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Francia: il progetto RetSpan contro il P2P. E la privacy?

08 Novembre 2002

Francia: il progetto RetSpan contro il P2P. E la privacy?

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Ancora pirateria. Abbiamo pubblicato, ieri, l’ennesimo studio che dimostra come i sistemi P2P contribuiscano al calo delle vendite di musica “legale”.
Oggi vi sottoponiamo una notizia che arriva dalla Francia e porta, veramente, brutte notizie per i sostenitori della musica online gratuita e scambievole.

Tre vecchi studenti in informatica della scuola Centrale di Lille hanno pubblicamente ammesso l’esistenza di un progetto chiamato retspan. Lo hanno fatto quest’estate dopo una serie di rumors girati per la rete.

RetSpan è un progetto volto a minare le reti di scambio dei file (musica soprattutto) nati con Napster e proseguiti, alla sua morte prematura, da sistemi come Kazaa, Morpheus e altri.

Su queste reti, come stimato dalla Federazione internazionale dell’industria fonografica per il solo mese di maggio di quest’anno, erano presenti quasi 3 milioni di utenti del P2P che si scambiavano circa 500 milioni di file illegali (perché coperti da diritto d’autore).

Ebbene, i tre francesi hanno inventato un nuovo arsenale a disposizione delle major per combattere la guerra all’illegalità. Strumenti, spesso, discutibili.
Ad esempio, invadere le reti P2P di file “corrotti” (MP3 degradati, falsi o con messaggi parassiti).

Se questo non dovesse funzionare, ecco arrivare il metodo giuridico-psicologico: in pratica “tracciare” chi scambia file attraverso l’indirizzo Internet (IP).
Sul sito dei “tre moschettieri del re” si possono vedere i risultati di una prova con i nomi dei “tracciati” coperti.

Sull’uso di questo metodo, lasciamo all’immaginazione del lettore.

Esiste poi un terzo metodo, ancora. Lo sviluppo di un software che permetterebbe a un’azienda, un’università (molti studenti usano i computer degli atenei per scaricare musica) o, addirittura una famiglia, di trovare i software P2P installati e i file illegali su un computer.

Per fortuna esistono leggi di tutela delle persone. Sono queste, infatti, che hanno frenato le organizzazioni di rappresentanza delle case discografiche nell’usare questi sistemi.
“Ad oggi – spiega un membro della direzione della Sacem, la Siae francese – non abbiamo intrapreso azioni. Bisogna prima verificare il quadro giuridico”.

La Sacem, continua sempre il membro della direzione, ha già da due anni un software che permette di seguire gli indirizzi IP, progetto ritoccato dalla Commissione nazionale dell’informatica e delle libertà (CNIL).

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