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Hacker, parola da pensionare

15 Ottobre 2002

Hacker, parola da pensionare

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Capita spesso che il senso originale di una parola venga alterato dall'uso comune. È il caso di "hacker", dilaniata da due significati completamente opposti. Quali sono i costi occulti della sua strenua difesa da parte dei puristi?

Quando si dicono le parolacce Gesù Bambino piange, ammonivano le mamme un tempo. Oggi, quando che un giornalista usa la parola “hacker“, Gesù Bambino forse non si scioglie in lacrime, ma agli informatici viene puntualmente il travaso di bile.

Per chi si occupa seriamente di computer, “hacker” ha infatti avuto da sempre un unico significato: una persona che studia il funzionamento di un meccanismo (non necessariamente un computer) puramente per diletto personale, senza intenzioni ostili ed eventualmente con l’obiettivo di migliorarne le prestazioni, e che considera l’informatica un divertimento fine a se stesso e trova del tutto irrilevante che produca o meno qualcosa di utile e concreto, proprio come i trenini elettrici e la Settimana Enigmistica.

Ma per i non informatici “hacker” ha un significato totalmente diverso, equiparabile a “pirata informatico“. I giornalisti, nella foga di trovare facili etichette per ogni cosa, hanno preso questo termine senza capirlo e l’hanno applicato a sproposito così diffusamente che nell’uso comune questo secondo significato è ormai prevalente. Chiedete a una persona qualsiasi cos’è un hacker e vi risponderà che è un poco di buono, un pirata, un delinquente, quello che gli mette i virus nel PC in ufficio.

Guerre di religione

Questa contrapposizione causa infiniti malintesi e litigi. Quando si parla di hacker tocca sempre chiedersi come verrà interpretata questa parola da chi ascolta. Ogni articolo sull’argomento deve iniziare con un noioso preambolo chiarificatore. Per contro, quando un giornalista usa “hacker” nel senso deteriore del termine, immancabilmente si leva il coro delle indignate lagnanze degli informatici, stufi di essere classificati in blocco come pirati e dell’incompetenza degli scribacchini che hanno rubato la loro parola magica.

Ma è proprio questo il punto: non è la loro parola. Il termine “hacker“, come tutte le parole, non è proprietà esclusiva di una élite, ma appartiene alla collettività delle persone che usano una lingua. Se questa collettività prende a storpiarne il senso rispetto alla corretta interpretazione tecnica, non resta che arrendersi e usare il termine così come lo intende la maggioranza, oppure abbandonarlo in favore di un altro.

Le lingue sono costellate di casi analoghi, anche fuori dal campo informatico. Tutti parliamo correntemente di “filmati” trasmessi dalla televisione ancora adesso che tutto è registrato su nastri o su file digitali e la pellicola è bandita, ma la comunità degli operatori televisivi non si inalbera e non pretende che si parli di “agevolare la videoregistrazione“. Si dice disinvoltamente che i giudici “comminano” le pene ai condannati quando in realtà “comminare” significa soltanto “minacciare, prevedere“: per esempio, la legge commina l’ergastolo per un determinato reato, mentre il giudice non si limita a minacciare una pena ma la infligge (anzi la “irroga”). Eppure l’Ordine degli Avvocati non si sgola in difesa della purezza della propria terminologia. Gli informatici sì, e questo ottiene un solo risultato: farli sembrare odiosi, petulanti e avulsi dalla realtà.

Che ci piaccia o no, insomma, è la maggioranza a decidere il significato corrente di un termine; per cui a mio parere incaponirsi a pretendere che la gente usi “hacker” nel senso in cui lo intendono gli informatici è una battaglia sbagliata e comunque persa in partenza. È ora di arrendersi all’evidenza e smetterla di dar contro a chi usa “hacker” nel senso più comune del termine, che ormai è l’unico registrato dai dizionari. Ci sono battaglie ben più produttive e importanti da affrontare.

In compagnia dei dinosauri

Ora che si fa tutto attraverso il computer (nel bene e nel male), è indiscutibile che occorra una più diffusa dimestichezza con l’informatica, soprattutto fra i non addetti e i non appassionati. Fermarsi a litigare sul senso di una parola e a risolvere i malintesi causati da un suo uso nostalgico è una perdita di tempo e causa solo disaffezione verso una materia che i più già trovano terribilmente noiosa.

C’è anche il rischio non indifferente di essere criminalizzati per omissione. Molti esperti di informatica si definiscono disinvoltamente hacker (nel senso buono del termine) senza spiegare il senso in cui usano la parola, anche quando parlano con i non informatici. Non si rendono conto che per il mondo esterno è come se dichiarassero di essere farabutti. Per la gente “normale”, un Hackmeeting suona come un raduno di pirati. Continuare a usare “hacker” in questo modo significa alimentare nei comuni cittadini un senso di ostilità verso una comunità che ha invece un ruolo insostituibile nella tutela dei diritti digitali di quegli stessi cittadini.

Molti informatici di spicco hanno già saltato la barricata e ormai hanno adottato “hacker” come sinonimo corto, incisivo ed efficiente di “criminale informatico“. Come si intitola la Bibbia della sicurezza informatica di Scambray-McClure-Kurtz? Hacking Exposed. Il celeberrimo libro di Bruce Sterling? Hacker Crackdown. Sempre più spesso, anche i siti delle webzine per informatici usano questo significato ostile. E come dice Sterling stesso, persino i criminali informatici ormai si autodefiniscono “hacker“. Per cui chi continua a pretendere che si usi “hacker” nella sua accezione iniziale rischia di trovarsi sempre più solo, sospettato e incompreso. Un controsenso per chi vuole diffondere la cultura e l’etica informatica.

Le alternative: acari, vandali e cracker

L’attaccamento alla terminologia vecchio stile è reso ancora più frivolo dal fatto che esistono ottime alternative a “hacker” in entrambi i suoi significati. Alternative che hanno il pregio non indifferente di essere parole italiane, perfettamente pronunciabili dai non anglofili (non ne posso più di sentir dire éccher) e comprensibili anche per i non iniziati.

Per il significato originale di “hacker“, il termine “smanettone” è perfettamente calzante e soprattutto scevro di ogni sfumatura di malizia o cattiveria; al tempo stesso, rende bene la passione quasi monomaniacale con cui tanti informatici trattano la materia (“Sesso? Stasera no, tesoro, devo assolutamente eliminare un delay di 20 millisecondi da un loop secondario”). Purtroppo, non essendo un termine straniero gli manca l’alone di esotismo che ne garantirebbe l’immediata adozione tra i giornalisti, ma va bene lo stesso; anzi forse è un pregio che ne eviterà l’abuso.

Ci sono anche gli spiritosi che italianizzano “hacker” in “hacaro“: una trovata simpatica, sia per il gioco di assonanze bilingue, sia per l’allusione a qualcosa di invisibile, che si annida ovunque e di solito convive senza far danni con il proprio ospite (allergie a parte) cibandosi dei suoi scarti.

Per il significato corrente, invece, c’è un’abbondanza di sinonimi italianissimi, come “malintenzionato”, “pirata informatico”, “vandalo digitale”, “intruso”. Ci sarebbe anche il termine che gli hacker (nel senso originale della parola) usano per indicare gli hacker (nel senso corrente del vocabolo), ossia cracker. Il guaio è che ai più fa venire in mente il gustoso prodotto alimentare friabile piuttosto che un malfattore. Meglio lasciar stare.

Mi arrendo, non sparate

Per anni ho scritto libri e articoli specificando ogni volta il senso in cui usavo il termine “hacker“, ma è giunto il momento di riconoscere la sconfitta. Incurante dei miei titanici sforzi (e di quelli di molti altri personaggi ben più luminosi), il mondo ha continuato a usare “hacker” nella sua nuova accezione e non c’è verso di fargli cambiare idea.

So di irritare molti informatici con questa mia presa di posizione, ma devo essere pragmatico. Da oggi non userò più la parola “hacker“, né in un senso, né nell’altro. Come divulgatore, il mio mestiere è comunicare, non confondere. E il vostro?

L'autore

  • Paolo Attivissimo
    Paolo Attivissimo (non è uno pseudonimo) è nato nel 1963 a York, Inghilterra. Ha vissuto a lungo in Italia e ora oscilla per lavoro fra Italia, Lussemburgo e Inghilterra. E' autore di numerosi bestseller Apogeo e editor del sito www.attivissimo.net.

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