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Il calderone magico dell’open source

13 Settembre 1999

Il calderone magico dell’open source

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Se il pianeta Linux ha mille volti, l'universo open source è in fibrillazione continua. Report dalla Open Source Software Convention di Monterey.

Linux non è una moda passeggera, nè un trend in ascesa dalle conseguenze limitate all’ambito informatico o alle contrattazioni di Wall Street. È anche e soprattutto un nuovo paradigma con cui dar corpo al cambiamento, qui e ora, grazie alla partecipazione orizzontale e alla apertura globale di Internet. Ma è altrettanto vero il fatto che Linux costituisce soltanto una delle svariate componenti che alimentano il gran calderone del movimento open source. Un movimento che però nel suo complesso deve faticare assai più dello stesso Linux per conquistare l’attenzione dei media e del pubblico “tradizionali”.

Lo testimonia il generale silenzio dei reporter intorno alla Open Source Software Convention svoltosi in quel di Monterey dal 21 al 24 agosto scorso. Eppure l’evento aveva luogo appena dieci giorni dopo quel LinuxWorld di San Josè cui quotidiani e TG statunitensi avevano riservato molto spazio. E Monterey si trova a meno di due ore di macchina da San Francisco, un’oretta a sud di Silicon Valley. Perchè il silenzio-stampa, dunque? Mancava la grande attrazione alla Linus Torvalds, d’accordo, ma qualche buon nome c’era (Bill Joy, la mente dietro Jini della Sun, Guy Kawaski, giovane ma noto imprenditore di Silicon Valley, Eric Raymond, maggiore teorico dell’open source). O forse perché non c’erano le grandi aziende alla Red Hat o il sofisticato parterre dedicato agli stand commerciali. Ma è probabile la causa primaria vada ricercata essenzialmente nel formato prescelto: quattro giornate densissime, suddivise in sei diverse conferenze in contemporanea, tra workshop, tutorial, sessioni plenarie e una miriade di incontri, spesso in stanze piccole e superaffollate. Un evento dedicato ai programmatori, alla comunità, allo scambio e alla partecipazione interna, assai più che ai media e al grande pubblico. Comunque sia, la Convention ha confermato il gran momento dell’universo open source, la sua innata e continua capacità di produrre stimoli sia a livello tecnico che economico che sociale. Qualcosa che va ben più e oltre il successo di Linux.

Temi e presenze della Convention

Le sei conferenze riguardavano: Perl 3.0, Linux, Apache, Python, sendmail, Tcl/tk, più una aggiuntiva Business Track. Con un’unica registrazione (tra gli 800 e i 900 dollari) si aveva accesso a tutte le sessioni, spesso saltando da una conferenza all’altra per seguire specifici topic e/o relatori. Una folla molto dinamica e variopinta, tra affrettate processioni per spostarsi tra le varie hall del Conference Center dislocato nel cuore della ridente cittadina, a due passi dalla relativa baia. Non poche le lingue parlate dai presenti: tedesco, francese, spagnolo e irriconoscibili idiomi asiatici, oltre ovviamente l’inglese-USA. Nessun sentore di italiani, però, a parte due gruppi di turisti a godersi il soleggiato panorama nello spazio antistante il Center, del tutto ignari dell’evento. Al contrario di quanto accaduto al LinuxWorld, inoltre, assai scarsi i completi vestito-cravatta (e/o simil-casual) e notevole la presenza delle donne. Esattamente quello a cui mirava l’organizzazione dell’evento, in primis le edizioni O’Reilly, da tempo in primo piano nella produzione di manuali, software, libri da e per l’intero movimento, e che per l’occasione ha presentato la sua ultima uscita: Voices from the Open Sources revolution.

Le prime due giornate sono state dedicate a serrate sessioni esclusivamente tecniche, quali: programmazione Perl per network, architettura del sistema GNOME, Python per processi XML, configurazione di sendmail, programmazione di database con Tcl/Tk (per citare le meno specifiche). Si sono poi avute le relazioni plenarie di Guy Kawaski e Bill Joy, attentamente seguite da qualche migliaio di persone. Il primo ha illustrato le “regole” da seguire per aver successo nel fluido mondo della New Economy imposta da Internet, basandosi sulle sue esperienze prima come “capo evangelista” alla Apple, poi come ideatore di due società di software e più recentemente come fondatore di Garage.com, start-up di Silicon Valley che offre assistenza ad altre start-up nel pescare efficacemente nel portafoglio degli investitori. In sostanza, una scanzonata ma scaltra panoramica su quanto Guy Kawaski ha condensato negli ultimi dei suoi sette volumi, dai titoli espliciti: “Rules for Revolutionaries” e “How to Drive your Competition Crazy” (nel caso qualcuno volesse provare a mettere in pratica suoi consigli…). Bill Joy ha invece ribadito l’importanza dell’open source all’interno del progetto Jini e più in generale della Community Source License della Sun, ripercorrendo brevemente la storia della libera diffusione dei sorgenti avvenuta vent’anni or sono per il sistema Berkeley BSD Unix da lui ideato. Anche se altrove nel corso del meeting non sono state tenere le critiche nei confronti di “follie” come l’avvio della piattaforma Solaris, e delle policy in realtà non proprio aperte della Sun. Riprendendo un esplicito commento di Eric Raymond, è impossibile dirsi open source quando non si prevede il diritto di “fork” un programma, come invece recitano le licenze della stessa Sun.

Caos creativo e licenze open source

Interessante nell’ambito della conferenza Linux, l’intervento di John Vrolyk, dirigente della Silicon Graphics Inc., società che impiega circa 10.000 persone per un fatturato annuo di 3 miliardi di dollari. Sottolineando come oggi si assista ad un’inversione di tendenza rispetto agli anni ’80, quando occorreva fare i salti mortali per avere l’attenzione degli investitori high-tech, oggi sono questi ultimi a fare la coda per sostenere le aziende Linux. E tuttavia al momento non esiste alcun business model vincente, nessun piano specifico da poter applicare all’intero settore, sempre più dominato dal caos creativo anche a livello dirigenziale. Proprio per lasciarsi aperte quante più strade possibili, SGI ha stanziato oltre 200 ingegneri allo sviluppo di Linux a tempo pieno, al contempo lavorando a stretto contatto di gomito con diversi distributori, in particolare il produttore di hardware VA Linux. Secondo Vrolyk, il successo del sistema operativo open source non colpirebbe tanto giganti quali Microsoft (“meglio non spingerlo a gesti inconsulti prima che il parassita Linux sia abbastanza forte”) o IBM (“hanno montagne di soldi da investire ovunque”), bensì aziende quali Hewlett-Packard e Sun, le cui piattaforme per server Web stanno perdendo ampio terreno a favore di Linux. Da qui la necessità di trovare modalità elastiche e per nulla monolitiche nello sviluppo di modelli open source anche in ambito economico-finanziario.

Tra le altre sessioni, da segnalare quella sui diversi tipi di licenze open source, con l’intervento di Mitchell Baker, avvocato-manager del gruppo che ruota intorno a mozilla.org, l’ala open source di Nescape, la quale ha illustrato le motivazioni dietro la nascita del loro sistema di licenze, leggermente diverso da quelli già noti legati alla GNU General Public License. Mentre Michelle Kraus ha accennato similari iniziative da parte di un nuovo consorzio, opensales.com, si è anche sottolineata l’importanza di tali licenze come una sorta di “contratti sociali” stipulati tra le varie entità coinvolte, da negoziare di volta nel reciproco rispetto. Un trend che dovrebbe (e potrebbe) insegnare alle grandi corporation comportamenti più consoni e amichevoli, anziché limitarsi a pesanti minacce di fronte a reali o presunti infrazioni a brevetti e sorgenti proprietari.

Interessante anche il serrato dialogo avuto dalla stessa Mitchell Baker con un centinaio di agguerriti programmatori sul lavoro (passato ma soprattutto futuro) di mozilla.org. È stata rimarcata la necessità di ampliare e diversificare l’intero progetto, ora che almeno 50.000 persone hanno prelevato gran parte dei sorgenti del browser per implementarvi funzionalità ad hoc. In particolare si è previsto il maggior coinvolgimento della “community at large”, la frammentazione in progetti ristretti, l’accentuazione della documentazione, il frequente scambio operativo con sviluppatori esterni, una migliore strategia di PR.

La magia dell’open source

Dulcis in fundo, la conclusione della Convention (meglio, della Linux Conference) spetta a Eric Raymond, il quale ha sagacemente presentato l’ultimo suo saggio The Magic Cauldron, recentemente diffuso online e di prossima uscita in italiano nello spazio “Open Press” di questo sito.

Riprendendo le sue stesse note: per molta gente i successi commerciali della community open-source assomigliano a un’inverosimile forma di magia. E si potrebbe forse dar loro torto? Come già rilevato sopra, qui manca un preciso business model e cresce anzi il caos creativo. Ma, spiega Raymond, bisogna innanzitutto disfarsi di un mito generalizzato, cioè che il software venga sviluppato per il valore della vendita, quando in realtà nella gran parte dei casi quel che produce è soltanto valore di utilizzo. L’industria del software riguarda i servizi, non l’ambito produttivo. Servizi che non si “deteriorano” con l’uso continuato, ma che anzi, al pari dell’erba dei prati, crescono rigogliosi se ripuliti dalle erbacce e potati regolarmente: il debugging.

Inoltre, è il software a dare valore all’hardware, il quale di per sé non conterebbe nulla. Aprendo quindi i sorgenti si consente la diffusione dell’hardware, a vantaggio dell’intera industria. Il tutto per arrivare allo sviluppo di servizi, “adds-on”, accessori e quant’altro sia in grado di consentire massima circolarità. Quindi: i pacchetti tutto compreso dei distributori, l’assistenza continua, i manuali e la documentazione a stampa, i libri e le pubblicazioni a latere. Il successo di nomi quali Red Hat e O’Reilly sono soltanto la punta dell’iceberg, pur con tutto il software “regalato”. E senza affatto dimenticare il lavoro per migliaia di programmatori nella implementazione delle specifiche funzionalità offerte dal “free software”.

Integrando elementi antropologici, finanziari e filosofici, l’analisi di Raymond si fa complessa, forse ancor più degli altri suoi saggi (La cattedrale e il bazaar, Colonizzare la noosfera), ma le frequenti battute con il pubblico non fanno altro che ribadire un concetto ormai manifesto, almeno per eventi piuttosto “addentro” come questo di Monterey: sulla spinta del “free market”, il calderone magico del software open source, stimolato da scambi e doni di attività, sarà perennemente in grado di produrre ricchezza per tutti. Provare per credere.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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