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I veri hacker? Scaltri, altruisti, appassionati…

10 Giugno 2002

I veri hacker? Scaltri, altruisti, appassionati…

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Dalla Norvegia a Bologna un unico grido: hacker di tutto il mondo, fate un passo avanti

Ah, questi hacker malefici. Stavolta ne hanno combinata un’altra delle loro. Sistemi “craccati”? Intrusioni a iosa con danni per miliardi di dollari all’industria informatica? Macchè. Di leggende urbane e online ne abbiamo fin sopra i capelli. Come prima, più di prima, la realtà è di tutt’altro colore. Guardate qua: “Hackers unlocking Norway’s history”. Hacker aprono i lucchetti alla storia della Norvegia. Un dispaccio d’agenzia per segnalare l’ennesima prodezza positiva compiuta da un pugno di hacker via Internet. Ovvero? Un importante centro culturale aveva perso irrimediabilmente la password per entrare nel proprio database storico ricco di oltre 11.000 libri e manoscritti antichi. Ma dopo aver inserito una richiesta d’aiuto sul web, tra il centinaio di repliche prontamente arrivate c’era, guarda caso, anche la password smarrita. Bello, no? E per farvi meglio riflettere (o ricredere) sull’etica hacker, non avete altra scelta che piazzarvi al Teatro Polivalente Occupato di Bologna, dove dal 21 al 23 giugno si svolge l’edizione 2002 dell’annuale raduno nostrano, l’imperdibile hackmeeting.

È questa l’occasione ideale per saperne di più e di prima mano su tematiche di ampio respiro e vitali per ogni netizen — GNU/Linux, e-privacy, hacktivism. Lo stesso dicasi per chi volesse capire cosa diavolo nascondono astruse sigle quali Demudi, FreeJ, Muse. Quinta edizione dell’hackmeeting italiano, come sempre l’incontro è totalmente autogestito e autofinanziato, mentre l’intera organizzazione tecnico-logistica viene portata avanti durante l’anno — ma soprattutto in questi giorni di vigilia — da un collettivo virtuale che si ritrova nella mailing list (Per iscriversi inviare email a [email protected] con “subscribe hackmeeting” nel corpo del messaggio).

Primeggiano gli spazi dove provare software, smanettare e collegare il proprio computer con gli altri — niente connessione a Internet, però. Né mancano ovviamente seminari e dibattiti, aperti al pubblico e gratuiti, in cui si parlerà di tecnica ma anche di politica. Dai diritti digitali al free software alle economie della rete. Tra questi da non perdere l’incontro con Richard Stallman, anima della Free Software Foundation. Previsto per il tardo pomeriggio di venerdì 21 giugno, il suo l’intervento si centrerà su un tema bollente: “Copyright vs Community in the Age of Computer Networks”. Vale senz’altro la pena di riportarne la presentazione:

Il copyright fu sviluppato nell’era del torchio tipografico e fu progettato per adattarsi al sistema centralizzato di riproduzione delle opere imposto dalle macchine dell’epoca. Ma il sistema del diritto d’autore mal si adatta alle reti informatiche, e solo punizioni draconiane possono farlo rispettare. Le corporazioni globali che traggono profitto dal copyright stanno esercitando opera di lobbying per attuare tali punizioni e per incrementare i loro poteri in materia di copyright, soffocando al contempo l’accesso pubblico alle tecnologie. Ma se speriamo seriamente di adempiere l’unico scopo legittimo del copyright, ossia la promozione del progresso a beneficio di tutti i cittadini, allora occorre ridurne i poteri o sostanzialmente eliminarli, a seconda del tipo di opera. Oggi spetta ai governi impegnarsi nel proteggere il diritto pubblico alla copia.

Cos’altro aggiungere? Garantita la passione, il divertimento e la buona energia dei convenuti, per cui non è il caso di fare i timidi e meno che mai gli spettatori. Insomma, non resta che spulciarsi il programma e darci tutti appuntamento a Bologna….

Nel frattempo, per rinfrescarci le idee sull’etica hacker, insieme all’omonimo volume in italiano e scritti ampiamente disponibili online, ecco la notizia in arrivo dalla Norvegia. La scorsa settimana il Centro per la lingua e la cultura Ivar Aasen ha ricevuto le repliche in un centinaio di “buoni samaritani” contenenti le possibili password per il prezioso database a cui non poteva più accedere. Cos’era accaduto? Nove anni or sono, un archivista aveva registrato circa 11.000 delle 14.000 voci redatte da Reidar Djupedal, professore ed esperto su Ivar Aasen, ricercatore itinerante che nel 1850 mise a punto un nuovo linguaggio che riunificava tutti i dialetti allora parlati in Norvegia. Il professore scomparve nel 1989 e purtroppo lo stesso accadde all’archivista, ben prima che il database venisse concluso e potesse raggiungere il centro.

Nell’assoluta mancanza di indizi per recuperare la password che garantiva l’apriti sesamo, il catalogo è rimasto impenetrabile. Fino a che i curatori del centro hanno optato per una scelta rivoluzionaria: diffondere sul web un SOS a chiunque fosse in grado di infrangere i sistemi di crittazione o trovare comunque la password del database. Avendo come target gli esperti di sicurezza ma anche, manco a dirlo, la scaltrezza di ogni hacker del pianeta. Risultato? La password giusta è arrivata nel giro di qualche ora. Anzi, sembra che la prima e-mail di replica contenesse tutti i file decifrati presenti nel catalogo. Non è noto al momento se l’hacker vittorioso abbia semplicemente tirato a indovinare (cognomi e diciture alla rovescia o robe simili) oppure se sia ricorso a qualche bug del database online o ancora, se abbia utilizzato tecniche e software sofisticati. Il centro ha promesso quanto prima la diffusione di maggiori dettagli, ma intanto fatto sta che l’idea ha funzionato — grazie a qualche hacker sempre altruisticamente presente su Internet.

E scusate se è poco.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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