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Guardare e non scattare

30 Marzo 2016

Guardare e non scattare

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Il patrimonio archeologico italiano è fotografabile dagli italiani. Lo dice il buonsenso e lo permette la legge. Non ovunque però.

Qualche settimana fa ho avuto modo di tornare in quel della splendida Sirmione e visitare per la terza volta la preziosa area archeologica delle cosiddette Grotte di Catullo che si trovano proprio sulla punta della penisola.

Un complesso archeologico con una mastodontica villa romana del primo secolo dopo Cristo (ben conservata), immerso in un contesto naturalistico-panoramico mozzafiato. Se non ci siete mai stati, andateci assolutamente. Il collegamento con i temi di questa rubrica sta nel cartello appeso all’ingresso del museo che raccoglie gli oggetti, gli elementi architettonici e i fregi ritrovati nell’area.

Permessi fotografici alle Grotte di Catullo

L’unica immagine delle Grotte di Catullo che possiamo mostrare senza timori. Perché?

Il cartello mi ha portato alla mente un dibattito che avevo iniziato proprio su queste pagine (con l’articolo Otturatori burocratici) e avevo poi sviluppato anche in altre sedi, in merito alle limitazioni a volte davvero eccessive e poco comprensibili stabilite dal Codice dei beni culturali e del paesaggio per le fotografie nei musei pubblici.

Abbiamo in effetti sempre parlato di musei, ma questo cartello si spinge ben più in là, facendo riferimento di tutte le opere presenti nell’area archeologica (davvero estesa). Ho diverse foto scattate lì in mezzo alle rovine della villa; ma stando al dettato di questo cartello, ad esempio, non potrei usarle per il mio sito web professionale o per la mia fanpage su Facebook, e forse nemmeno potrei metterne una qui sotto a corredo di questo articolo.

Fortuna che ogni tanto qualche dirigente pubblico viene illuminato dal supremo spirito del buon senso. Questa è invece l’immagine (circolata in questi giorni su Facebook) di un cartello esposto dalla Sopraintendenza Archeologia della Regione Liguria.

Divieto di fotografare l'archeologia ligure

Un esempio di libertà archeofotografica che troviamo estremamente condivisibile.

Dimostrazione concreta del fatto che, volendo, si può fare; si può cioè essere più elastici e lungimiranti. E in realtà le Soprintendenze non hanno le mani legate da ordini superiori e da obblighi di legge come spesso cercano di far credere per lavarsene le mani. Gli articoli 107 e 108 del Codice beni culturali danno infatti solo la facoltà di imporre limitazioni e tariffe, senza però imporre alcun obbligo in tal senso. A meno che si voglia tirar fuori ancora l’assurdo (e ormai poco credibile) argomento del danno erariale…

Il testo di questo articolo è sotto licenza Creative Commons Attribution – Share Alike 4.0.

L'autore

  • Simone Aliprandi
    Simone Aliprandi ha un dottorato di ricerca in Società dell’Informazione ed è un avvocato che si occupa di consulenza, ricerca e formazione nel campo del diritto d’autore e più in generale del diritto dell’ICT. È responsabile del progetto copyleft-italia.it, è membro del network Array e collabora come docente con alcuni istituti universitari; ha pubblicato articoli e libri sul mondo delle tecnologie open e della cultura libera, rilasciando tutte le sue opere con licenze di tipo copyleft.

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