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I viaggi del Turing club

12 Giugno 2014

I viaggi del Turing club

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Copia e incolla generale e si fanno passare collaudati trucchetti di elaborazione del linguaggio per una storica prima volta.

Se la buttiamo sul marketing, annunciare il superamento del test di Turing nel giorno del sessantesimo anniversario dalla scomparsa del grande scienziato è un bel colpo mediatico, che ha assicurato ogni tipo di ripubblicazione.
Che il test sia stato superato veramente da Eugene Goostman, chatbot nato nel 2001 per simulare la personalità di un tredicenne ucraino, è tutt’altra faccenda e a quanto pare solo Paolo Attivissimo è stato in grado di attestare la realtà. Deludente appena sotto la superficie. Si legga James Temple su Re/code:

I ricercatori hanno passato la lettera del test, ma non sono così certo del suo spirito. Non mi resta l’impressione che il computer sappia pensare – il senso del test – ma che i programmatori abbiano elaborato un modo astuto per ingannare i giudici. Limitarne le aspettative inventando un adolescente sembra più un sotterfugio che un progresso tecnico. Sembra che i programmatori abbiano affrontato il problema come troppi docenti: addestrare l’alunno al test e non alla piena comprensione della materia.

Tutto sa di grande occasione mancata per la rilettura di Computing Machinery and Intelligence, il saggio del 1950 nel quale Turing propone il test come alternativa alla domanda se la macchina pensi. Nello scritto si prevede che in mezzo secolo un umano potrà avere non più del 70 percento delle possibilità di distinguere un altro umano da un software dopo una discussione di cinque minuti. Ma è assente qualsiasi dettaglio formale sulle regole del test che dia un senso a questo e altri annunci.
Così un saggio potente e profondo sull’intelligenza artificiale diventa un pretesto per sparare titoli a effetto. Eppure Eugene Goostman ha ingannato un terzo dei giudici, contro il 29 percento dell’anno scorso; quel quattro percento in più, chissà come calcolato, segna davvero una svolta storica nel nostro rapporto con le macchine?
La risposta è no. Nell’intervista di Time a Eugene Goostman, in cinque minuti il programma chiede tre volte all’articolista dove viva. Troppo anche per un tredicenne ucraino. La mia chiacchierata è durata tre domande, fino a quando – a (troppo) insistente richiesta – ho dichiarato di vivere nella Terra di Mezzo e lui l’ha chiamata Mondo di Mezzo.
Niente di diverso dai millanta chatterbot esistenti. Non ha mai vinto un premio Loebner, dove c’è denaro in palio. Avanti il prossimo.
Piuttosto è maturo il tempo per un test che aiuti a distinguere i giornalisti dalle macchine del copia e incolla.

L'autore

  • Lucio Bragagnolo
    Lucio Bragagnolo è giornalista, divulgatore, produttore di contenuti, consulente in comunicazione e media. Si occupa di mondo Apple, informatica e nuove tecnologie con entusiasmo crescente. Nel tempo libero gioca di ruolo, legge, balbetta Lisp e pratica sport di squadra. È sposato felicemente con Stefania e padre apprendista di Lidia e Nive.

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