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IBM apre la strada verso il patent commons?

20 Gennaio 2005

IBM apre la strada verso il patent commons?

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Sono 500 i brevetti software messi a disposizione dei progetti open source, anche se tra qualche dubbio

Tradizionalmente è IBM ad avere il maggior numero di brevetti al mondo. Come negli anni passati, il primato è stato confermato anche nel 2004: 3.248 i brevetti registrati a proprio nome. Distante la seconda in classifica, la giapponese Matsushita Electric Industrial, con meno di 2.000. Ancora più lontani nomi quali Hewlett-Packard, Micron Technology e Intel. Una formula che, secondo alcune stime, solo lo scorso anno ha permesso a IBM di incassare, dalle licenze delle proprie invenzioni, la non modica di cifra di oltre un miliardo di dollari. Eppure stavolta la notizia è accompagnata da un annuncio inatteso: Big Blue metterà 500 di tali brevetti a libera disposizione di quanti lavorano su progetti open source. Sintomo di un dietro-front nella strategia sulla cosiddetta “proprietà intellettuale”, come sostengono alcuni? Oppure ennesima manovra commerciale, ribattono i critici, intesa a spingere propri prodotti, quali il software WebSphere, che anziché contrapporsi a qualsiasi sistema operativo vi girano invece sopra?

“L’inizio di una nuova era nella gestione della proprietà intellettuale da parte di IBM”: così definisce l’iniziativa John Kelly, uno dei senior vicepresidenti dell’azienda. “Una notizia stimolante”, ribadisce Lawrence Lessig, noto artefice di posizioni pro “licenze libere”. “IBM fa un buon passo nell’impegno preso per incoraggiare una diversa impostazione nello sviluppo del software e nel riconoscere il peso eccessivo imposto dai brevetti”. E gli osservatori paiono d’accordo sul fatto che la manovra rappresenti comunque una decisa sterzata dal tradizionale approccio stile corporation basato su un approccio più che ristretto nella tutela della proprietà delle idee, che siano diritti d’autore, brevetti o segreti commerciali. Scenario basato, soprattutto nel caso di colossi della stazza di caso di IBM, sull’ammasso generico di brevetti onde poi imporre a chiunque tariffe sulle licenze per ogni loro utilizzo in qualsiasi ambito. Quelli sul software, infatti, non coprono che la metà dei brevetti complessivi in possesso di IBM.

L’annuncio del cambio di rotta arriva dopo un lungo processo interno e prevede il rilascio alla comunità open source di 500 brevetti non mirati a progetti specifici ma variamente relativi a categorie quali e-commerce, storage, image processing, gestione dati e comunicazioni via Internet. L’azienda manterrà la proprietà di tali brevetti, ma non richiederà alcuna royalty e non imporrà restrizioni nei confronti di aziende, gruppi o singoli che li utilizzeranno in progetti open source, in sintonia con la definizione della Open Source Iniziative, la quale prevede tra l’altro pubblicazione e libera ridistribuzione dei codici sorgenti. Com’è noto, IBM è il maggior “corporate investor” del mondo Linux: le sue donazioni comprendono codice di valore superiore ai 40 milioni di dollari a Eclipse, cordata open source che offre strumenti per lo sviluppo di programmi. E lo scorso anno ha passato a un altro gruppo del giro aperto, Cloudscape, un complesso database la cui realizzazione era costata a IBM ben 85 milioni di dollari.

Ma stavolta si tratta di “un contributo ben più ampio di quelli fatti in passato”, specifica un altro vicepresidente, Jim Stallings, aggiungendo che questi brevetti riguardano tecnologie “embedded in molti usi industriali” e torneranno utili “sia a piccole società sia a singoli imprenditori”. Un passo che tira verso una sorta di “patent commons”, se e quando altre aziende decideranno di unirsi agli sforzi di IBM, possibilità che più parti prevedono possa concretizzarsi nel prossimo futuro. Anche perché il chief executive officer, Samuel Palmisano, recentemente ha posto enfasi proprio sull’importanza di creare maggiori standard aperti e progetti collaborativi onde stimolare al crescita economica ed occupazionale. Scenario in perfetta sintonia con le opinioni di analisti e accademici che insistono sulla necessità di simili proposte grazie anche alla crescente penetrazione globale di Internet.

Non è comunque chiaro al momento fino a dove voglia spingersi questo cambio di policy, e quali gli obiettivi effettivi. I 500 brevetti in questione sono soltanto una fetta minima del cospicuo pacchetto in possesso di IBM: 40.000 brevetti a livello mondiale e 25.000 in USA, metà dei quali specifici sul software. I precedenti contributi miravano sostanzialmente a rendere migliore Linux, così da spingerne la penetrazione (soprattuto nell’ambito delle corporation) come alternativa fattibile a Windows e Solaris. Tuttavia la strada maestra di IBM sembra andare oltre l’attacco a rivali quali Microsoft e Sun: perno centrale della strategia commerciale rimane la diffusione di WebSphere, software che gira, appunto, al di sopra dei vari sistemi operativi. Pur nel positivo interesse di Lessig e della comunità open source, insomma, resta tutto da vedere se si tratta di un dietro front nell’approccio alla proprietà intellettuale di ampia portata, o non piuttosto di una semplice manovra strategica per conquistare maggior spazio nell’agguerrito mercato.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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