Grande Muraglia digitale. Un’alleanza che tuttavia sembra andare oltre quest’aspetto commerciale, considerandola più colpevole di quanto non voglia farla apparire Mr. Brin – insistono persone e fonti diverse, incluso il popolare Techcrunch.

Certo, l’aspetto puramente business rimane importante nelle operazioni di Google in Cina, e per le sue ripercussioni a latere: pur partendo da una “grande idea americana” non è riuscito a localizzarla abbastanza da amalgamarsi al meglio con la spumeggiante imprenditoria locale, e quindi viene superato dal rivale locale Baidu e più in generale va perdendo credibilità nell’iper-competitivo mercato Internet cinese. Un’accesa competizione di cui proprio Google potrebbe essere la prossima vittima illustre, come già accaduto a eBay e ad altre e-aziende occidentali. Pur se un bacino di 140 milioni di utenti e in continua espansione fa gola a tutti, come dimostra l’imminente sbarco di MySpace. In questo quadro, la lettera aperta da Shanghai, con le annesse ricadute, è solo l’ultimo episodio che sottolinea pericolose cadute di stile, oltre che strategie complessive poco aperte a quelle che sono sostanza questioni di diritti umani. Nonostante il motto aziendale “do no evil”.

È insomma il caso di andare oltre certe esaltazioni della corporate culture Google-style per ripassarne invece le policy sulla privacy o certe pratiche monopolistiche, come illustra ad esempio Google-Watch, pur se da prendere sempre con le pinze. Senza dimenticare che le attuali patate bollenti diventeranno sempre più tali, dagli impicci dei video illegali su YouTube a nuove accuse delle major per aver favorito l’inclusione di termini quali pirated e bootleg movie download negli AdWords apparsi su siti di film piratati quali EasyDownloadCenter.com e DownloadPlace.com. A cui va aggiunta la querelle in corso con le testate europee: i giudici di Bruxelles hanno appena imposto il divieto a riprodurre su Google News stralci da una varietà di quotidiani belgi e tedeschi del gruppo Copiepresse, come già accaduto dopo una querela della Agence France Presse nel 2005. Pur in attesa dell’appello e/o di possibili accordi, queste recenti debacle non fanno certo bene all’immagine del gigante di Mountain View.

Aggiungendo infine il dinamismo accelerato e imprevedibile del mondo online e scandagliando al di sotto della solita punta dell’iceberg, non si può certo dire che il futuro di Google sia rose e fiori.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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