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Il dot.com è morto, viva il dot.com

20 Aprile 2001

Il dot.com è morto, viva il dot.com

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Tra studi contradditori e società Internet che si riciclano, meglio non farsi sorprendere da una crisi più che annunciata.

L’occhio dei riflettori rimane puntato sulla new economy. Fino ad annetto fa per le meraviglie della corsa all’oro che andava stimolando. Ora per il tunnel del “si salvi chi può” che pare aver inesorabilmente imboccato. Ieri come oggi, però, non è certo il caso di farsi prendere la mano, quanto piuttosto di osservare entrambi i fenomeni con il necessario disincanto. Non mancando di esplorare il variegato panorama degli influssi a livello socio-economico nonché nella vita quotidiana dei singoli che tali fenomeni hanno e vanno provocando, seppur di segno opposto a seconda delle circostanze e del periodo storico.

Un preambolo tutt’altro che fumoso per segnalare, ad esempio, un paio di freschi studi made in USA che paiono fatti apposta per far cozzare nuovamente tra loro questi due aspetti dell’economia digitale — la rapida ascesa e l’altrettanto veloce caduta.

“La new economy non è morta e neppure va ridotta al fenomeno dot.com. Preferirei di gran lunga vivere a San Francisco, Austin, o Seattle piuttosto che in altre città, pur di fronte al rallentamento dell’information technology.” Questa la posizione del Dr. Rob Atkinson, vice-presidente del Progressive Policy Institute, organizzazione nonprofit con base a Washington, D.C., che la scorsa settimana ha diffuso un interessante studio su sviluppo e influssi dell’economia digitale in 16 grandi aree metropolitane degli Stati Uniti. La ricerca ha compilato una serie di classifiche relative a tali aree metropolitane basandosi su una varietà di fattori locali, tra cui qualità e quantità della forza-lavoro impiegata, opportunità educative e professionali disponibili, possibilità di impieghi in ambito high-tech e capacità dell’infrastruttura telematica.

Ebbene, la Bay Area di San Francisco (che si allunga da Oakland alla Silicon Valley) è risultata tra i primi cinque posti in oltre la metà delle 16 categorie previste. Seguono ad una certa distanza le città di Austin (Texas), Seattle (Washington State), Raleigh-Durham (Virginia), San Diego (California). Fuori dalle prime dieci troviamo nomi quali Washington D.C., Denver, Boston, Salt Lake City. In pratica, l’ovest supera nettamente il resto del paese per quanto concerne produttività ed opportunità in ambito tecnologico, con il nord-est lontano secondo. Forse quel che più conta, l’indagine vuole riaffermare una sorta di “verità” che oggi molti sembrano non vedere: è vero che in generale l’economia USA rallenta, tuttavia la new economy si afferma ancora come spina dorsale dello sviluppo nazionale.

Per chi non se la sente di abbracciare simili posizioni, basta rimanere nella stessa Bay Area di San Francisco rifacendosi però ad un’altra indagine di fine marzo, ripresa a grandi titoli dal quotidiano cittadino, il San Francisco Chronicle: “In serio pericolo l’80 per cento delle dot.com locali.” Un sondaggio commissionato dall’agenzia immobiliare Rosen rivelava che otto su dieci società Internet della zona avrebbero chiuso entro un anno, mandando a casa oltre 30.000 persone. Tra gli effetti a latere, ciò avrebbe provocato un generale abbassamento dei prezzi, oggi alle stelle, del mercato immobiliare, affitti inclusi — anche se al momento ciò è ben lungi dal concretizzarsi. Ovvio che a fronte di simili dati entità grandi e piccole legate al giro Internet si siano affrettate a rifarsi il trucco, inventando “nuovi” modelli pur di sopravvivere in qualche modo. Lo segnalava più in dettaglio Wired News in un articolo dall’azzeccato titolo (italianizzato) di “Io non c’entro nulla col dot.com…dot.com ci sarai!”.

Vi si riportava tra l’altro come un po’ tutti si affannassero a re-impostare il proprio business model onde coprire non più e soltanto il settore high-tech ma il più vasto ambito del commercio tradizionale. Tra i vari esempi, si citava CareGuide, azienda che si occupa dell’assistenza sanitaria agli anziani. Come spiegava il CEO, “un anno fa abbiamo sostanzialmente modificato il progetto, dopo aver capito che la nostra attività non poteva espletarsi soltanto online, come credevamo all’inizio. Ecco quindi che oggi non ci consideriamo una dot.com”. La tendenza odierna è infatti mirata a distanziarsi quanto più possibile dal modello “puro Internet”, viste le acque agitate del Nasdaq che rischiano di travolgere barche grandi e piccole. Pur di non affogare, insomma, ci si arrangia come può. E alcuni non si fanno problemi a mollare semplicemente il suffisso.com dalla propria intestazione ufficiale, ribaltando come nulla fosse un trend praticamente obbligatorio per tutti fino a poco tempo addietro. Capita così di vedere che CaseCentral, piccola entità di assistenza informatica, non si chiama più CaseCentral.com e si presenta come “società di soluzioni per l’enterprise”. E Looksmart — una delle molte directory online sulla scia di Altavista e Yahoo seppur meno nota — ora elenca solo quei siti disposti a pagare profumatamente onde essere inclusi nei propri elenchi.

Ancora, secondo ActivMedia Research il 61 per cento dei business online di media grandezza e il 39 per cento di quelli più estesi vantano attualmente bilanci finanziari positivi. Medesimo l’obiettivo ormai prossimo per un ulteriore 17 per cento di società incluse prima categoria e per il 25 per cento nella seconda. Buone le prospettive anche per un discreto numero di aziende minori, a quanto pare. Vale a dire quelle con entrate annuali lorde comprese tra i 10.000 e i 99.000 dollari: il 57 per cento di costoro già guadagnerebbe qualcosa, mentre un altro 23 per cento dovrebbe farlo entro il prossimo anno. Sempre che resti in vita, ovviamente, perché sul fronte opposto è fin troppo facile ricordare la sfilata di siti di ogni portata e dimensione costretti ogni giorno alla chiusura forzata — incluse le vittime illustri Kozmo e NBCi segnalate qui la scorsa settimana.

Insomma, per quanto ci si affanni, e finanche al di là di sondaggi o ricerche che notoriamente lasciano pur sempre il tempo che trovano, l’aria che tira non è certo delle migliori. Ma a ben vedere trattasi di un fenomeno del tutto naturale, e non è certo il caso di stracciarsi le vesti.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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