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Il dot-com fallito: ecco spiegato come e perché

17 Agosto 2001

Il dot-com fallito: ecco spiegato come e perché

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Per saperne di più e meglio su famigerato scoppio della bolla Internet.

Ricordate la new economy? Quella creatura passata dall’altare alla polvere in un battibaleno? Una fugace apparizione nell’olimpo dei nuovi imprenditori e investitori durata molto, troppo poco, e ormai in gran parte superata. Col senno di poi, non mancano i necessari mea culpa, le dovute riflessioni a futura memoria. Ma per quanti non si accontentano dei titoloni, belli o brutti che siano, e volessero meglio scandagliare sul come e perché dei fallimenti del dot-com (e dell’high-tech), ecco lo spaccato offerto da uno stimolante volume con un limpido titolo di “ComputingFailure.com”. Ancor più esplicito il sottotitolo: “Storie di guerra dalla rivoluzione elettronica” a cura di Robert Glass (290 pagine, $ 24.99, Prentice Hall). Attenzione però: si tratta di fresca uscita che narra le vicissitudini delle start-up nel digitale statunitense, perché apparentemente in Italia c’è chi crede tuttora alle parole ‘magiche’ lanciate dalla bolla Internet prima dello scoppio: e-procurement, trading online, B2B. Elementi, secondo alcuni, propri di una ‘rivoluzione che non si è fermata’, di una Net Economy pronta a ripartire alla grande. Chissà, forse hanno pure ragione, viste le peculiarità dell’imprenditoria made-in-Italy. Se ne parlerà qui la prossima volta (grazie a “Bidone.com?”); per stavolta meglio proseguire con la recensione del volume statunitense.

La cui introduzione apre proditoriamente con una frase-chiave: “Strano a dirsi, ma nel nostro mondo il successo è inestricabilmente legato al fallimento.” Ecco perché diventa importante per tutti, in primis per gli stessi protagonisti del dot-com di ieri e di oggi, osservare da vicino percorsi ed errori, cause ed effetti di tali fallimenti. Anche se è vero, ribadisce più avanti la medesima premessa di Tom DeMarco, che la “nostra cultura c’insegna a pensare soltanto in termini di successo, a concentrarci sulle vittorie, non sulle sconfitte.” Invece l’autore, acuto osservatore dell’emergente industria digitale negli ultimi dieci anni, vuole proprio farci toccare con mano quei meccanismi che hanno portato al tracollo, quei percorsi comuni che ne hanno caratterizzato (caratterizzano?) la corsa verso il baratro. E lo fa in tono spesso scanzonato e ilare, pur non mancando per questo di porre un chiaro monito ai futuri venture capitalist, alle start-up del domani: riprovateci pure, ma fate tesoro degli errori altrui. Regola apparentemente basilare, finanche puerile, per qualsivoglia operazione finanziaria — che tuttavia sembra essere (stata) spesso ignorata e dimenticata nella follia della corsa all’oro digitale.

Prendiamo ad esempio la vicenda di Pets.com, azienda avviata nel febbraio ’99 tra un coro di giubilo, capace di raggranellare alla fine di quell’anno qualcosa come 110 milioni di dollari, entrata in borsa pochi mesi dopo con un debutto sensazionale (una IPO da oltre 11 dollari ad azione). Successo garantito, mirando ad occupare la posizione leader in un mercato, quello degli articoli per animali, tradizionalmente assai forte negli States. Anche grazie al supporto di una massiccia campagna promozionale subito strombazzata a destra e a manca, per un budget complessivo di 25 milioni e inserzioni perfino durante il seguitissimo Super Bowl. Eppure, spiega Glass, a ben vedere l’operazione era fallimentare sin dal suo avvio. Buona parte della merce (scatolette di cibo, sabbia per gatti, etc.) richiede elevati costi di spedizione, mentre i guadagni più netti si hanno dalla vendita di articoli costosi quali giocattoli per cani e gatti. Da notare inoltre che, onde superare la concorrenza di negozi e catene già attivi sul territorio, Pets.com prese ad offrire incentivi e sconti d’ogni tipo. Risultato, l’azienda venne costretta fin da subito a vendere pressoché tutta la merce sotto costo. A meno di due anni dalla nascita, l’inevitabile notizia: immediato licenziamento di 255 impiegati (su un totale di 320), azioni precipitate a 22 cent al pezzo, impossibile reperire nuovi finanziatori. Poco dopo, il trapasso definitivo.

E non si tratta certo di un caso, tutt’altro. L’autore ha collezionato via via parecchi scenari similari relativi a nomi quali Dr.Koop.com, Drugstore.com o Pop.com. Ricorda anzi lo stesso Glass come prima del 2000 avesse raccolto appena sei storie rilevanti, mentre fino al settembre di quell’anno ne aggiunse ben 38. Cosa stava accadendo? Lo scoppio della bolla, il fallimento di un’economia pompata troppo in alto — “il cielo sta cadendo, ci sta cadendo addosso.” Una caduta documentata in queste pagine come si conviene, ricorrendo cioè ai più classici reportage giornalistici: i sette capitoli in cui è suddivisa l’opera riportano interi articoli già apparsi sulle testate più addentro al mondo high-tech, Wall Street Journal, Industry Standard, Red Herring tra gli altri. Pezzi cuciti assieme da premesse e contrappunti in cui spesso è la sagace ironia a farla da padrone, senza infine dimenticare esempi al di fuori del giro dot-com, vedesi la caduta di Amiga o i ghiribizzi di Transmeta.

Una raccolta di ‘case studies’ degna di molta attenzione, dunque, presentata in maniera rigorosa ma sciolta e scorrevole. Utile per riportare con i piedi per terra i sostenitori della new economy tout court. E insieme un collage di situazioni storiche che, in nome della corta memoria o di un presunto successo facile, si tende spesso a dimenticare da una parte e dall’altra dell’oceano. Speriamo bene….

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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