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Gli azionisti Microsoft in rivolta

07 Novembre 2000

Gli azionisti Microsoft in rivolta

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Ma le contestazioni che alcuni possessori delle azioni del gigante del software rivolgono ai dirigenti della società esulano dal versante strettamente economico. Sotto accusa, in particolare, il forte aumento dei contributi che l’azienda ha destinato negli ultimi anni al mondo politico americano, ma anche l’operato della società di Bill Gates in Cina.

Convocati a Seattle, il 9 Novembre prossimo alle otto del mattino, gli azionisti Microsoft dovranno in primo luogo approvare il nuovo piano per le Stock Options. Malgrado il cattivo andamento del titolo negli ultimi 12 mesi, si sentiranno ripetere che nell’ultimo trimestre, quello conclusosi il 30 settembre, i risultati e gli utili sono stati superiori alle aspettative.

Le vendite delle versioni di Windows destinate ai desktop sono cresciute del 18 per cento rispetto allo scorso anno. Abbastanza per far dire al capo della sezione finanziaria della società, John Connors, che si è trattato – per quanto riguarda il risultato commerciale – della migliore performance della storia di quel sistema operativo. Anche i più recenti sviluppi della vicenda giudiziaria che interessa l’azienda di Bill Gates non paiono negativi. Così come chiedevano gli avvocati della società, non sarà la Corte Suprema a istruire il processo d’appello sulla violazione delle norme antitrust. La causa andrà ancora per le lunghe: il secondo grado di giudizio spetterà alla Corte d’Appello della città di Washington. Uno smacco per il Dipartimento della Giustizia e per i 19 Stati che hanno intentato il processo alla Microsoft.

Tutto bene? Non per la signora Rosemary Faulkner di New York e gli altri tre azionisti che hanno presentato un inconsueto ordine del giorno. Noi, spiega la signora, vorremmo che i successi della nostra società fossero il frutto esclusivo dell’eccellenza dei prodotti e dei servizi che vendiamo e non del denaro che viene speso in attività di lobbying. Per questo la Faulkner chiede che sia presentato agli azionisti, entro il 30 aprile 2001, un rapporto dettagliato riguardante le spese che Microsoft sostiene per “scopi politici”.

Secondo i dati riportati dal Centre for Responsive Politics, per quanto riguarda l’attuale campagna per le elezioni presidenziali americane, Microsoft si trova al quinto posto nella classifica dei più generosi donatori. Ma se si considera che in seconda, terza e quarta posizione vi sono tre organizzazioni sindacali legate ai Democratici, ecco che Microsoft balza al secondo posto, dopo il colosso delle telecomunicazioni AT&T e prima della Philip Morris. La società di Bill Gates ha finanziato sia la campagna del repubblicano George Bush (più di un milione di dollari) che del democratico Al Gore(circa 750 mila dollari). Quasi 800 mila dollari, per tre quarti versati ad esponenti repubblicani, era stata la somma spesa da Microsoft per sostenere alcuni candidati nelle elezioni per il rinnovo del Congresso negli anni 1997-1998.

Sia pure a livelli di molto inferiori a quelli raggiunti da Microsoft, anche America Online, Oracle, Cisco System ed altre società legate al mondo dell’informatica hanno contribuito a finanziare i due candidati alla Casa Bianca, con una spiccata preferenza per il repubblicano Bush.

I dirigenti di Redmond hanno invitato a votare contro l’ordine del giorno presentato dalla signora Faulkner, ribadendo l’utilità dell’attività di lobbying. “No” anche alla richiesta di chiarimenti ulteriori sulla destinazione dei finanziamenti. “È sufficiente il rispetto delle leggi americane”, afferma la Microsoft che invita l’assemblea a respingere anche un’altra proposta, avanzata dal californiano John C. Harrington. L’azionista chiede che venga provato dai dirigenti della società il rispetto dei diritti dei lavoratori impiegati dal ramo della Microsoft che opera sul mercato cinese. Si tratta di una serie di norme, approvate nel 1991 e riconosciute anche dal governo di Pechino, che impegnano le società occidentali a non consentire l’utilizzo del lavoro minorile o di cittadini reclusi in campi di rieducazione. D’altra parte le aziende firmatarie della convenzione -tra queste Microsoft- affermavano che avrebbero promosso la libertà di espressione nelle loro filiali cinesi sino al riconoscimento di liberi sindacati.

“Un ordine del giorno non necessario” ribattono i dirigenti Microsoft alle richieste di Harrington, richiamandosi, anche in questa occasione, all’osservanza delle leggi da parte dei propri responsabili che operano in paesi quali la Cina. Le leggi – riconoscono a Redmond – che possono essere applicate a Pechino.

Microsoft: Convocazione dell’Assemblea degli Azionisti

Centre For Responsive Politics

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