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Il computer elementare

27 Novembre 2003

Il computer elementare

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L'interazione tra persone, l'etica dei rapporti, la solidarietà, l'educazione al senso di responsabilità hanno qualcosa a che vedere con l'uso del computer a scuola? Questo mezzo, espressione di un processo tecnologico in continuo autosuperamento, che si origina e cresce in ambiti della scienza, della tecnologia e del pensiero apparentemente così lontani e distinti dalla cultura umanistica e pedagogico-didattica dei docenti della scuola di base, può supportare e connettersi con i valori, i contenuti e i linguaggi di quella tradizione culturale?

Può aprire nuove prospettive di creatività e di esplicazione di qualità umane di cui siamo spesso inconsapevoli portatori? E può il computer, che parrebbe più idoneo ad accentuare l’artificiosità nella vita d’oggi, l’aridità intellettuale, l’allontanamento dalla realtà, dalla natura e dalla poesia, essere invece un potente mezzo di indagine della realtà e, più ancora, della nostra stessa realtà personale?

Il libro, come si vedrà, non parte da questi interrogativi. Né questi sono tutti gli interrogativi, espliciti o impliciti, che invece successivamente scaturiscono dalle riflessioni degli autori (e altri potrebbero scaturirne da quelle dei lettori) via via che la narrazione procede e che, capitolo dopo capitolo, vanno delineandosi eventi e conseguenze dai significati inattesi.

Il lettore, come si evincerà seguendo la narrazione, è indotto a metterci del suo in termini di ulteriori possibili intuizioni o associazioni di idee, nel raffronto fra il proprio personale patrimonio esperienziale e culturale e gli stimoli che gli derivano dal testo.

Questo perché gli autori danno spazio a una molteplicità di presenze e voci e, in sostanza, cercano interlocutori oltre la pagina, consci di un dato di “pluralità” composita di agenti e di azioni, da cui il processo non può prescindere. Cominciando dai bambini.

Il testo, infatti, radica in un intreccio di “vissuti” esperienze e competenze: quelle di stampo psico pedagogico didattico dell’insegnante Gianfranco Falcone e quelle di Rosario Sica, fisico cibernetico,

ricercatore e formatore di ampio “back-ground” personale.

L’esperienza didattica ha però dei sorprendenti coautori, che sono gli alunni di una scuola elementare. Di più: coautori e protagonisti, capaci di evidenziare, con i loro apporti spontanei, imprevedibili e straordinariamente veri, fatti, conseguenze e prospettive che l’adulto insegnante non avrebbe potuto prefigurare. Questi alunni, di fronte allo strumento tecnologico computer, inconsapevolmente riportano alla luce e sottopongono alla nostra attenzione una questione essenziale, che si è ciclicamente ripresentata tutte le volte che il mondo della scuola ha dovuto fare i conti con la presenza delle nuove strumentazioni tecnologiche in campo didattico. Le nuove tecnologie, e il computer nello specifico, non

sono mezzi nuovi, utili solo per far meglio cose vecchie, sono mezzi nuovi per far cose nuove che scopriremo coniugando l’uso dello strumento con la nostra creatività. Sono mezzi che cambiano la nostra vita e l’altrui.

Viene alla mente W. Kenneth Richmond. Nel suo libro “La rivoluzione nell’insegnamento” (sottotitolo “Dall’impulso tecnologico a una nuova pedagogia”), alludendo al ricorrente fenomeno della comparsa

di nuove strumentazioni tecnologiche di cui non si capisce l’effettiva portata innovativa, usa un’efficace metafora: “la sindrome della carrozza senza cavalli”.

Nelle prime automobili, la gente vide solo delle carrozze senza cavalli, e così ribattezzò lo “strumento nuovo” con il nome di uno strumento vecchio, sottolineando per di più ciò di cui era privo, piuttosto che quello che di nuovo aveva. All’epoca i più non erano certo in grado di capire la straordinaria portata innovativa del nuovo mezzo di trasporto, che avrebbe trasformato la vita, l’economia,

la storia e persino la superficie del pianeta.

La “sindrome” si è ripresentata, e potrebbe non essere ancora del tutto debellata, anche a proposito del computer a scuola. Aggravata, per giunta, da un dato problematico di tipo “generazionale”. È un’esperienza comune a tutti coloro che operano in campo scolastico. I bambini arrivano a scuola conoscendo l’uso di strumenti tecnologici che spesso gli adulti ignorano, o quanto meno non provano nemmeno a usare. Gli autori evidenziano dalle prime pagine la questione:

…I bambini usavano i prodotti informatici, li apprezzavano e avevano una velocità d’apprendimento superiore a quella degli adulti. A quel punto capimmo che noi insegnanti non potevamo stare lontani dalle tecnologie informatiche, altrimenti avremmo finito per parlare linguaggi sempre più differenti da quelli dei bambini, con l’impossibilità di trovare un terreno di scambio comune. Una scelta impegnativa, non per adeguarsi a una “moda” o per esigenze di “facciata” di fronte ai genitori o ai colleghi più tradizionalisti (che non gradiscono e non agevolano), ma la risposta coerente a un’esigenza avvertita in termini di coscienza e responsabilità professionale.

Nella scuola, va detto, il terreno per l’introduzione delle nuove tecnologie informatiche non solo spesso non è stato preparato, ma è stato addirittura bruciato. È un dato di fatto che, a tutt’oggi, al di là delle intenzioni di certa politica scolastica, l’informatica nella scuola di base abbia ricevuto impulso più per iniziative (e merito) di settori privati, e spesso anche per impegno personale e volontaristico di singoli operatori, che non per iniziative del “settore pubblico” globalmente inteso, con tutte le presumibili e immaginabili provvidenze che lo stesso avrebbe potuto attuare. E per il ritardo con cui il “settore pubblico” si muove, lo stesso “rincorre”, ma solo in parte esaudisce, le istanze di formazione di cui si tratta.

Negli ultimi decenni, prima della comparsa del Pc, abbiamo visto una proliferazione di sussidi didattici che hanno invaso le scuole e che hanno finito per deludere le grandi speranze che in loro erano state riposte. Oggetti costosi, di qualità discutibile, usati spesso in modo improprio per imperizia o incuria, quindi soggetti a guasti che ne inibivano l’uso per i tempi di riparazione e le lentezze della burocrazia scolastica, questi sussidi hanno finito per rafforzare in molti docenti i dubbi sulla effettiva produttività didattica di certa tecnologia. Inoltre, per definizione, il sussidio è un’aggiunta all’attività didattica e, per quanto la integri, non fa niente per semplificarla.

Come abbiamo detto, il sussidio didattico può anche essere visto restrittivamente come un’aggiunta; il computer è, però, tutt’altro.

E, a ben vedere, anche chiamare “computer” (cioè calcolatore) un elaboratore elettronico multimediale e multifunzionale, sa un po’ di “sindrome della carrozza senza cavalli”. È uno strumento operativo che, come l’invenzione della ruota o della radio, assume la valenza che hanno le svolte epocali. Nulla può lo scetticismo dell’adulto, di fronte alle competenze operative di tipo informatico che i bambini spontaneamente apprendono con naturalezza. Con tutti i dubbi e gli interrogativi sul tipo di umanità e di civiltà futura che ne conseguirà.

Nel panorama del cambiamento, si ripropone la questione dell’uomo che “cavalca” la tecnologia o della tecnologia che “cavalca” l’uomo. L’uso del Pc ripropone e riattualizza le riflessioni di Richmond sulla questione, rapportate all’ambito pedagogico. Nei termini di un impulso verso una nuova pedagogia, dice Richmond. Riparliamone a lettura conclusa.

In questo libro, che registra e descrive un percorso di vita umana e professionale, perché la scuola è vita vera e vissuta giorno dopo giorno, i fatti narrati sono spesso raffrontati con i pensieri degli autori riportati in bibliografia, nella ricerca di indicazioni, conferme e supporti culturali all’esperienza quotidiana in cui gli insegnanti sono immersi. Come sempre il lettore, dall'”esterno”, diviene “coautore” di un processo, di una elaborazione, di un cammino.

Vittorio Zedda

Il libro “Il computer elementare” è disponiblie nelle migliori librerie e può essere acquistato online

L'autore

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