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Il ferro da stiro me lo stampo in casa

09 Marzo 2007

Il ferro da stiro me lo stampo in casa

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Le tecnologie che ci permetteranno di produrci in casa oggetti funzionanti grazie a stampanti 3D sono ormai dietro l’angolo. Prevedibile una ulteriore complicazione dello scenario dei diritti del’ingegno

Se pensate che il tema dei diritti d’autore sui contenuti digitali sia complesso, rassicuratevi. Stiamo semplicemente scherzando. Stiamo solo iniziando a giocare. Se pensate che il tema del copyright su musica, video e testi sia spinoso, aspettate quando si passerà a trattare il tema dei diritti di duplicazione di oggetti fisici, come un telefonino o un lavandino. Quando non pagheremo il possesso di un oggetto ma il diritto diri/produrlo nel garage di casa o sulla scrivania dell’ufficio.

Se a questo punto siete confusi, è evidente che non siete familiari con il concetto di digital desktop fabrication, ovvero quel settore applicativo che si occupa di creare macchine che possono creare un range infinito di prodotti, pezzi e parti. E non avete mai visto una stampante 3D. Se è così, leggete l’articolo, perché entro pochi anni potreste averne una sulla scrivania di casa o su una mensola della cucina.

Il principio tecnologico è molto semplice: si prende una stampante inkjet. Si toglie l’inchiostro e lo si sostituisce con un componente più robusto e tridimensionabile – come una plastica o un metallo spruzzabile. Si modifica la stampante per renderla in grado di lavorare in 3D. Et voilà, spruzzo dopo spruzzo (video), la stampante potrà creare degli oggetti solidi, magari usando materiali diversi per parti diverse. Con colori differenti e proprietà meccanico fisiche diverse.

Fantascienza? No, questi simpatici oggetti li potete già comprare oggi – anche se non proprio per uso personale. I modelli attuali costano qualche decina di migliaia di dollari e sono utilizzati da grandi aziende per sviluppare prototipi a basso costo e in poco tempo. Prototipi che servono per vedere “che faccia hanno” nuovi prodotti o parti meccaniche.

Ma questo tipo di tecnologia sta rapidamente arrivando a produrre pezzi o apparati perfettamente funzionanti, che usciti dalla stampante possono essere presi e montati come pezzo di ricambio all’interno di un’automobile o di un carro armato. In effetti, tra i clienti più interessati a questa tecnologia ci sono proprio le forze armate degli Stati Uniti, attraverso l’installazione di queste “stampanti” su camion, realizzando piccole fabbriche molto mobili in grado di produrre in luoghi lontani quei pezzi di ricambio che sarebbe complesso e costoso trasportare via aerea per mezzo mondo.

In maniera analoga, queste tecnologie possono portare capacità produttive in luoghi remoti, in popolazioni a basso reddito, in situazioni dove è richiesta una tiratura limitata che non giustifica straordinari investimenti per costruire una vera fabbrica ma dove basta un semplice FabLab o un Digital Fabricator.

In molti laboratori di ricerca mondiali si sta alacremente lavorando per portare questa tecnologia a livello domestico. Permettendoci di autoprodurci in casa una ampia gamma di prodotti. Entrare a passi larghi e ben distesi nell’era del Desktop Manufacturing. Non solo potremo quindi stamparci oggetti solidi come la carcassa in plastica di una radio ma, con l’avvento dei componenti elettronici stampabili e la nascita della disciplina nota come Flexonics, potremo realizzarci anche le interiora digitali del prodotto.

A quanto ci dicono i professori del MIT (e specialmente quelli del Center for Bits and Atoms) possiamo aspettarci che per il 2025, anno più o anno meno, la tecnologia ci potrà permettere di passare da consumatori a produttori, così come esplorato nel corso universitario intitolato How to make (almost) anything tenuto dall’esimio professor Neil Gershenfeld (video).

È ovvio che i problemi non mancheranno: non solo ci troveremo con abbondanti quantità di materiali dalla dubbia riciclabilità, ma si riproporranno amplificati per mille i tipici problemi del bricolage analogico – dove la scarpiera fatta in casa assume le dimensioni e le caratteristiche di un mostro che non solo non assolve alle sue funzioni, ma che si rivela poi difficilissima da smaltire prima di andare in negozio e comprarne una professionally produced.

Non solo posso immaginare le nostre case invase da centinaia di prototipi, esperimenti di ferri da stiro, tentativi di cellulari, insuccessi nel campo della produzione di stoviglie personali. Ben più preoccupante immagino uno scenario dove gli aspetti legali invaderanno letteralmente i nostri spazi e i nostri oggetti personali.

Con la digitalizzazione della musica o del software, se vogliamo proprio un Cd o un Dvd, per così dire, qualche grammo di plastica ce lo mettiamo noi a casa, masterizzando l’oggetto. E scarichiamo e (almeno teoricamente) paghiamo l’informazione. La cosa si complica quando dai grammi passiamo ai chilogrammi. Per una certa parte dei nostri consumi di domani andremo online a scaricare file, piani produttivi, informazioni protette dal diritto d’autore; non dell’artista, ma di un vero e proprio team di sviluppatori – dal designer al markettaro che ha pensato al prodotto, all’ingegnere che l’ha dettagliato, al disegnatore e così via.

Disgiungendo la produzione dal diritto a possedere si aprono interessanti scenari legali. Potremmo pensare a sedie in modalità “demo” che, una volta prodotte, dureranno pochi giorni per poi dissolversi in una cascata di particelle di plastica, costringendoci a fare l’upgrade del prodotto (a pagamento).

Posso immaginare suppellettili (in piemontese: ciapapuer, acchiappa polvere) sviluppate in shareware o sotto licenze Creative Commons. Posso pensare a corpi speciali di polizia setacciare le nostre case per verificare che davvero abbiamo i diritti d’utilizzo dei prodotti che utilizziamo, e magari ci danno un multone perché abbiamo duplicato illegalmente lo spazzolino da denti.

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